
I
COLONNA–ROMANO
La famiglia
COLONNA-ROMANO appartiene a quei Colonna che discendevano dai conti di Tuscolo,
cioè dalla famiglia di Alberico 1° marchese di Camerino e duca di Spoleto che
disposandosi a Marozia [1]
figliuola di Teofilatto e di Teodora, della
potente famiglia che dominava Roma nei primi anni del secolo X, pose su salde
basi la forza e la grandezza della famiglia. Tolomeo 1° estendeva il titolo di Romanorum Consul Excellentissimus, e si
diceva IULIA STIRPE PROGENITUS. Dal conte di Tuscolo, Gregorio II,
nascevano Tolomeo e Pietro che dopo la morte del padre avvenuta prima del 1064,
se ne dividevano la signoria, per modo che a Pietro spettò Monteporzio con le
sue dipendenze, e tra queste il castello della Colonna sulle pendici dei Colli Albani , che diede poi il nome ai
suoi discendenti. Nel 970, papa Giovanni XIII donò il feudo di Zagarolo a sua
sorella Stefania dei conti di Tuscolo. Emersero da questa famiglia diversi
santi e beati, molti cardinali, arcivescovi ed ambasciatori, non ché cinque papi:

San Marcello 304/309.
San Sisto III 432/440,

Stefano IV 768/771,


Martino V 1417/1437.
I Colonna furono creati
marchesi nel 1289.
Federico figlio di Giordano Colonna signore e
marchese di Zagarolo, si era trasferito nell’isola di Sicilia nel 1223 insieme
al fratello Giovanni arcivescovo di Messina indi cardinale si S.R.C. morto nel
1244 e legato pontificio nella quinta crociata, e tenne la carica di capitano
generale dell’imperatore Federico II e per questo si inimicò il papa Gregorio
IV, morì prigioniero degli Orsini. Giacomo morto ad Avignone nel 1318 fu
nominato cardinale dal papa Nicolò III. Salito al soglio papale Bonifacio VIII,
Giacomo gli si oppose fieramente, specialmente perché il papa era della
famiglia dei Caetani, acerrima nemica dei Colonna. Ma il papa spogliò i Colonna
di tutti i beni e dignità per cui dopo una lunga resistenza in Palestrina essi
si dispersero cercando rifugio in Francia. Il re di Francia, Filippo il Bello,
sostenitore della assoluta autonomia e sovranità della monarchia nei confronti
del papato, al rinnovato appello del divieto del pontefice di tassare gli
ecclesiastici, rispose con un rifiuto, riunì gli Stati Generali e nel 1302 sul
presupposto della diretta derivazione divina del potere regale, fu negata la
supremazia pontificia sulla monarchia. Il conflitto ebbe l’epilogo nel 1303:
nel marzo di quell’anno Guglielmo di Nogaret, abile giurista e consigliere del
re in materia religiosa, accusò pubblicamente il papa di usurpazione, eresia e
simonia. Bonifacio VIII annunciò l’imminente scominica di Filippo il Bello, ma
il Nogaret raggiunse Anagni ed arrestò il pontefice. I partigiani francesi
erano capeggiati da Giacomo Sciarra Colonna che avrebbe dato al papa il
leggendario schiaffo detto di Anagni, ricordato da Dante Alighieri nel XX canto
del Purgatorio. Giacomo e Pietro Colonna zio e nipote furono i più agguerriri
oppositori di Bonifacio VIII. Il 3 maggio 1297 Stefano Colonna, altro nipote
del cardinale Giacomo depredò sulla via Appia una carovana di muli che
proveniva da Anagni e trasportava una ingentissima somma (oltre 200.000 fiorini
d’oro) destinata al papa. Bonifacio XVIII convocò i due cardinali imponendo la
restituzione e chiedendo la testa di Stefano. I fiorini furono restituiti, ma
la testa di Stefano no per cui nacque un conflitto. I due porporati si
rifuggiarono nel castello di Lunghezza e da lì pubblicarono un manifesto
sottoscritto anche da Jacopone da Todi, nel quale si dichiarava illegittima
l’elezione di Bonifacio XVIII e si faceva appello al giudizio di un consiglio
generale. Il papa passò al contrattacco. Giacomo e Pietro furono privati della
dignità cardinalizia, dichiarati scismatici e banditi. Poi arrivarono i
durissimi provvedimenti contro l’intera famiglia ed i suoi fautori, con la
confisca dei beni e la privazione dei beni, prerogative e benefici. Quindi
l’azione militare, spinta fino alla conquista ed alla distruzione di molti
castelli degli avversari e soprattutto della cittadina di Palestrina, loro
pricipale roccaforte. I due ex porporati si videro costretti a fare atto di
sottomissione al papa che avvenne in Rieti il 15 ottobre 1298, quindi a prendere
la via di un lungo esilio, che li porterà in Francia. Solo nel 1305 Clemente V
li reintegrirà nella dignità cardinalizia, revocando poi nel 1306 tutti i
provvedimenti che erano stati presi a danno dei COLONNA e dei loro sostenitori.
