
abate
Opere
a cura di Furio Diaz e Luciano Guerci
Fra gli scrittori italiani del settecento, Ferdinando GALIANI è forse quello che, insieme a Beccaria e a Filangeri, ebbe più ampia notorietà in tutta Europa. La sua lunga permanenza a Parigi, la conoscenza e le relazioni che vi stabilì con i protagonisti dell'illuminismo francese e con i frequentatori dei più celebri salotti culturali della capitale, il suo intervento nella questione della libertà economica con i Dialogues sur le commerce des bleds, fecero di lui un personaggio quanto mai brillante sulla scena del mondo delle lumières. Furono poi le amicizie con i philosophes e con le colte dame che ne condividevano le idee, in primo luogo con Diderot e Madame d'Epinay, all'origine, nel successivo periodo del suo ritorno a Napoli, di quella fitta corrispondenza che resta tra i più preziosi documenti dei rapporti intellettuali del secolo. Cultore acutissimo della nascente economia politica e rappresentante tra gli originali e sommi della cultura napoletana, il GALIANI fin dal 1751 aveva scritto il Della moneta, il primo trattato di rilevanza scientifica nella storia del pensiero relativo al probblema del numerario e del valore di scambio: ne fa menzione anche Marx, a più riprese, nella sua opera. Negli anni, infine, vissuti a Napoli dopo il suo soggiorno parigino, dal 1769 alla morte avvenuta nel 1787, GALIANI svolse una significativa attività come consigliere in materia di economia del governo napoletano, mediante memorie, consulte, proposte. I dialoghi, il trattato, gli interventi tecnici ed impegnati del consulente, sono la rigorosa milizia mondana del nostro più illustre abate libertino, cui fanno corona numerosi scritti d'occasione nel senso della sua disponibile genialità. Pari onore conferiscono alla sua lucidità di scrittore ed anche qui, e forse più evidenzialmente, si coglie il piglio spregiudicato di questo spirito, che alla mancanza di rispetto per tutti gli idolo della tradizione[1], oppose tanta intensa realistica concretezza: immunizzatrice quant'altro mai da ogni ottimistica fiducia negli schemi eccessivamente razzionali delle soluzioni generali, e sia pur questa antiveggenza, in cui non poco si coglie della lezione di G. B. Vico, anche il limite della sua sostanzialmente scettica natura. Corredato da un apparato di note puntuali e stringenti che sono imprescindibile ausilio ad illuminare il fitto complesso di fatti, di occasioni e di personaggi che sottendono all'ambito culturale sociale e biografico delle singole opere, il volume ILLUMINISTI NAPOLETANI "OPERE DI FERDINANDO GALIANI a cura dei sopra indicati autori, intende fornire l'insieme più esauriente possibile degli scritti dell'abate napoletano, offrendo al lettore, sulla base delle edizioni originali, oltre a tutti i principali testi già editi, una larga scelta della corrispondenza, ed una raccolta molto significativa di inediti che, raccogliendo alcuni scritti giovanili, fanno spazio ai pareri ed alle memorie da lui presentate al governo napoletano, durante l'ultimo periodo della sua vita.
Benedetto Croce, che così efficacemente ci ha ammonito contro la storia dei "se", proprio riguardo a Ferdinando GALIANI sembra aver fatto una giustificata eccezione. Cosa sarebbe avvenuto dell'abate napoletano se fosse rimasto a Napoli, invece di essere destinato, nel 1759, alla carica di segretario dell'ambasciata del Regno a Parigi? Si sarebbe assai probabilmente perduto per mancanza di materia su cui lavorare, e di stimoli efficaci… scriveva Croce; si sarebbe lasciato andare all'ozio, ai giochetti accademici, agli scherzi leggeri, e perfino alle buffonerie triviali ecc. ecc. Insomma, senza il tuffo nell'ambiente spregiudicato di Parigi, senza la sollecitazione della discussione culturale e civile suscitata dalle Lumières nei salotti letterari e nei circoli durante i dieci anni del suo soggiorno parigino, Ferdinando GALIANI non avrebbe trovato 1e condizioni propizie a svolgere le migliori e più schiette forze del suo ingegno; soprattutto, intanto, non avrebbe scritto i Dialogues sur le commerce des bleds che restano pur sempre il suo capolavoro, che solo dalla diretta esperienza dell'insegnamento della scuola fisiocratica e delle discussioni e reazioni da esso provocate potevano prendere origine. E la pubblicazione dei testi raccolti nel volume citato sopra in calce, mostrando la produzione anche inedita del GALIANI funzionario borbonico negli anni che vanno dal ritorno in patria alla morte (1769-1787), non può che confermare un'impressione, che va oltre le parole del Croce, come di due GALIANI: quello che per molti aspetti egli fu sempre, in parte anche durante il soggiorno parigino, più strettamente aderente e al suo temperamento pigro e gaudente e alla tradizione culturale entro cui in patria si era formato e all'atmosfera intellettuale e politica piuttosto arida e stantia che regnava alla corte di Napoli e nelle stesse èlites di uomini di cultura e di alti funzionari della capitale; e quello invece che nel suo grande libro e nelle lettere al ministro Bernardo Tanucci e nella corrispondenza francese, echi contemporanei e postumi di quella conversazione spiritosa e intelligente che lo fece l'idolo dei salotti parigini, egli ci appare. Non senza che, ovviamente, i due personaggi s'intreccino e confondano di continuo, sicché ad un certo momento il GALIANI funzionario del Regno mostrerà di utilizzare proprio in queste sue mansioni i risultati migliori della sua esperienza parigina. Non sarebbe quindi giustificata una linea di ricostruzione biografica che, quasi dipartendosi da una qualifica precostituita, perseguisse il ritrovamento di due diverse personalità lungo una vita tutta siglata da tratti tanto originali d'intelletto e di temperamento. Ma, semplicemente, tener presente l'intreccio dei due distinti filoni varrà a rivelarci meglio la complessa vitalissima figura di chi, certo senza avere la sincera vocazione illuministica, la schietta adesione ai principi di rinnovamento e di riforma che caratterizzano altri nostri autori settecenteschi, in pochi anni seppe conquistarsi nel centro stesso delle lumières europee una fama e una considerazione che nessun altro italiano, salvo Cesare Beccaria, raggiunse. Del resto, molto sembra essere spesso riservato al caso nella vita di colui che gli amici francesi chiameranno Machiavellino. Fin dal luogo di nascita, avvenuta il 2 dicembre 1728 a Chieti, dove il padre Matteo GALIANI, gentiluomo di Foggia, si trovava allora in qualità di regio uditore. Di là passò a Trani con la carica di fiscale[2], Matteo GALIANI nel 1735 inviò a Napoli Ferdinando, perché venisse educato presso il fratello Celestino, che dal febbraio 1732 era divenuto Cappellano maggiore del Regno[3], e che già nello stesso 1732, anno in cui da