Stefano assistette al conferimento del lauro poetico di Francesco Petrarca in
Campidoglio ed il poeta gli dedicò la canzone: Spirto gentil. Stefano fu acerrimo nemico di Cola di Rienzo , ad
oltre 80 anni combatté con i figli e nipoti contro il tribuno, ma fu vinto e
perse un figlio ed un nipote. Stefano [2]
riedificò Palestrina e seguì Enrico VIII in Lombardia. Combatté implacabilmente
i
Caetani e gli Orsini. Nuovo splendore diede ai
COLONNA Oddone che fu eletto pontefice e prese il nome di Martino V. Egli
accrebbe la potenza della famiglia con ricchi feudi nell’Italia meridionale.
Del detto Federico, figlio di Giordano Colonna, chiamato il ROMANO, soprannome
che fu ritenuto dai suoi discendenti, derivarono i baroni di Cesarò e di
Fiumedinnisi, rami che nel XV secolo vennero ad unificarsi elevandosi a Grande
Stato per il possesso di vasti feudi di cui furono poscia duchi e marchesi,
nonché baroni di Montalbano; baroni di Palizzi, marchesi di Altavilla[3]
e principi di San Giovanni a Teduccio (Napoli) e dello Spinoso nel napolitano;
i duchi di Reitano e poscia Principi della Torretta. Antonio e Giovanni figli
del suddetto Federico divisero la loro stirpe in due grandi diramazioni, cioè
quella di Alcamo e l’altra di Messina e di Palermo. Giordano, figlio di Antonio
ebbe nel 1303 dall’imperatore Federico II il feudo di San Teodoro e più tardi
Carlo discendente in linea diretta dal suddetto Giordano, ereditò il ducato di
Rebuttone e della valle del Fico da Elisabetta Garofolo sua madre e nel 1611
ottenne la baronia di Bellavilla. Giovanni capostipite del secondo ramo fu straticò di Messina, carica che sostenne
poi il figlio Cristoforo e più tardi il nipote Tommaso. Federico, figlio di
Giovanni, acquistò dal re Roberto la signoria di Polizzi ed il su detto
Cristoforo, suo fratello, ottenne la baronia di Cesarò che più tardi fu elevata a ducato per privilegio di
Federico II nel 1333. Il su menzionato Tommaso, figliuolo del precedente, per
aver seguito le parti del re Martino ebbe nel 1392 la baronia di Fiumedinnisi,
nel 1395 di Calatabiano e nel 1396 di Montalbano. Egli fu giustiziere del Regno
nel 1397 e quindi senatore romano. Calogero-Gabriele nel 1694 fu investito del
ducato di Cesarò e del marchesato di Fiumedinnisi. Inoltre nell’opera Il Regno di Napoli in prospettiva…,
dell’abate Jo. Bapt.Pacichelli (anno 1703) Biblioteca Nazionale di Francia,
Parigi opere K2266, K2267, K2268 si legge alla “località” ALTAVILLA: «..don
Pompeo COLONNA-ROMANO nel 1608 acquistò Altavilla
presso Salerno, Valle di Terra di lavoro, il Casale[4]
di San Giovanni a Teduccio (Napoli) trasferito in questo reame da quel di
Sicilia possedendo anche in Calabria le terre di Bianco, Palizzi [5]Pietrapennata
ecc. … Pervenne quindi in Altavilla, che era nel frattempo divenuta
ALTAVILLA-COLONNA, a don Giacomo suo nipote, che la nobilitò con il titolo di
marchesato col quale oggi la gode il sig. don Giuseppe nipote di questi, di
doti assai chiare e degno figlio della signora donna Vittoria Barile coerede
con la signora principessa di Sant’Arcangelo sua sorella dei beni del sig. don
Antonio loro padre de quali è il portione di lei passato l’offizio di
segretario del Regno con terre dell’Accettura, Guardia Gorgoglione e Spinoso in
Basilicata». Il detto Giacomo poch’innanzi introdusse nel territorio di
Altavilla i primi bufali, alla cui diffusione si opposero sia l’Università che
i cittadini poiché provocavano notevoli danni alle difese. Altavilla rimase
feudo dei ROMANO-COLONNA fino agli inizi del 1700. L’arma dei COLONNA-ROMANO
di Palizzi è: di rosso alla colonna d’argento con base e capitello d’oro,
coronato dello stesso.Lo scudo con lembi accartocciati sormontato da un pavone
a tutta ruota.
La nonna materna, di Candida COLONNA-ROMANO coniugata
col marchese Bernardo Maria de NATALE SIFOLA GALIANI, era figlia di don
Antonio BARILE marchese di Mongiuffi località vicino Messina, barone di Melia e
Caggi, duca di Caivano e barone di Sant’Arcangelo. Originari di Napoli e
trapiantati in Messina nel XVI secolo furono ammessi a quel patriziato. Nel
1790 Giovanni fu investito del feudo di Turolisi. Questa famiglia Barile
feconda di molti cavalieri di pregio ebbe sotto il re Ladislao il contado di
Monderifo. Arma: d’azzurro, al grifo d’oro, attraversato dal lambello
di tre pendenti d’oro.