arcivescovo di Taranto era passato all'alta funzione nella capitale, aveva preso con sé il fratello maggiore del nostro abate, Berardo (1724-1774), destinato a divenire archeologo e critico di architettura, traduttore e commentatore di Vitruvio. Sulla educazione dei due fratelli prima nella casa dello zio a Sant'Anna di Palazzo, poi, quando Celestino nel 1737 si trasferì a Roma per le trattative del Concordato, nel monastero dei Celestini di San Pietro a Maiella, sui maestri che essi vi ebbero, sulla élites di letterati e dotti che poterono frequentare nel salotto dello zio, ha scritto ampiamente Fausto Nicolini. Qui sarà da notare che la puerizia e l'adolescenza di GALIANI sono assai illuminanti sulla sua personalità futura. Adolescente sveglio e irrequieto, curioso di notizie erudite e di aneddoti civili e culturali, verseggiatore, presto versatissimo nel latino e poi anche nel greco e nell'ebraico, insieme al fratello Berardo divenne coltissimo in archeologia, e insieme a lui studiò diritto civile e canonico presso Marcello Cusano[4]. Sono gli studi che già nel 1747-48 consentirono al GALIANI di scrivere la Dissertazione sullo studio della moneta ai tempi della guerra troiana per quanto ritraesi dal poema di Omero[5]. Ma come andò che, invece di seguire ancora il fratello nel lavoro di erudizione, magari nell'ambito di quell'Accademia Ercolanese della quale anch'egli, nel 1755, sarà nominato socio, Ferdinando GALIANI, che nel 1745 aveva preso gli ordini minori divenendo abate di Santa Caterina a Celano, già nel 1751 compieva il suo primo eccezionale exploit pubblicando, anonimo, il Della moneta? Gli anni fra il 1744, quando tradusse dall'inglese Some Considerations of the Lowering of Interest and Raising the Value of Money del Locke[6], e il 1751, quando apparve la prima edizione del Della moneta, restano ancora i meno noti della biografia intellettuale del nostro autore. Naturalmente, c'è l'influsso di Bartolomeo Intieri e Alessandro Rinuccini, frequentatori, come l'ormai stanco Vico, e Giuseppe Pasquale Cirillo, Nicola Fraggianni, Alessio Simmaco Mazzocchi, Matteo Egizio, Giacomo Martorelli, Gioacchino Poeta, Agnello Fiorelli, Domenico Sanseverino, Nicola e Pietro De Martino, Francesco Serao, ecc., della casa di Celestino GALIANI. E chi rilegga le belle pagine di Franco Venturi[7] sull'opera di incoraggiamento degli studi economici svolta dall'Intieri fino alla fondazione della cattedra di «meccanica e commercio», che permise ad Antonio Genovesi la elaborazione delle sue Lezioni di commercio, si renderà conto di come, dal contatto con questo toscano entusiasta promotore della ricerca di tutti i mezzi atti a incrementare la vita economica, la produzione di beni e la circolazione delle ricchezze, Ferdinando GALIANI dovette essere spronato ad approfondire quei problemi economici cui già il suo talento lo inclinava. Ma il periodo del maggiore scambio d'idee fra l'ormai ricco e influente toscano e il giovane abate sembra essere stato quello successivo alla pubblicazione del Della moneta, la cui apparizione, come si vede dalla sua corrispondenza, colse di sorpresa lo stesso Intieri; e anche dopo la morte di Celestino GALIANI, può esser frutto della collaborazione tra Ferdinando e il vecchio amico dello zio la pubblicazione, nel 1754, del Della perfetta conservazione del grano, di cui GALIANI si è dichiarato autore in vari luoghi (cfr. ad esempio, in questo volume, Sull'annona di Genova, e anche in occasione della sua traduzione francese, nel 1770, venne attribuita al nostro abate. Pur se l'opuscolo, che descrive una stufa per la conservazione del grano ideata dall'Intieri nel 1728 e da lui fatta costruire nel 1731, ha nella impostazione robustamente tecnica e nello stile stesso del discorso un andamento tipicamente «intieriano», tale da far pensare a una partecipazione galianea di molto minor rilievo di quella che il vanitoso Ferdinando si attribuirà. Se dunque, nella casa di Celestino, e forse anche nella villa dello stesso Intieri a Massa Equana, GALIANI respirò l'atmosfera della fervida discussione di cose economiche che preparava nella Napoli di quegli anni il fiorire della lezione di Genovesi e il sorgere di quella che può chiamarsi la sua scuola, peraltro il cammino che dalle composizioni pur sempre umanistico-erudite, come la citata dissertazione sulla moneta all'epoca della guerra di Troia e il di poco precedente saggio Dell’antichissima storia delle navigazioni nel Mediterraneo (1746), conduce ad un lavoro eccezionalmente specialistico come il Della moneta, il nostro abate lo percorse in gran parte da solo, con quel caratteristico sbrigliarsi della sua mente, fecondissima d'improvvise intuizioni, di rapide assimilazioni e di lucide elaborazioni, che dovrà, appunto a cominciare dall'improvvisa comparsa del suo libro nel '51, meravigliare spesso i contemporanei. Certo, se c'è motivo per una contrapposizione dei due GALIANI, anche prima del periodo francese, in certa bipolarità del temperamento, degl'interessi, della dimensione intellettuale del nostro abate, questo ci è dato in maniera singolare dal periodo appunto che dalle sue prime esercitazioni in quella Accademia degli Emuli, che era poi un periodico riunirsi, per discutere argomenti letterari, nella casa del gentiluomo napoletano Girolamo Pandolfelli, va al 1751. Non che almeno nella «lezione accademica» più di rilievo tenuta in quella sede, che sia rimasta fra le sue carte, relativa all'amore (1746), non si ritrovino spunti che vanno al di là della mera esercitazione teorica, per impostare alcuni problemi di un certo impegno culturale e filosofico. Si ha già così un tema che tornerà spesso nelle meditazioni dell’abate, quello del valore della espressione linguistica, della sua influenza nell’articolazione e manifestazione delle idee. «Io ho sempre creduto» scriveva il giovane accademico «che se non tutte, almeno quasi tutte le quistioni che in ogni scienza ed in ogni cosa si fanno, siano questioni di voci, onde siegue che definite queste debbano esse necessariamente finire, o dilucidarsi. È ben vero però, che dopo più esatta ricerca io non saprei dire se sarebbe util cosa, o no che tante questioni e dispute si perdessero in tutto, e tante se ne dilucidassero, poiché molte scienze, alcune delle quali sono non poco utili alla bellezza, all’armonia, ed al gran giro di questo mondo, si perderebbero e sparirebbero affatto, ed il dilucidare alcune arrecherebbe forse non piccol danno a quanto credono aver di più caro gli uomini in questa vita». Che era per buona parte una sorta di nominalismo superficiale; ma al fondo spuntava il senso del valore creatore della elaborazione mentale in sé, qualcosa tra lockiano e vichiano, con un certo generico presentimento del rilievo che l’illuminismo darà al peso delle idee, della stessa discussione culturale nella globalità della vita umana. Altrove, poi, alcune notazioni di sapore materialistico e sperimentalistico, come quella circa la necessità di conoscere meglio la «struttura del cerebro», per discutere della volontà, del giudizio e delle passioni, o sull’origine puramente «machinale» di molti moti d’amore, che magari «taluni credono effetto della santità del sagramento», preannunziano il GALIANI realistico osservatore e spregiudicato analista delle concrete motivazioni delle azioni umane, che troverà fecondo campo di applicazione nell’esame della vita economica. Resta che la maggior parte di quella ventina di fogli fittamente manoscritti era dedicata alla piuttosto vana disquisizione circa le varie specie, forme, manifestazioni dell’amore, circa i loro incentivi e le loro conseguenze nella via civile, secondo una psicologia di maniera. Né certamente si poteva pretendere di più da un giovane di diciotto anni. Come, e ancor più, serbano il carattere di esercitazione retorica l’altro componimento Sopra la morte di Socrate non datato ma certamente, e per la collocazione fra le carte dell’abate, e per il tema e lo stile, da porsi tra iò 1746 e il ’50, e così quello Sull’amor platonico, che per la menzione fattane in una lettera del Conte di Punghino al GALIANI, del 2 dicembre 1748, dovrebbe appunto ascriversi a quest’ultimo anno. Si tratta di studi nell’ambito dell’apprentissage classico del giovane abate, secondo i canoni della cultura dell’epoca. Neppur qui manca certo quella vivacità d’ingegno che renderà famoso GALIANI. O che, in una lettera che si finge scritta da Atene, alcuni anni dopo la morte di Socrate, da un pitagorico (Eutrephon) a un suo amico residente nella Magna Grecia (Theognetes), l’esaltazione della grandezza del filosofo e della nobiltà della sua fine apra la via a un colorito tratto contro lo spirito di persecuzione e la bassa furbizia dei preti: «I preti nella general confusione, dopo il sacco dato da’ Lacedemoni alla città, corsero esclamando contro di Socrate, e tutte le pubbliche e private calamità attribuivano allo sdegno degli Dei, che pretendevano essi d’essere stato da lui mosso coi suoi continovi prosuntuosi discorsi contra di loro». O che la dissertazione sull’amore platonico, tenuta ancora all’Accademia degli Emuli e richiamantesi alla precedente sull’amore in genere, sbocchi nella presa in giro, gaiamente cinica, degli amanti platonici, qualificati come coloro che, disgraziati nell’amore reale, perché respinti da una donna o incapaci di trovar chi li ami, o li faccia felici magari con l’inganno, trovano un’altra sorta d’inganno beatificante nella esaltazione filosofico-poetica delle incredibili bellezze e virtù dell’amata: «quell’infelice che dalla sua donna non riceve altro che ripulse, disprezzo, crudeltà e rigori, che volete ch’ei faccia? La sua donna non vuole in cosa alcuna ingannarlo. Dunque dovrà egli restare sempre infelice perché non ingannarlo? No, la provvidenza e la natura stessa, che noi alla nostra felicità spinge sempre e conduce, fa che insensibilmente l’uomo che non trova chi lo voglia ingannare e rendere felice, s’inganni e si feliciti da sé medesinio. Quindi comincia egli a dire che nella sua donna egli ama le grazie, gli amori, le veneri tutte raccolte insieme, ma principalmente le virtù tutte, che in lei quasi in propria sede si posano e si annidano», Gaio, spregiudicato, un pò cinico realismo. Sotto le auliche sembianze dell’abatino studioso dell’antichità classica o cólto oratore in un’accademia letteraria appaiono già i tratti del futuro Machiavellino. Ma, al di là dell’intreccio delle inclinazioni di temperamento e delle componenti formative di GALIANI, il problema storico che qui si pone resta quello: come proprio negli anni in cui, pur con questi spunti originali di realismo anticonformista[8], egli sembra prevalentemente occupato intorno a temi della tradizionale cultura letteraria, filosofica, d’impronta umanistico-retorica, può invece anche preparare un saggio specialistico di economia monetaria? Problema, s’intende, di ambiente culturale e civile, oltre che di fonti e d’informazione personale. Ovvio il riferimento alle condizioni della vita economica e finanziaria a Napoli nel 1749 e ai testi da GALIANI stesso citati, Bernardo Davanzati, Antonio Serra, Carlantonio Broggia, Troiano Spinelli. E in fondo la storia migliore della genesi del Della moneta l'ha fatta GALIANI stesso nell’Avviso premesso alla seconda edizione del suo libro, del 1780, parlando dei timori che in quell’anno '49, tornata la pace col trattato di Aquisgrana, avevano fatto sorgere nel Regno l’aumento dei prezzi e insieme la scarsa disponibilitá di liquido, il calo di certe ricchezze mobiliari, ecc., e mostrando nel suo saggio la spiegazione in termini realmente economici di quei fenomeni, la risposta a quei timori, nel ricordare la dimestichezza con Rinuccini e Intieri, oltre che la conoscenza dei trattati di Broggia e di Spinelli, come gli antecedenti diretti del suo lavoro. Ma ove accolta così letteralmente, come ad esempio faceva il suo primo biografo, Luigi Diodati, questa ricostruzione fatta da GALIANI delle origini storiche e intellettuali del suo libro può peccare insieme per eccesso e per difetto. Per eccesso, perché forse, data la posizione complessivamente critica da lui assunta verso Broggia, ne può uscire diminuito il senso del valore degli studi di quest’ultimo, dell’influenza che essi dovettero avere nelle riflessioni di quel circolo di studiosi di cose economiche che si raccoglieva appunto intorno all’Intieri, e ai quali peraltro, come al nostro stesso abate, il nome del Broggia non tornava troppo gradito per la loro fondamentale divergenza d’idee, e forse, a causa della disgrazia in cui nel 1755 egli era incappato da parte di Carlo III e di Leopoldo Di Gregorio marchese di Squillace, non sembrava onorevole a mettere in evidenza. Per difetto, perché neppure GALIANI, in quel breve tratto autobiografico di trent’anni dopo, poteva aver piena consapevolezza di alcune linee distintive, caratterizzanti, del suo saggio rispetto ai precedenti e contemporanei lavori sull’argomento. Basta ancora leggere il Diodati per avvertire come fosse difficile ai contemporanei, almeno al superficiale biografo che scrive nell’anno stesso della morte di GALIANI, valutare più in profondità il significato della problematica economico-finanziaria che il Della moneta avviava. Altro che, schivate le conseguenze dannose che la pubblicazione dello scherzoso componimento sul boia Iannaccone avrebbe potuto provocargli da parte dell’avvocato Giovanni Antonio Sergio, presidente dell’Accademia presa in giro da GALIANI, pensare «di acquistarsi nel mondo letterario un’idea più nobile e vantaggiosa»! In realtà è attraverso