Dal marchese dottor don Bernardo Maria de NATALE SIFOLA GALIANI e
da donna Maria Candida COLONNA-ROMANO, nacquero cinque figli:
1. Celestino, m.se, nato in Napoli il 29 agosto 1802*, fu battezzato in San Tommaso
a Capuana in Santa Caterina a Formiello. Sposa il 27 novembre 1824 Giuliana
Giovene dei duchi di Girasole deceduta il 7 luglio 1829 in ed in seconde nozze
Clementina figlia di Gaetano morta il 25 dicembre 1849 in Casapulla ed in terze
nozze il 29 febbraio 1850 in San Marco[6]
Maria Francesca Besagni di Raffaele e Margherita Sabatucci.
2. Vincenzo, nato in Napoli il 20 aprile 1804, fu battezzato in San Tommaso a
Capuana in Santa Caterina a Formiello.
3. Carminio, Giuseppe, Luigi, Andrea, nato in Napoli il 10
novembre 1805*, fu battezzato in San Tommaso a Capuana in Santa Caterina a
Formiello[7].
Atto di nascita di Carminio
de NATALE SIFOLA GALIANI A.D. 1805 10 Nov.
4. Maria Geronima, nata il 24 giugno 1809 in Casapulla e deceduta in Casapulla
il 12 dicembre 1809 Casapulla.
5.
Giuseppe[8], Maria Pasquale nato in Casapulla l’11 gennaio
1811*, sposò il 21 aprile 1834 in Napoli Carolina figlia di Pietro Reviglione[9]
e della m.sa Giuseppa Borgia, nata il 14 dicembre 1809.

Atto di nascita di “Carminio de
NATALE SIFOLA GALIANI”
La
famiglia
de NATALE SIFOLA GALIANI
possedeva in quell’epoca, oltre ad altre proprietà,
anche la terra di Sant’Andrea de Lagni presso Santa Maria Capua Vetere, luogo
detto di Ponte Selice (notizia
documentata nel contratto d’affitto conservato nel fondo SIFOLA-GALIANI presso
l’Archivio di Stato di Roma Eur datato 29 giugno 1828).
CONTRATTO d'AFFITTO







Vincenzo fu il secondo figlio del marchese don
Bernardo Maria de NATALE SIFOLA GALIANI e di Candida Colonna Romano. Egli fu procuratore del re presso il tribunale civile
del Molise, sposò il 10 giugno 1829 Maria Raffaella de Sortis.
Vincenzo scrisse oltre a diversi scritti anche una monografia La giustizia, prima legge cosmologica morale,
discorso letto nell’udienza del 3 gennaio 1842 dallo stesso presso il Tribunale
Civile di Molise[10].
Altra monografia Due Sicilie…. Anno 1840[11].
Da questo matrimonio nacque Marcello ? /? /1832 Trani che sposò (?) / (?) / 18.
Francesca Morlilli; egli decedette il 4 settembre 1880[12].
Essi procrearono Ernesto nato a Vico[13],
nato il 7 luglio 1879, Gennara Maria nata il 20 settembre 1876[14]e
deceduta l’11 dicembre 1880 [15]E
Vincenza nata il 4 gennaio 1859 a Trani e deceduta il 14 gennaio 1859. Da
Vincenzo e Maria Raffaella de Sortis nacque Felice Nicola il 12 novembre 1842 a
Campobasso che sposò il 20 settembre 1877 Addolorata Carbutti, nata ad Eboli.
Essi generarono il 24 gennaio 1879 Giacinto[16],
Angelina nata ad Eboli nel 1877/78 e Stella Maria nata nel 1880 e Raffaella.
Vincenzo, il procuatore del re, generò anche Giulia ed Emilia, nata il 4
dicembre 1839 che sposò il 7 novembre 1869 Carlo Ferrara .
Giuseppe[17]
fu il quinto figlio, del marchese don Bernardo Maria, egli procreò Giovanni il
28 gennaio 1835 in Napoli (battezzato nella chiesa di San Gen), che sposò il 10
settembre 1873 Luigia Arigotti. Di questo Giovanni non si hanno altre notizie;
Giulia nata il 14 dicembre 1836, monaca; Luigi nato il 10 dicembre 1838 a
Napoli e deceduto in Napoli il 24 dicembre 1838 chiesa di San Gen.(?); altro
figlio Luigi nato il 21 aprile 1840 sposò Giulia (?) il 7 luglio 1860 , fu
guardia del corpo del re Ferdinando II di Borbone, carica che assunse il 7
febbraio 1860[18];
Geronima nata nel 1853 e deceduta il 31 maggio 1853.; Giulia nata il 10
Dicembre1836 entrò in monastero.
Carminio,
Giuseppe, Luigi, Andrea de NATALE SIFOLA GALIANI nacque nel palazzo della propria famiglia nella
strada di Sant’Antoniello (Napoli). Sposò in prime nozze nella cattedrale di
Napoli il 23 ottobre 1828* Angela Rosa de Laurentis[19]
di Giovanni e Raffaela Talamo ed in seconde nozze avvenute l’8 luglio 1833*
Rosa Maria Buonpane figlia di don Nicola di Casapulla[20]
e di Giuditta Natale sempre di Casapulla.