i libri come il Della moneta che, più o meno consapevolmente, i nostri intellettuali del Settecento rompono le barriere di provincialismo, di gretta tradizione erudito-letteraria, cominciano a rivoluzionare il proprio atteggiamento culturale e civile, assumono una linea di condotta che, avvicinandoli ai philosophes i quali proprio negli anni cinquanta vanno dalla Francia imponendosi come protagonisti sulla scena non solo intellettuale ma politico-civile europea, tende a inserirli nelle strutture dello Stato, al vertice stesso della sua direzione, per un’opera di rinnovamento e di riforma. Se questo è il punto di vista essenziale per la comprensione e valutazione storica del Della moneta, può forse apparire meno significativa, anzi talora leggermente deformante la reale prospettiva storiografica, la ricerca dei precorrimenti che sul piano specifico delle teorie economiche il libro di GALIANI può recare. Rapporti fra «rarità» e «utilità» come elementi del valore[9], sottolineatura delle caratteristiche del «valore d’uso[10]», intuizione della «teoria della decrescenza della utilità dei beni[11]», soggettività «del rapporto di equivalenza fra la quantità di una merce e quella di un’altra merce» e «interdipendenza fra rarità della merce e consumo e quindi domanda[12]», e via seguitando. Sono tutti aspetti realmente presenti nel saggio, sbalorditivamente originale e maturo, del ventitreenne abate napoletano, e aspetti dei quali non si può certo disconoscere il significato, se si vuole d’intuizioni precorritrici, nel processo di formazione di moderni concetti dell’economia e della scienza monetaria. Ma sul piano della specifica interpretazione storica val certo più guardare, anziché al futuro, a ciò che effettivamente il Della moneta nel suo insieme rappresentò nel contesto della sua epoca, nello svolgersi della cultura, delle idee e dei propositi di riforma nella vita economica degli Stati, del Settecento italiano ed europeo. Un cólto corrispondente di Messina, il conte di Punghino, che in certi luoghi figura come il conte Toccoli[13], al quale GALIANI aveva inviato negli anni quaranta alcune sue composizioni rimaste inedite, come quella sull’Anticristo o quella circa gli «errori commessi sull’opinione del Messia», ci dà un vivo esempio, nelle lettere inviate fra il 1750 e il 1751, del distacco in cui la cultura tradizionale doveva venire a trovarsi di fronte a un libro come il Della moneta. Richiesto da GALIANI di un parere circa il valore, arbitrario o meno, e circa l’utilità e l’uso delle monete, il nobile amico in una prima lettera, del 7 dicembre 1750, sembrava venire incontro al corso dei pensieri del giovane autore. Al quesito se la moneta fosse da considerarsi una istituzione arbitraria o no. rispondeva, pur attraverso una discutibile escursione storica di un vichismo molto approssimativo, che le miniere d’oro e d’argento, per quanto casualmente scoperte dagli uomini, avevano ad essi offerto una merce di tale bellezza, comodità, ecc., che si era imposta come misura degli scambi: sicché «non è fuor proposito il dire che sia stato nella sua prima istituzione un uso economico, in quanto serviva all’cconomia della vita e dei commerci». Ma poi, stretto dal GALIANI a dare più preciso parere circa il valore e l’uso della moneta, il Punghino non mancava di ricadere in una dissertazione utopistico-moralistica, dove l’esaltazione settecentesca dello stato di natura, il mito della felicitá dei popoli primitivi si congiungevano con motivi della tradizionale retorica cattolica, di apologia della povertà e del disdegno delle ricchezze, per approdare a una conclusione abissalmente distante dalla impostazione economica del problema della moneta: «Ma le monete non veggono a quale degli umani sensi posson recare giovamento, e qual virtù abbiano in sé stesse... Il gusto, il tatto, l’udito, l’odorato, l’occhio, che gustano, che toccano, che odorano, che vedono, di grato, palpabile, odoroso, soave e vago, quando ad essi presenti si fanno le monete? In sé stesse che valore hanno! che uso potrebbe farne la medicina e tutta l’umana vita, se l’opinione del volgo non avesse attaccato ad esse un merito che in sé non hanno?». Si era, con questa lettera, al 18 gennaio 1751, e il gran libro del nostro abate doveva uscire di lì a pochi mesi. Non è da meravigliarsi se la corrispondenza del Punghino non rechi più traccia di richieste o notizie di GALIANI a proposito della moneta, fino a circa un anno dopo, quando il saggio galianeo ormai da tempo pubblicato è atteso anche dall’amico messinese, che fra l’altro così appare comunque uno dei pochi che conobbero fin dall’inizio chi ne fosse l’autore; e tuttavia il Toccoli, in una lettera del 7 febbraio 1752, mostra di non avere capito perché mai GALIANI, fra tanti temi che aveva da trattare, e alcuni anche preso a studiare, abbia scelto poi proprio quello della moneta, per «porre alla gran luce del mondo un’opera, che apparecchiata con così grande apparato, come avete fatto voi, saria stata bastante occupazione per la lunghissima vita del più vecchio di quegli stessi antichi vostri Patriarchi, se di quelli il più dotto avesse avuto la menoma parte della vostra erudizione». Mentre il Toccoli era rimasto impigliato in un discorso moralistico, ostentando il disprezzo dei filosofi per la moneta, il cui valore era solo effetto dell’opinione del «volgo», il GALIANI si era dedicato seriamente allo studio scientifico dei requisiti della moneta sull’unico piano dove di essa occorre parlare, quello economico. Ma, come si è visto già dall’Avviso della edizione del 1780, solo un uomo di cultura tradizionalistica, angustamente letteraria e umanistica, come doveva essere il Punghino, poteva meravigliarsi del tema scelto da GALIANI, a prescindere dalle inclinazioni fino allora manifestate da quest’ultimo nella sua attività intellettuale. Come nel suo bel volume sul Settecento riformatore Franco Venturi ci ha di recente illustrato, il Della moneta di GALIANI è solo un pezzo di un vasto mosaico, una voce di quell’ampio «dibattito delle monete» che il 17 agosto 1751 Beltrame Cristiani diceva esser penetrato in tutta Italia come «una specie di fanatismo». Sicché, davvero, a considerarlo ancora in sé, immersi nelle «rapsodiche volute» in cui ci conduce «l’intelligenza pieghevole e lucida di GALIANI», il Della moneta rischia di restare un «incantato labirinto». Nel quale, come suggerisce ancora Venturi, conviene quindi entrare solo se provvisti di una mappa, che è quella fornitaci «da tutta la discussione monetaria che si andava svolgendo» nel mondo culturale italiano di quegli anni «sui problemi del Regno napoletano e dell’Italia che stava uscendo dalla guerra di successione austriaca»; e solo «una rilettura di questo celebre libro alla luce di tale realtà potrà