Rosa
Maria nacque in Casapulla il 17 febbraio 1815* e vi morì il 14 gennaio 1895*.
Carminio che morì in Casapulla nell’avito palazzo di famiglia il 21 marzo 1883[21]*


; è tumulato nella cappella del Monte dei Morti
insieme alla seconda moglie Rosa Maria nello stesso loculo,

dove
successivamente fu posta la nipote Giovanna

L'ingegner Giulio Buonpane discendente dal ramo dei
Buonpane
di Sebastiano Buonpane
(n.1580) a cui apparteneva
Brigida Anna Maria (n.1687 –
m.19/11/1762) sposata con Marcello
de Natale, mio antenato, il 19 Giugno 1706.
Candida[22]
figlia del figlio Luigi 1838/1913 per volontà della nipote Teresa. Egli fu
il primo sindaco di Casapulla dopo l'unità d'Italia (dal 1861 al 1864[23]).
Per il suo incarico non volle percepire emolumenti. Al tempo era segretario
comunale Sorbo Stefano. La popolazione di Casapulla ammontava a 2669 abitanti.
Elettori politici iscritti nelle ultime liste: 69. Non vi era sia l’ufficio
postale che telegrafico. Compagnie attive: 1; militi attivi 181; militi della
riserva: 31; mobilizzabili: 21.
Don Carminio ebbe tredici figli. Dal primo matrimonio
nacquero:
1. donna Maria Francesca nata il 1° febbraio 1827
Vico[24]
e deceduta il 7 luglio 1837.
2. don Bernardo nato il 20agosto 1829 e deceduto il
13 novembre 1865, sacerdote.
Dal secondo matrimonio nacquero:
1. don Francesco nato il 14 gennaio 1834[25]
e deceduto il 24 aprile 1878, celibe.
2. donna Maria nata nel 1835 e deceduta il 7 luglio
1897.
3. donna Filomena nata il 29 aprile 1836 in
Casapulla e deceduta il 14 luglio 1897 in Casapulla.
4. donna Maria Grazia nata il 27 luglio 1837 andata
in sposa al farmacista don Raffaele Iodice il 12 agosto 1867. Generarono
Alfredo che ebbe tre figlie Flora maritata Palazzo di Grazzanise, Bianca
insegnante, Alberto impiegato alla FIAT di Torino. Flora ebbe sei figlie
femmine, una delle quali sposa un capitano somalo, una un ingegnere, vivevano a
Roma.
5.
don Luigi nacque nel palazzo avito di
famiglia il 13 ottobre 1838* in Casapulla, sposò l’8 giugno 1867 Teresa Di
Sorbo di Camillo[26],
morì il 18 ottobre 1913[27]
[28]*.
Avviò una scuola per i bambini poveri del luogo[29].
Sulla sua tomba si legge: Eletta figura di gentiluomo, educatore emerito
pioniere di civiltà per i figli del popolo..
6. don Alfonso nato il 21 gennaio 1840 il 13
gennaio in Casapulla e deceduto l’8 luglio 1840 in Casapulla.
7. don Alfonso nacque il 12 gennaio 1843, sposò il
20 gennaio 1884 donna Teresa Pica deceduta il 16 gennaio 1908. Da questo
matrimonio nacquero in Casapulla don Erminio[30]
il 28 giugno 1884, Rosa il 27 gennaio 1887 e Argelia il 20 dicembre 1889.
8. don Vincenzo nacque in Casapulla il 13 dicembre
1845 e sposò in Napoli il 5 gennaio 1876 Giulia de Laurentis di Gaetano e
Romana Carini.
9. donna Giulia nacque in Casapulla il 7 ottobre
1847 [31]e
sposò il 30 novembre 1872 Francesco Pianese, gestore di bancolotto. Ebbe 4
figli: Bartolomeo geometra[32],
Maria sposata, Armando che sposa Teresina a Casapulla, Enrico. Da Bartolomeo
nacque Umberto che sposa una Natale cugina di zia Ada[33],
Claudio che sposa la cugina Giulia e Franca morta nubile. Da Claudio Nacquero
Mena[34]
che ebbe una sorella[35],
e Bartolomo[36].
Altri figli di Giulia e Francesco furono: Maria che sposa ?, Armando che sposa
Teresina in Casapulla ed Enrico. Armando ebbe Giulia ? che sposa Paolo Rossi
maresciallo dell'aviazione, generò un figlio che divenne magistrato ed un altro
scemo; altro figlio di Armando fu Mario che divenne magistrato. Enrico ebbe
Giulia che sposò il cugino Claudio Pianese come detto sopra.
10. donna Clorinda nata in Casapulla il 22 settembre
1850[37]
e deceduta nello stesso comune il 1° marzo 1851.
11. donna Adelina nacque in Casapulla il 1° aprile
1855[38]
sposò il 20 febbraio 1882[39]
Giuseppe Natale detto Natalone nato nel 1857 in Casapulla. Essa morì il
2 gennaio 1911 a Napoli. I coniugi ebbero 8 figli: Leontina nata il 12 ottobre
1884, insegnante nubile, Bianca Rosa nata il 4 luglio 1886 che sposa Giuseppe,
Luigi nato il 14 luglio 1888 che sposò donna Concetta d’Alessandro di Napoli il
30 aprile 1922, Arturo nato il 20 agosto 1889 e deceduto il 25 giugno 1891,
Rosaria nata il 10 marzo 1892 sposò l'11 settembre 1928 l’avvocato Michele
Tata, nipote dei senatori Silvio e Michele Petrone alti magistrati, essa morì
nel 1956 a Napoli. Francesco nato il 16 gennaio 1895 e deceduto il 17 gennaio
dello stesso anno; Amelia che sposa un italo americano; Emma che sposa
l'avvocato Archeologo Ermanno D'Apollonio di Isernia, morì nel 1957 ebbero vari
figli.
Da don Luigi NATALE GALIANI[40]
e da Teresa de Sorbo[41]
nacquero 10 figli:
Un aborto verificatosi a tre mesi cioè a 21 ottobre 1867.
don Camillo nato il 21 agosto 1868 in Casapulla ed ivi morto il 28
novembre 1868.
don Vincenzo nato il 10 ottobre 1869* in Casapulla sposò in prime nozze il
24 luglio 1901 in Casapulla Maria Grazia GALIANI di don Felice NATALE GALIANI,
e morì in Cerreto Sannita il 18 febbraio 1925 Sepolto nella cappella del Monte
dei Morti nel cimitero di Casapulla poi traslata dai nipoti nella loro cappella
nel cimitero di Capua[42];
in seconde nozze sposò il 5 dicembre 1910 Maria Michela d’Errico.
don Camillo nato il 5 luglio 1872* in Casapulla e deceduto in Capua il 4
gennaio 1944, sacerdote. Dottore in lettere[43],
Parroco, per volontà del cardinale Alfonso Capecelatro, della Parrocchia di
Santa Maria di Costantinopoli in San Prisco il 23 luglio 1897 per la morte del
parroco don Domenico Palmieri. Parroco di Sant’Elpidio in Casapulla e poi di
San Marcello Maggiore in Capua. Curò una pubblicazione di brani della Dottrina cattolica del cardinale Capacelatro
ed altro.
Un amico di famiglia residente in Casapulla, il
prof Raffaele Marmo in una lettera inviata da Napoli il 5 marzo 1989 a zia
Teresa[44]
residente in Caserta, il seguente fatto:
Qualche
vecchio può rammentare ancora la salda e cordiale amicizia che mi legò per
molti anni e fino alla di lui morte al sig. Manlio Natale, una persona che
stimavo per la sua larga erudizione in lettere, filosofia e musica e col quale
mi piaceva di intrattenermi in conversazione sui più disparati argomenti.

Un meriggio del lontano 1947 di pieno luglio, non ricordo esattamente il
giorno, avevo incontrato il sig. Natale all’incrocio tra la strada provinciale
con la vicinale per Caturano nei pressi del negozio di uno degli Amodio.
Proveniva in bicicletta da Santa Maria C. V. ed era diretto a casa sua. Egli
scese dalla bicicletta e si accompagnò a me. Iniziammo subito una conversazione
ad onta dell’ora piuttosto tarda per il pranzo.
Quando giungemmo a quel largo davanti alla
cappella detta di Sant’Antuono[45],
ci fermammo proprio sotto il simulacro del prof. Stroffolini. La via e la
venella, data l’ora calda e meridiana erano letteralmente deserte.

All’improvviso ci sentimmo salutare da un sonoro
e largo Buon giorno che ci fece girare verso la provenienza della voce e
vedemmo avanzare dalla stessa via che avevamo percorsa noi a passi larghi e
silenziosi un sacerdote col cappello sulla nuca e le mani dietro la schiena con
le quali reggeva le falde del suo cappottino che portava a dispetto dell’afa.
Buon giorno rispondemmo insieme io e don Manlio e subito ci rituffammo nella
nostra conversazione; ma dopo poche battute don Manlio si arrestò, guardò verso
il sacerdote che frattanto era giunto all’altezza della casa del defunto notaio
di Caprio[46].
Guardò me, guardò ancora verso il sacerdote che si allontanava a passi misurati
ed esclamò col suo vocione di basso: ma quello è Camillo NATALE[47]!
E dopo qualche istante di riflessione mi fece osservare: ma Camillo è morto. Io
che conoscevo don Camillo, pur non avendo dimestichezza, con lui, che pure mi
aveva battezzato, come invece l’aveva don Manlio che era stato e ancora
rimaneva suo amico, mi risvegliai come da un torpore e guardai in direzione del sacerdote che si allontanava
solitario e silenziosamente ma senza fretta verso il trivio da noi detto vigna.
Raggiungiamolo! Dissi all’amico e subito egli, volta la bicicletta che spingeva
a mano nel senso della marcia. E con me con passi che almeno allora ci
sembravano forzati, ci mettemmo all’inseguimento. Può sembrare strano, ma,
nonostante il nostro affrettarci, nonostante l’olimpica marcia del sacerdote,
questi ci tenne sempre distanziati dello stesso tratto fino alla fine della via[48],
quando egli voltò verso il cimitero[49].