contribuire indubbiamente a chiarire il significato di queste pagine portentose e stupende», Toccherà certo al lettore rileggere il testo che si presenta nel volume nella sua prima edizione, del settembre 1751, alla luce delle suggestive pagine d’inquadramento e interpretazione storici di Franco Venturi. Qui ci è dato solo rivedere l’incidenza che il contatto con questo fervore di operosità intellettuale per l’esame di un problema tanto importante e concreto della vita economica ebbe nello svolgimento delle idee di GALIANI, nel suo immediato splendido frutto e oltre. Occorrerà anzitutto un po’ di cronologia. Colpisce la quasi contemporaneità di tutti questi scritti monetari. Se si eccettuano il Trattato de’tributi, delle monete e del governo politico della sanità del Broggia, che è del 1743, le Riflessioni politiche sopra alcuni punti della scienza della moneta dello Spinelli, la cui prima edizione non reca luogo né data, ma la cui composizione deve porsi fra il 1749 e il 1750, nonché il Del commercio di Gerolamo Belloni (Roma 1750), ai quali libri GALIANI stesso allude in alcuni passi del suo saggio, tutti gli altri appaiono esser stati composti proprio nel periodo stesso di elaborazione del Della moneta o comunque in circostanze da non poter essere stati consultati dal nostro abate per la stesura della sua opera: anche quel Dell’indole e qualità naturali e civili della moneta e de’principii istorici e naturali de’contratti, di Giovanni Fabbrini, pubblicato a Roma sui primi del 1750, ma di cui GALIANI, che mostra di ben conoscere il lavoro del Belloni, pur posteriormente pubblicato, non fa alcun cenno. Degli autori poi che pubblicarono i loro scritti fra il 1751 e il 1752, Pompeo Neri, Gian Rinaldo Carli, Giovanni Francesco Pagnini, Pier Giovanni Capello, René-Louis Voyer d’Argenson, Girolamo Costantini, nonché l’anonimo del Problema se meglio sia accrescere di prezzo la moneta reale, oppure minorarla ( 1750) incluso nel terzo tomo della raccolta De monetis ltaliae pubblicata a Milano nel 1750-52 in quattro volumi da Filippo Argelati, non appaiono certo tracce consistenti di reciproche influenze fra le loro opere e il Della moneta. Del Pagnini stesso GALIANI cita la traduzione dei Ragionamenti sopra la moneta, l’interesse del denaro, le finanze e il commercio di Loke (Firenze, Bonducci. 1751), ma non nomina invece il Saggio sopra il giusto pregio delle cose, la giusta valuta della moneta e sopra il commercio dei Romani, che pure era apparso, in appendice, in quello stesso volume. E anche il Costantini. il cui Delle monete in senso pratico e morale, pubblicato a Venezia sulla fine del 1751, sembra diretto proprio contro le idee del GALIANI circa l’inflazione e gli «alzamenti», non cita in questa sua opera il Della moneta, cui accenna invece solo nel successivo minore scritto Caso di monete imprestate (Venezia 1753). Infine il Broggia che nel 1754 tornerà sull’argomento, alla cui discussione aveva in certo senso dato il la col suo Trattato del 1743, nella Memoria ad oggetto di varie politiche ed economiche ragioni e temi di utili raccordi che in causa del monetaggio di Napoli s‘espongono e propongono ecc. (1754), pur sostenendo ancora in questo suo nuovo scritto la tesi, nettamente contraria a quelle di GALIANI, della necessità di una rivalutazione delle monete napoletane a spese dello Stato, non fa mai espresso riferimento al libro del nostro abate. Certamente, alcuni di questi uomini impegnati nel «dibattito delle monete» entrarono presto in contatto con GALIANI, insieme alla élite dotta di tutta Italia. Solo per fermarsi agli esempi di maggior rilievo, il Neri gli scriverà da Milano, il 13 dicembre 1753, assicurandogli di aver ricevuto il Della moneta, tramite l’amico comune Camillo Piombanti, di cui piange la recente morte; e nel 1754 il principe Trivulzio, che scrive da Milano firmandosi «Lucullus», gli comunicherà che l’Argelati ha intenzione di ristampare il suo «dotto» saggio in quel quinto volume del De monetis Italiae che non sarà poi mai pubblicato[14]. Ma soprattutto-e queste e altre lettere ne sono appunto l’eco-il contatto più efficace con gli esponenti qualificati della nuova cultura italiana, aperta verso i problemi dell’economia, e fra essi con i protagonisti della discussione sulle monete, GALIANI lo aveva stabilito nel viaggio compiuto attraverso la penisola, subito dopo la pubblicazione del suo libro, dal novembre 1751 al novembre 1752. Nelle sue annotazioni[15] ci sfilano così innanzi le figure di maggior rilievo di questa rinnovata vita intellettuale italiana, al tournant verso il riformismo della seconda metà del secolo. A Roma, dove alloggia presso il convento dei Celestini, GALIANI incontra Giuseppe Simonio Assemani, Giovanni Gaetano Bottari e Pier Francesco Foggini, che lo guidano attraverso la Biblioteca e il Museo Vaticano e lo intrattengono di argomenti di filosofia e di religione, di affari ecclesiastici e questioni economiche, frequenta i cardinali Silvio Valenti Gonzaga segretario di Stato di Benedetto XIV, Tiberio Carafa, Francesco Landi, Giuseppe Spinelli, l’ex-arcivescovo di Napoli, col quale, noto per l’atteggiamento d’intransigenza curialistica tenuto nella capitale borbonica, dice di aver «discorso molto di politica e di cose profondissime di stato». A Siena, dove suscitano la sua ammirazione i monumenti e la bellezza delle donne, fra gli altri letterati conosce Francesco Alberti di Villanova, autore di un dizionario famoso nel Settecento, e Guido Savini, membro dell’Accademia dei Fisiocratici e autore dell’Elogio di Sallustio Antonio Bandini. Più significativi i nomi che ricorrono nelle pagine relative al soggiorno di GALIANI nei maggiori centri del granducato, Livorno, Pisa, Firenze dal gennaio al maggio del 1752: Filippo Venuti e l’avvocato Giovanni Iacopo Baldasseroni, Tommaso Perelli. Gualberto de Soria, Odoardo Corsini, Leopoldo Guadagni, Gianlorenzo Berti, Gaspare Cerati, Anton Maria Vannucchi, Francesco degli Albizi, Giuseppe Pelli Bercivenni, Antonio Cocchi, Camillo Piombanti, Lorenzo Mehus: davvero il fior fiore dei professori dell’Università di Pisa e più in generale della élite culturale toscana. Magari un tipo di cultura ancora non sempre preparato al taglio degl'interessi per la vita economica e i problemi finanziari e monetari, da cui ormai sembrava prevalentente attratto il giovane abate : Bernardo Tanucci, scrivendo da Napoli il 2 maggio 1752 al suo agente Francesco Nefetti, a Firenze, nel rilevare che «il semplice, l’umano, il facile zio» aveva «formato un letterato ma non un uomo di mondo», aggiungeva che Ferdinando, ormai confessatosi autore del Della moneta, non era piaciuto a Pisa, «Paese provinciale e piccolo», ma sarebbe dovuto piacere a Firenze, dove era «maggiore e più vasta l’umanità, la sofferenza, il