Di li a qualche minuto fummo pure noi al trivio, ma il sacerdote era sparito.
Don Manlio che conosceva ad una ad una le persone che abitavano in quel
principio di via[50], entrò
in un portone dopo l’altro per chiedere se avessero visto entrare un sacerdote,
mentre gli tenevo la bicicletta in mezzo alla via, ma nessuno l’aveva visto[51].
Era certamente Camillo! Affermò alla fine don Manlio. Chissà perché s’è
mostrato a noi. In parentesi dirò che don Manlio, dopo quella apparizione
ritornò definitivamente in seno al credo cattolico, dopo un lungo periodo di
miscredenza. E intanto io credetti di trovare la spiegazione e gliela riferii.
«Quell’anno avevo insegnato matematica e fisica presso l’istituto
magistrale di Capua e per gli esami di maturità fui nominato membro interno di
una commissione che ebbe per preside la prof.essa Maria del Re dell’università
di Napoli e che era stata mia insegnante assistente del prof. Del Pezzo, quando
ero studente di quella facoltà. La del Re era stata nominata presidente di due
commissioni, la mia e una parallela e allora nominò me segretario di tutte e
due le commissioni. Per tale incarico ebbi l’incombenza di nominare gli
insegnanti di musica ed educazione fisica tra quelli che avanzavano domanda al
Preside dell’istituto. Veditela tu! Mi disse la professoressa tu conosci la
gente del luogo. E difatti per la musica scelsi una NATALE[52]
che sapevo sorella di miei carissimi amici e nipote di don Camillo, e un’altra
NATALE[53]
da me assolutamente sconosciuta, ma si dichiarava abitante alla stessa mia Via
4 novembre[54]. E
allora senza sapere chi fosse la nominai per l’altra commissione. Solo al
ritorno a casa seppi che si trattava di una delle sorelle di don Camillo che io
da ragazzo ero abituato a chiamare donna Candida e che non sapevo affatto che
fosse diplomata in musica. È forse superfluo notare che quella nomina (ella non
aveva mai insegnato ed era piuttosto avanti con l’età) le aprì le porte
della scuola, dove divenne poi di ruolo, e pare ancora per miracolosa
intercessione del santo Suo fratello, che nella sua onestà aveva lasciato le
sorelle in difficoltà economiche. Ma questa è un’altra storia.
Napoli, 5 marzo 1989
Raffaele
MARMO
Nella biblioteca del museo campano sono state trovate da zia Teresa un ode
ed un profilo dedicato allo zio parroco don Camillo:
AL NOVELLO CURATO
CAMILLO GALIANI NATALE
UN RAPIDO SUONO
DELLA MIA LIRA
IN ARGOMENTO DI STIMA
1898
MARCIANISE
TIPOGRAFIA GIOVANNI LASCO
1898
ODE
Ave, Pievano egregio,
Che nutri alma sublime,
Offro, commosso, un sonito
D’affettuose rime,
Manifestando il giubilo,
Che mi rapisce il cor !
La rara tua modestia,
Che inflora questa riva
Certo si turba all’impeto
Di meritato evviva
Ma tu cortese e tenero,
Perdona al Rimator
Bronzi del sacro tempio,
A festa oggi squillate,
Oggi, fanciulle ingenue,
Un cantico intonate
Al nuovo atleta, al fervido
Degnissimo Pastor -
Egli col guardo all’etere,
Ove l’Eterno ha stanza,
Saprà additarvi il gaudio,
Che i desiderii avanza,
Il gaudio, che s’acquistano
I prodi del Signor -
Saprà placar l’altissimo
Se scotesi la terra,
Se rio malor propagasi,
S’arde fraterna guerra,
Se l’onda irata vedesi
Dalla riviera uscir
Oh! quante volte impavido,
Al buio della Selva,
Sciorre saprà la vittima
Di minacciosa belva
Per ridonarla ai Serali
Che allietano l’empir
Egli rammenta ai giovani
La fedeltà nel petto:
Alle fanciulle predica
Il verecondo affetto
Santifica nel talamo
Il nodo dell’amor
Egli confonde il perfido,
Che a rio furor si desta,
E nel cimier di Satana
Chiude l’iniqua testa
Per attaccar la nobile
Schiera del Redentor
Ei con parola magica,
Che pace e amor dispensa,
Sgombra la ria mestizia
Del prigionier, che pensa
Alla diletta Patria,
Al mesto genitor
Ardente, accorto, vigile,
Contar le agnelle ei suole,
Equando l’alba infiorasi,
E quando ferve il sole,
E quando par che Vespero
Doni un sorriso ai fior
Dal tenebroso secolo
Vi scampa, e vi governa,
Prega l’eterno Artefice
Della Città superna,
E nel burron dei triboli
Rapida luce appar
Ei l’ave dell’Arcangelo
Al bambolo innocente
Impara - assiste all’ultima
Tenzone del morente
Reca sgomento a Satana
Dall’incensato altar
Se avessi la melodica
Cetra del Parzanese,
O del famoso Silvio
Le sacre rime accese,
Sciorre, Pastor, tue laudi
Con più vaghezza, e ardir
Direi - ma già la querula
Squilla della preghiera
Ai dolci amici annunzia,
Che il sol ripiega a sera
Annunzia che le tenebre
Invitano a partir
Addio – di gradi altissimi
In fresca età sei degno
Per rare doti, e nobile
Affetto, e colto ingegno,
Cui fa più bello, ingenuo
Di verecondia il vel
Addio - per te discorrano
Avventurose l’ore
Da te lontana sibili
La freccia del dolore
Né mai procella o turbine
Bruno ti renda il ciel
Addio, ripeto - O siati
Di Prisco il suol dimora
O nel bel ciel di Capua
Vedrai raggiar l’aurora
O sia che lungo tramite
Ambo dividerà.