piacere[16]», in «Archivio general de Simancas, Secreteria de Estado. Reino de las dos Sicilias[17]»., Comunque, passato a Ferrara e Venezia, anche nella vecchia repubblica GALIANI incontrò uomini della nuova cultura, Marco Foscarini, Girolamo Costantini, Pier Giovanni Capello, nonché un uomo politico di primo piano, oltre che scrittore, come Andrea Tron. Ma particolarmente fecondi i due successivi soggiorni di Milano e Torino: il primo per la conoscenza che vi fece con Pompeo Neri, Filippo Argelati, Antonio Menafoglio, Alessandro Sormani, Ilario Corte, Francesco Carpani, ecc. (e vi ritrovò anche Piombanti); e il secondo particolarmente per il lungo colloquio che vi ebbe col re di Sardegna, Carlo Emanuele III cui fu introdotto da Francesco Garro e cui a un certo punto partecipò anche il duca di Savoia, il futuro Vittorio Amedeo III - e tanto il re quanto il principe gli si dimostrarono informatissimi dei problemi monetari e della letteratura in proposito, nonché competenti in materie economiche generali, in primo luogo l’agricoltura. Dopo essere ritornato il 19 settembre 1752 a Milano, dove si trattenne fino al 10 ottobre rivedendo le conoscenze fattevi e ampliandole, l’abate, attraverso Piacenza, Parma, Bologna, Loreto, Roma, giunse infine a Napoli, il 9 Novembre 1752. Da appunti successivi[18] risulterebbe anche che GALIANI incontrò a Siena Giovanni Lami, il redattore delle Novele letterarie e, come vedremo, critico non certo benevolo del Della moneta, e a Verona Luigi Pindemonti e Scipione Maffei, che gli parlò delle sue recenti dispute con Tommaso Maria Manachi e Daniele Concina sulle questioni delle streghe e dell’interesse del denaro. Come vedremo meglio nei nostri Preliminari, non fu comunque certo la risonanza, piena di curiosità e in complesso di favore, nelle lettere private e anche in qualche pubblicazione periodica, che mancò al Della moneta. Pur se gli entusiasmi che portano Intieri a ripetere fino alla noia che Ferdinando GALIANI è un vero portento, il suo eroe, le varie qualifiche di gran dottrina date al suo saggio, le lodi di elegantissimo ragionatore fattegli da Pietro Paolo Celesia, che lo vorrebbe anche compagno in un viaggio intrapreso nell’autunno del '53 in Francia, Olanda e Inghilterra, il desiderio di Niccolò Pagliarini di averlo a collaboratore, fin dal maggio 1753, del romano Giornale de’letterati, gli elogi di Gaspare Cerati, cui sembra di ritrovare negli scritti galianei le idee dell’amico Intieri. queste e altre reazioni di più o meno caloroso consenso vengono un po’ bilanciate dalle non infrequenti riserve mosse da altre parti, come quelle dell’anonimo corrispondente da Firenze, che fin dal 21 novembre 1751 rimprovera a GALIANI di non aver capito Montesquieu, o quelle più argomentate, e alla fine desisamente critiche, avanzate da Giovanni Lami nel secondo estratto dato del Della moneta dalle Novelle letterarie, nel numero del 29 dicembre 1752. Ma più che l’aspetto formale del consenso o meno incontrato dall’opera di GALIANI, interessa certo la sua collocazione nell’ambito dei motivi sostanziali del dibattito monetario di quegli anni. E qui indubbiamente si deve ricordare con Franco Venturi nel ritenere che il carattere peculiare e originale del gran libro galianeo sta nella sua decisa presa di posizione a favore di un trattamento del problema della moneta inteso a incrementare la disponibilità di denaro, la circolazione dei beni, la produzione e il consumo di manifatture anche di lusso, magari originando alti prezzi ed eventualmente, in caso di necessità, l’alzamento, cioè l’inflazione praticata con il dare alle monete, mediante prescrizione d’autorità o diminuzione dei metalli contenutivi, un valore nominale, ufficiale, superiore a quello reale. Che certamente erano elementi di una visione economica sotto molti aspetti moderna e aperta, tesa a trascurare le lamentele e le paure dei sostenitori delle grascie, dei vincoli annonari, dei bassi prezzi imposti per grida che fanno stagnare la produzione e il commercio, come avveniva allora nello Stato Pontificio, e non riluttante neppure a ricorrere alla svalutazione, che GALIANI giudicava da evitarsi, perché rovinosa per i poveri, nei tempi prosperi, ma indispensabile e di sollievo ad essi in quelli calamitosi, dimostrando con grande acutezza il segreto dell’alzamento nel profitto che il principe e lo stato ritrae dalla lentezza con cui la moltitudine cambia la connessione delle idee intorno a’prezzi delle merci e della moneta. Insomma, come ha scritto ancora Venturi, GALIANI aveva così tentato di sostituire al programma, che era quello della sua generazione, di stabilità monetaria, di tassazione riorganizzata e di riforme, l’espediente della inflazione controllata.
D’altronde, come i contemporanei e immediatamente successivi scritti monetari dimostrano, la soluzione più generalmente seguita, di ovviare agl’infausti effetti della guerra di successione austriaca con la stabilizzazione monetaria e certe riforme di fondo della vita economica, aveva la sua plausibilità. E anche le idee specifiche sulla moneta che i loro autori manifestavano possono spesso apparire fondate e stimolanti almeno quanto quelle di GALIANI. Belloni, con le sue proposte di una svalutazione controllata per ristabilire il cambio alla pari, ma seguita da riforme interne dello Stato romano, per accrescere le esportazioni e riportare a un equilibrio la bilancia del commercio, in primo luogo riforme dell’ingiusto sisterma tributario e riacquisto degli appalti di riscossione delle imposte, al fine di «dilatare la circolazione del denaro», specie fra le classi meno abbienti. Carli, con la sua dura denunzia degli effetti dell’alterazione delle monete. come appunto esemplarmente mostrato dall’esempio dello Stato della Chiesa, e con la sua insistenza per il drastico rimedio della nuova monetazione, secondo la strada indicata da Locke. Neri, con la sua intuizione della importanza essenziale del rapporto di valore reale fra i due metalli pregiati e della opportunità di disciplinarlo con accordi interstatali, pur nel rispetto di quelle leggi naturali che regolano la misura del valore allo stesso modo che la misura della lunghezza, dell’estensione cubica, della gravità ecc., e con la conseguenza della rigorosa esclusione di tutte le manipolazioni della moneta, perché ogni alzamento è solo frode, sostituzione di un arbitrario e interessato calcolo contingente al calcolo inesorabile che regge l’andamento del valore della moneta, e che va rispettato non solo per le monete d’oro e d’argento ma anche per quelle di rame e quelle di bassa lega che partecipano più del rame che dell’argento. Pagnini, con la sua esaltazione del mondo moderno, del commercio e delle industrie, in cui la moneta assume quella funzione regolatrice, normativa della produzione e del mercato, che in Roma e nelle società antiche aveva svolto la legge. Costantini, con la sua analisi delle dannose conseguenze avute a lungo andare sulla vita economica europea dall’eccesso di afflusso di metalli preziosi dall’America, un’analisi che conduceva a mostrare i rovinosi sviluppi dell’inflazione per i proprietari detentori di rendite in denaro e per i salariati, tanto più in quanto gli Stati per ovviare allo scarso potere d’acquisto della moneta avevano accentuato il male con le tosature e gli alzamenti - di qui le sue tesi regolamentazionistiche, per un energico intervento del governo a disciplinare il commercio e a risanare la moneta. Erano gli anelli di una linea che, pur non senza interni dissensi e contrasti - ad esempio fra le proposte di Neri per un regolamento mediante accordi tra gli Stati italiani del rapporto del valore fra oro e argento, e la decisa ripulsa di esse da parte di un Costantini, fautore dell’autonomia del chiuso sistema economico della sua Venezia -, si definiva per l’obbiettivo comune di respingere in ogni caso la svalutazione e gli alzamenti, e di fare affidamento non già sul libero gioco delle iniziative private, sulla lotta d’interessi che le muovono, sull’espandersi della circolazione del denaro e dei consumi anche di lusso, ma sull’intervento dello Stato per riformare certi aspetti della produzione, del consumo, del sistema fiscale e rivalutare la moneta, magari con nuove coniazioni. Che era poi quello che muoveva le sole critiche espresse rivolte a GALIANI da alcuni protagonisti di quella discussione delle monete: Pompeo Neri che, nella, Appendice al suo importantissimo lavoro Osservazioni sopra il prezzo legale delle monete e le difficoltà di prefinirlo e sostenerlo, presentate a Sua Eccellenza il signor conte Gian-Luca Pallavicini ... sotto il dì 30 settembre 1751, obbiettava all’autore del Della moneta di non aver tenuto conto della natura effimera dei benefici dell’alzamento, seguiti da danni immensi per i creditori rovinati da mali...più estesi, più importanti, più casualmente gettati sopra il popolo e specialmente sopra i poveri, come sono tutti i creditori delle proprie fatiche, e più durevoli; Girolamo Costantini che come massima giustificazione delle idee erronee di GALIANI circa l’alzamento indicava l’aver voluto egli sostenere con argomentazioni teoriche la politica di necessità svolta dal suo governo; Giovanni Lami che, come preciseremo nei Preliminari, compieva una disinvolta sterzata dal primo al secondo estratto dato del libro nel suo periodico, finendo per criticare piuttosto duramente il Della moneta per quelli che gli sembravano i suoi paralogismi, le sue prolissità in cose ovvie, e soprattutto per il suo favore per la svalutazione che, pure, aveva mostrato i suoi rovinosi effetti trent’anni prima nella Francia di John Law, nonché per l’apologia che GALIANI aveva fatto dei consumi di lusso in quanto suscettibili di stimolare la produzione e la circolazione della moneta, e per la sua posizione riguardo al problema dell’interesse del denaro, giudicata dal recensore piena d’incertezze e di tergiversazione; e infine per la sfiducia che l’abate dimostrava verso le riforme, i miglioramenti, le nuove istituzioni promosse dai governi. E certamente proprio qui il suggestivo libro del nostro autore svelava il suo punto più debole, nello scetticismo delle sue conclusioni verso ogni energia politica di riforma e di risanamento, in quel privilegiare la situazione precaria e la politica economico-finanziaria di espedienti e di temporeggiamento del Regno di Napoli in confronto a quello che egli considerava il maggior sintomo della crisi che a suo parere doveva invece continuare ad attanagliare il resto d’Italia, e cioè l’infinito discorso e l’innumerabile quantità di riforme, di miglioramenti, di leggi e d’istituzioni sul governo, sul traffico e sopra tutti gli ordini dello stato civile, fatti da per tutto, ed a gara intrapresi. Non era certo la professione di fede di un riformatore e tanto meno di un illuminista. La splendida intelligenza di GALIANI» ha scritto Franco Venturi si era bruciata in queste pagine, lasciando infine la cenere del suo scetticismo. Aveva penetrato i meccanismi della moneta, dell’inflazione, aveva illustrato in modo nuovo i rapporti tra diritto, economia e politica. Ora vedeva un segno di morte nei dibattiti dei suoi contemporanei, in quella volontà di riforma che affiorava appena nelle discussioni che s’andavano svolgendo a Venezia, a Milano. a Firenze. Eppure, ovviamente, la via per superare la crisi che ancora in quell’anno 1750, in cui GALIANI scriveva, paralizzava l’Italia non era certo quella dell’inerzia, del temporeggiamento, dell’espediente effimero, magari destinato a pesare sulla vita e sull’attività dei ceti inferiori della popolazione. Era piuttosto la via di riforme, magari non di effetto immediatoeli nel campo monetario, ma destinate a rinnovare l’economia d’interi paesi, la via indicata a Milano e in Toscana da Gian Luca Pallavicini,da Neri, da Pagnini, e che porterà alle notevoli trasformazioni dell’epoca di Firmian e di Pietro Leopoldo, dei Verri, dei Beccaria, dei Longo, di Angelo Tavanti, di Francesco Maria Gianni, di Ferdinando Paoletti, ecc. Con tutto questo, il Della moneta va preso per quello che è, che volle e riuscì a dire come espressione di una determinata situazione storica, da cui peraltro la mente acuta e spregiudicata di GALIANI seppe ricavare una serie d’intuizioni specifiche valide indubbiamente anche per futuri sviluppi, per certi aspetti del configurarsi del problema teorico e pratico della moneta anche in avvenire: oltre quei certi «precorrimenti» rilevati, come si è visto, dagli cconomisti, la rigorosa confutazione della tesi del carattere meramente arbitrario, di convenzione, del valore della moneta e l’insistita affermazione della sua natura intrinseca, derivante dal valore del metallo di cui la moneta è fatta, secondo i tre requisiti della utilità, della rarità e della fatica, con i conseguenti attributi di uniformità e semplicità della sua stima e valuta, di durata, di comodità del trasporto e dell’impiego, ecc; e poi tutte quelle riflessioni, così efficaci nella forma lucida e suggestiva e sostanziose nella acutezza di analisi sperimentale che le nutrisce, circa i valori proporzionali fra le monete di diverso metallo e di vario tipo, circa il valore del denaro rispetto alle merci, circa i cambi, il corso e l’interesse di esso - tutto ciò insomma per cui fra i tanti altri scritti sull’argomento, che in parte si è citato, il Della moneta doveva restare come il capolavoro uscito da quella discussione sulle monete che alla metà del secolo si era così prepotentemente imposta alla riflessione di molti autori italiani di cose economiche.