Volgi un pensier nell’animo
Al mio soggiorno antico,
Torni alla tua memoria
Il rimatore amico,
Il rimator, che un cantico
Spesso per te scorrà
14 Gennaio 1898
SALV. Can.
TARTAGIONE
SILVIO TORRE
Direttore del “Giornale della
Campania”
PROFILI E FIGURE
Il Rev.
Parroco Prof. Natale[55]
(OMAGGIO)
Tipografia Bellomo
L’illustre Uomo ci ricorda tutto un passato
luminoso, di dignità, di operosità, di fierezza, attraverso il cognome legato
alle migliori e più fulgide e radiose vicende nostre ed alle più belle
conquiste della nostra terra! Lavoro, pensiero, azione,affermazioni gagliarde
in ogni campo dell’attività civile, intelletto pari alla grande bontà
dell’animo, benemerito per antiche e generose tradizioni. Dotato di grande
ingegno, di vasta cultura, e di larga preparazione compie il suo dovere con
rarissima abnegazione. È giudizio di tutti. Ha portato e porta alla sua
attività contributo di fede, di esperienza, di amore. Ed è un lavoratore che
alla sua missione nobilissima, consacra il suo cuore con incomparabile ardore,
con fervido entusiasmo, con rettitudine di propositi, elevando se stesso. Il
nostro conterraneo dimostra così, con la sua attività, che è sempre primo nei
cimenti, nell’ardimento, nell’azione per rendere l’opera sua proficua e
feconda. Vorremmo dire molto di più ma il nostro è un profilo ristretto,
schematico, espressione solo dei nostri sentimenti. Non si dolga il chiaro Uomo
di queste parole che non sono di adulazione, dalla quale rifuggiamo.
L’intelligenza sarebbe vana se non fosse accompagnata dall’impulso del cuore:
il lavoro sarebbe sterile se non fosse aggiunto alla comprensione degli altrui
bisogni, la esistenza, insomma, sarebbe
miseria se non fosse abbellita dagli ideali di umanità. Ed Egli aduna in se le
qualità più perfette e più degne. Non superbo, modesto, cortese, egli dà in
ogni manifestazione la impronta della più completa signorilità. Interpretando
il voto unanime, esaudendo un desiderio ardente nostro, gli rinnoviamo la
espressione dei nostri sentimenti di viva simpatia, cordialmente beneaugurando.

1 Cappella del Monte dei Morti, sepoltura del parroco
don Camillo Natale-Galiani (Casapulla CE)
Del pro zio Camillo, il Canonico Penitenziere Antonio Casertano scriveva
un Commemorando letto nella chiesa
parrocchiale di San Marcello Maggiore in Capua il dì 7 febbraio 1944:
L’ultima volta lo vidi dinanzi a l’orride rovine del Duomo.Era rimasto
quasi senza parola, come trasognato.Su quel volto emaciato ed esangue si
leggevalo strazio atroce del suo cuore di sacerdote e di cittadino Perché
Camillo Natale, pur non capuano d’origine, amava Capua con appassionata
tenerezza di figlio. E a Capua diede il più e il meglio delle sue ricchezze
interiori. Laureatosi in lettere presso la Regia Università di Napoli, venne
dal Cardinale Alfonso Capecelatro chiamato a insegnar latino nei corsi liceali
di Capua. Erano i tempi in cui il Seminario di Capua toccava il culmine della
sua parabola ascendente. Uomini tra i più colti del Clero archidiocesano ne
tenevano la direzione e v’impartivano l’istruzione. E gli alunni affluivano,
non solo da tutte le zone dell’Archidiocesi, ma pure da tutta la Campania e da
altre regioni meridionali della Penisola: qualcuno veniva perfino dalla
Sicilia. Il novello Professore fu all’altezza del suo compito. Nulla di
asprigno uggioso pesante pedantesco nel suo metodo didattico. In poche e rapide
battute, illuminate d’un benevolo sorriso, rendeva facili le più astruse regole
di sintassi prosodia e metrica, e svelava le bellezze linguistiche stilistiche
e artistiche dei grandi Classici della latinità. Soprattutto amava essere un
educatore. Perché nella scuola non vedeva solo cervelli da imbottir di
cognizioni; ma anime intere da sviluppare armonicamente e aprire agli alti
ideali della vita.