Uno specialismo non angustamente tecnico, un realismo empirico eppure sorretto da uno sguardo lucidamente competente. Era questo uno dei pregi maggiori del Della moneta, che gli consentiva sempre d’inserire l’analisi puntuale del fenomeno moneta, delle condizioni, delle caratteristiche, degli sviluppi del suo valore, del suo uso, della circolazione, in una visione, ancora un pò implicitamente e certo alla fine scettica, troppo relativisticamente aderente alla situazione empiricamente constatata, ma pur sempre ricca di spunti, di intuizioni geniali, di consapevolezze sorprendentemente mature della intera vita economica. Un economista come Ernst Kauder ha potuto rilevare che GALIANI, se ripete la formula tradizionale che il valore dipende dalla utilità e dalla scarsità, peraltro ampia il campo di applicazione di questa formula, e adopera nella individuazione del valore d’uso concetti che anticipano la teoria dell’utilità marginale, stabilendo una graduazione nella soddisfazione dei bisogni, secondo una gerarchia determinata da considerazioni sociali e fisiologiche e non da decisioni personali: in prirno luogo la conservazione della vita, il desiderio del cibo, vesti, abitazione ecc., poi i segni di distinzione sociale, titoli, onori, utilità, autorità, in terzo luogo la ricerca della bellezza, adornamento delle donne e dei fanciulli con gemme e monili d’oro e d’argento o godimento delle opere d’arte[19]. Anche se, rispetto a più moderne formulazioni di queste teorie, la intuizione di GALIANI rimase piuttosto grossolana, ritenendo che il consumatore soddisfaccia tutta una classe di bisogni prima di passare a soddisfare il gruppo di necessità di ordine inferiore, e non vedendo che in ogni classe di beni può essere raggiunto un simile grado di soddisfazione[20], sul piano più generico della concezione del valore in rapporto al prezzo delle cose, la sua opera cominciava a cogliere il punto nodale del trasporsi del problema della moneta nel più vasto tema della circolazione dei capitali e dello sviluppo della produzione, del commercio, dei consumi. Val la pena di ricordare in proposito un frammento autografo, rimasto inedito, senza data ma conservato fra lettere e scritti dell’epoca della pubblicazione del Della moneta o degli anni immediatamente successivi[21]. Lì infatti GALIANI impostava su larghi presupposti di concezione economico-politica la prefazione che intendeva fornire a una progettata ristampa.……di alcuni rarissimi libri usciti verso il principio del passato secolo la prima volta alla luce per rimedio ai disordini della moneta e del cambio, onde era afflitto oltremodo il Regno di Napoli ed impoverito. Dove le difficoltà monetarie che avevano afflitto il Regno fra gl’inizi del secolo XVI e quelli del XVII erano ricondotte a una serie di motivi politici ed economici, dei quali i contemporanei, e gli autori stessi di quei trattati, non avevano potuto rendersi ben conto. Mancanza di una dinastia propria, e situazione del Napoletano come provincia di quell’accozzamento disperso e stravagante di stati, che formarono la monarchia di Carlo V; gravezza dei tributi imposti da Filippo II al paese, per sostenere la guerra nei Paesi Bassi o contro i Turchi; noncuranza del governo spagnolo per le industrie e arti di economia, sicché la maggior parte delle rendite e dei dazi del Regno erano passati in mano ai forestieri, provocando una grandissima estrazione di denaro, potenza dei baroni, i quali proteggendo gente scellerata avevano reso impossibile una reale amministrazione della giustizia nel paese, con la conseguenza sul piano monetario che i banditi, sparsi nelle campagne e sui monti, per vivere tosavano le monete, e le monete così adulterate avevano invaso Napoli e le altre città, provocando la fuga di quelle buone, il rialzo innaturale dei prezzi, il dissesto economico e finanziario. Erano i pezzi di un quadro assai esauriente della decadenza economica sociale e politica del Regno di Napoli sotto gli Spagnoli. Un quadro che rivelava nell’autore già nel corso degli anni cinquanta, cui con quasi assoluta certezza può farsi risalire il frammento, una notevole informazione storica e un occhio sicuro nel valutare gli elementi economici della vita napoletana nel loro nesso con gli aspetti più marcatamente politici. Come ribadiva la riassuntiva descrizione della situazione del Regno agl’inizi del Seicento, dopo quasi un secolo di quell’andazzo: In tale infelice stato era dunque il Regno di Napoli nel cominciamento del secolo decimosettimo: poco curato dal suo re e dalla corte lontana; tiranneggiato dai baroni; distrutto e desolato nel suo interno da’banditi, nelle sue coste da potenti squadre de’Turchi; interrotto ogni commercio per terra e per mare; i fondi della corona alienati e i dazi, che ogni dì più crescevano, venduti agli stranieri, che gli amministravano con non minore energia che crudeltà; sempre costretto a mandar gente e denari, senza niuna cura per le manifatture e per la coltivazione, altro non ricevevano i Viccré che nuovi donativi.... C’è davvero da rimpiangere che proprio con questa descrizione il frammento s’interrompa. Ma qui s’entra di nuovo nel campo di quella vena di scetticismo e, sul piano del temperamento, di pigrizia un pò cinica, che, come si è visto, aveva ispirato a GALIANI la stessa conclusione del Della moneta, Non lo sarà negli anni sessanta, nel fervore delle lumières parigine, non lo sarà dopo il 1770, quando le cariche presso il governo di Ferdinando IV gli offrirono l’opportunità di tradurre in provvedimenti concreti la sua conoscenza delle teorie e dei fatti economici nonché l’esperienza del movimento illuministico che scuoteva l’Europa: fíguriamoci se Machiavellino può sentirsi l’animus del riformatore illuminista ora, che la crisi italiana conseguente alla guerra del ’40-48 e la fase di riflusso e d’incertezza dell’azione di governo di Carlo III lo hanno condotto a inaridire in una proposta attesistica, scetticheggiante, dilatoria se non proprio immobilistica, le lucide intuizioni economico-finanziarie del suo saggio monetario! Non è dunque da meravigliarsi che GALIANI lasci interrotta e inedita la ricostruzione di storia economica del sopracitato frammento, e neppure forse può apparire troppo strano che, con tutta la competenza nei problemi economici che aveva ormai rivelato e con la notorietà che si era procurata in seno a questo ambito della cultura italiana, di ritorno dal suo viaggio per l’Italia, risiedendo a Napoli egli restasse in fondo estraneo a quel movimento d’idee e di riflessioni sulle materie economiche che faceva capo ad Antonio Genovesi e al suo magistero dalla famosa cattedra napoletana di meccanica e commercio. Certo, come abbiamo visto, il nostro abate era stato in strettissimi rapporti con Intieri e col suo circolo, dal quale erano anche usciti il Genovesi economista e il suo insegnamento: ma a quel più vasto corso di discussioni e meditazioni che a Napoli prese avvio dalla conoscenza dei testi della scuola di Vincent de Gournay, dagli Élémens du commerce di François-Louis Véron de Forbonnais alle Remarques sur les avantages et les désavantages de la France et de la Grande-Bretagne par rapport au commerce et aux autres sources de la puissance des États del Plumard de Dangeul, all'Essai sur la police générale des grains di Claude-Jacques Herbert, ecc., e che anche prima di scrivere per l’Università le sue Lezioni di commercio, il Genovesi impostò col Ragionamento sul commercio in universale(1757), a tutta la significativa Bewegung di idee economiche che apparirà dar vita a una vera e propria scuola genovesiana GALIANI non partecipò certo attivamente. Il suo stesso atteggiamento culturale ritorna piuttosto quello del letterato che non dell’economista: nel corso del suo viaggio, a Firenze, è accolto in due Accademie di tipo