E sapeva trovar lo spunto per accendere ne’ cuori fremiti di vita
religiosa morale e civile. I giovani lo veneravano. E fuori, nel tumulto del
gran mondo, portavan sempre viva nell’animo la cara immagine paterna del
Professor di latino. La la figura di Camillo Natale rifulge particolarmente nel
campo pastorale. Tre parrocchie gli vennero successivamente affidate: la
Parrocchia di Santa Maria di Costantinopoli, in San Prisco (poco dopo l’Ordinazione
Presbiteriale); quella di Sant’Elpidio, in Casapulla; questa di San Marcello mAggiore, in Capua. In tutte e tre fu
infaticabile Operaio del Vangelo. Specie in questa di San Marcello Maggiore;
ove venne con gran corredo d’esperienze, e ove rimase fino alla sua ultima ora,
per quasi un trentennio. Travagliato dall’ansia bruciante di portare anime a’
piedi forati e insanguinati de l’Amore Crocifisso, non pensava che ai problemi
dello Spirito; non parlava che dei problemi dello Spirito; non viveva che per i
problemi dello Spirito. E dalla sua torrida anima rampollavano luminose forme
di apostolato. Vedeva le chiese deserte? E accendeva le “Lampade Viventi”:
anime cioè che ardono e splendono davanti a Cristo Eucaristia, in rapimento
d’amore. Vedeva la preghiera, sublimazione de l’anime dalle opacità della terra
ai fulgori del Cielo, negletta e schernita? E dispensava migliaia di corone del
Rosario. Vedeva la riluttanza, sempre diffusa, alla legge d’amore e di dolore
del Cristianesimo? E portava nelle case la Croce, abissale poema che da due
millenni canta il più alto Amore e più alto Dolore. Vedeva crescer, anche tra
le classi colte, l’ignoranza religiosa, radice feconda di miscredenza e
d’indifferentismo? E faceva una ristampa di alcuni trattati de2La Dottrina
Cattolica” del Capecelatro: pagine calme ariose soleggiate, che espongono
dimostrano e vigorosamente difendono contro gli assalti della negazione le
vertà del Cattolicismo. Vedeva l’istituto familiare disgregarsi sotto l’azione
dissolvitrice d’una torbida mondanità, spensierata e gaudente? E con
l’Associazione Pio X chiamava a raccolta gli Uomini Cattolici per la
restaurazione cristiana della famiglia. Vedeva i fanciulli e i giovani
minacciati dalla corruzione dilagante? E apriva loro la sua casa; dava loro
innocenti svaghi; parlava loro con la voce del cuore; spargeva copiosamente in
quelle vite esuberanti il frumento di Cristo. Vedeva i Soldati sbattuti dal
turbine della vita militare? E li accoglieva ne” La Casa del Soldato” – ove
trovavan qualche comodo e respiravan l’aria corroborante della sanità morale. Vedeva
poveri dibbattersi duramente nella morsa dilacerante della miseria? E, acceso
di carità, soccorreva con larghezza. E non si fermava qui; ma, attraverso la
misericordia corporale, arrivava alle anime e le illuminava. E’ stato detto da
un grande Scrittore e gran Cristiano dei nostri giorni: “A che altro è più
simile un prete santo, se non a un simbolico cero che bruci, consumandosi, tra
Dio e gli uomini, acceso in Dio, splendente per gli uomini?”
Tale fu Camillo Natale.
E ora?
Ora non più lo vedremo. Non più
udremo la sua voce. E’ un mese che il suo sguardo è spento; la Sua bocca è
muta; il suo cuore è fermo. Un male che lo minava da anni lo stroncò Di colpo,
al cadere d’una giornata[56]
laboriosa: Forse in quei supremi istanti gli balenaron a l’anima le parole di
Paolo:”Ho combattuto la buona battaglia; ho terminato la corsa; ho conservato
la fede. Ora m’aspetto la corona della giustizia”. Sopra la sua pietra
sepolcrale potremmo incidere: Passò sulla terra come fiamma inconsumabile
d’amore. Non più lo vedremo. Non più lo udremo. Ma non lo scorderemo mai più.
Dal profondo del nostro essere leveremo per te, o Sacerdote di Cristo,
la preghiera suffragante.
E tu ricordati di noi rimasti tra i fragori e gli orrori
dell’apocalittico ciclone di ferro e di fuoco che da oltre quattro anni
sconvolge il mondo, e ora va riducendo la nostra grande e sventurata Italia, la
terra di Francesco d’Assisi e di Caterina da Siena, in un’immane catasta di
macerie e di cadaveri.
Ricordati di noi.
Prega
che sul mondo devastato e insanguinato rifolgori il sole risanatore e
fecondatore della Pace Cristiana.
Altri figli di don Luigi furono:
Un altro
figlio nato morto il 13 ottobre 1874.
don Carminio NATALE GALIANI[57], nato in Casapulla il 13 marzo 1877[58]*,
sposa il 5 febbraio 1906* Maria Teresa Trepiccione di Giuseppe, nata in
Casapulla il 31 luglio 1879* e ivi deceduta il 17 dicembre 1966*. Carminio[59].
morì in Casapulla il 22 luglio 1950[60]*.
Entrambi i coniugi sono riposano nello stesso loculo della cappella gentilizia
costruita dai figli al lato Est dalla planimetria posta al n.5[61].