Curiosità della vita quotidiana del

 marchese Berardo GALIANI

VANVITELLI Luigi

Anton Raphael Mengs

 

 
Nelle lettere scritte da Luigi Vanvitelli depositate presso la Biblioteca Palatina di Caserta l’architetto nella lettera 682 datata Napoli 6 novembre 1759 ed inserita nel Vol. II, si legge: «Il pittore Mengs sta facendo il ritratto del giovane Re di Napoli; ne ho veduto l’abbozzo, il quale, senza complimento mi piace assai poco, ma vedremo in appresso. Egli è andato a vivere in casa del Marchese GALIANI, il quale gli presta un paio di camere del suo appartamento»,

 

Giacomo Casanova

 
Anche Giacomo Casanova nelle sue Memorie ebbe ad incontrarlo come ricorda: «….a cena intervennero alcuni letterati fra gli altri il marchese GALIANI, che allora commentava Vitruvio. Egli era fratello di un abate che venti anni dopo ebbi l’occasione di conoscere a Parigi segretario dell’ambasciata Napoletana...». Sempre nello stesso libro è raccontato l’aneddoto di quando Casanova ..«fù assalito dai briganti e si portò nella casa del Marchese Berardo GALIANI..» a Sessa Aurunca per essevi accolto.

Si legge in:

Massoneria e Illumunismo nell'Europa del '700

di Giuseppe Giarrizzo, Marsilio Editore in Venezia Grafiche TPM srl Padova anno 1997:

«…Il marchese Berardo Galiani fece parte della Massoneria e vi partecipò quando Des Vignoles prova a ricostituire la Gran Loggia Provinciale; Gran Maestro il San Demetrio, deputato F. Everard, con il colonnello J. Rodriquez, il giudice L. Marchiante, il marchese Berardo GALIANI...». Una storia esemplare, che sarebbe sfociata il 23 agosto 1774 nella costituzione della Gran Loggia Nazionale LO ZELO; Gran Loggia Provinciale è la ZELE’E et SECRET...; ne dipendevano la SINGULIERE

(Berardo GALIANI....).

Una abbondante biografia di Berardo GALIANI conserva la Nazionale di Napoli (X111, B, 66, F1).

Uno splendido ritratto satirico di Traiano Adazi è nel volume XXXD, 5, F, 66.

Lettere 14-65 Società Napolitana di Storia Patria "Lettere a GALIANI Berardo, Napoli, Porto Santo Stefano, Parigi e Coimpiegne, 1751, 1754, 1759, 1762-3, 1766-8 (XXXI, B, 17, FF, 203-75.

Lettere 578-81 Società Napolitana di Storia Patria "Lettere di Berardo GALIANI a suo fratello Ferdinando, Napoli, Roma, Sant’Agata di Sessa, 1752, 1755, 1761 (ivi 76, 9; XXXI, B, 19, FF. 12-3; XXXI, C, 13, FF, 95-6, 112).

I rilievi del teatro di Ercolano di: F. La Vega:

«Ma certo la documentazione grafica più precisa ed importante del teatro di Ercolano fu quella eseguita da F. La Vega, che ebbe l’incarico, dietro proposta del marchese B. GALIANI, l’accademico ercolanese che si occupava dello studio e di preparare la pubblicazione del monumento nell’ambito dell’opera delle Antichità di Ercolano; di migliorare e precisare, anche con piccoli nuovi saggi, gli insoddisfacenti disegni lasciati dal Weber»[1].

( Disegni di Berardo nell'opera l'Architettura di Vitruvio)

Fratello di Matteo, che fu padre di Berardo e dell’abate Ferdinando GALIANI, era il monaco Celestino GALIANI. Lo storico Fausto Nicolini ha scritto di lui, un abbondante biografia, che di seguito riporto, per carteggi pervenutigli e carte depositate presso varie biblioteche e fondazioni

CELESTINO GALIANI[2]

Procuratore dell'ordine dei Celestini nel 1723.

Abate generale dei Celestini dal 12 maggio 1728.

Arcivescovo di Taranto e Tessalonica nel 1731.

Cappellano Maggiore del Regno di Napoli dal 1732.

Consigliere di Stato

Consigliere e Gran Cancelliere dell'Ordine di San Carlo.

Arcivescovo Castrense nella guerra di Velletri 1744 contro gli austriaci.

Deputato per i lavori del Po, delle Chiane e del Tevere.

Istitutore a Napoli delle cattedre di Storia naturale, fisica sperimentale, astronomia, diritto patrio, metafisica ed etica.

Trattò con l'ambasciatore dell'imperatore Carlo VI per la restituzione della Sicilia.

Presidente generale dell'ordine dei Celestini.

Saggio biografico

Autore: Fausto Nicolini

Società Napoletana di Storia Patria

MCMXXXI

Cooperativa Tipografica Sanitaria  Via Sant'Aniello, 4 - NapoliI.

Corpo aitante e robusto; spalle quadrate che sessant'anni di tavolino non erano riusciti a incurvare; fronte spaziosa, su cui spiccavano pittorescamente due folte sopracciglia nere formanti quasi un arco solo; eloquio facile, abbondante, appulamente rotondo; salute di ferro; nervi d'acciaio; resistenza illimitata a qualsiasi lavoro: tale il ritratto fisico che di monsignor Celestino GALIANI hanno lasciato, col pennello o lo scritto, i contemporanei. E in stretta connessione con l'esterno era l'interno. Nel suo cuore, tanto aperto agli affetti familiari e all’amicizia, quanto inaccessibile non solo all'invidia, al livore e ad altri istinti, ma altresì a quella forma di egoismo che è il rifuggire da cariche ed onori per amore di quieto vivere e, insieme, a quella forma di vanità che è il porre cariche e onori quasi a scopo della vita, ardevano, più che altre, due passioni: una brama febbrile di operosità e la nobile ambizione di porre e codesta operosità e i tanti bei doni largitigli da Dio a bneneficio dei suoi simili. La coscienza, fervidamente religiosa, profondamente morale, quanto mai dominata dal senso del dovere, era, d'altra parte, immune da qualsiasi traccia di superstizione, di fanatismo, d'intolleranza, d'oscurantismo o, come si diceva di là dalle Alpi, di «oltremontanismo»; e regnava poi in essa tanto equilibrio che, mentr’egli, forse, ripugnava meno dal rigorismo giansenistico che dal lassismo gesuitico, seppe, in ogni congiuntura di vita, tenere nei giusti confini l'innata scrupolosità, in guisa che questa, pur servendogli sempre da ostacolo per l'azione cattiva, non gli fosse mai d'inceppo ogni qualvolta occorresse compierne, spregiudicatamente, una buona. Il suo spirito era semplice, adusato all'evangelico «est est, non non», aborrente pertanto da menzogne, furberie, ipocrisie; ma, ciò non ostante, largamente fornito di accorgimento «diplomatico», e quindi difficilmente raggirabile dalle male arti di furbi, bugiardi, e ipocriti. Calma, riflessione, serietà, riservatezza, dignità, misura, autodominio[3] erano le caratteristiche fondamentali del suo temperamento: il che non gl'impediva d'essere durevolmente e fattivarnente entusiasta, franco, aperto, leale, alla mano, non mai saccente, non mai pedante, non mai noioso, anzi ben lieto d'abbandonarsi, a tempo ed a luogo, a un'arguta e talora loquace festosità. E, quasi corona a tutto ciò, nella sua volontà coesistevano così potenziate chiaroveggenza e tenacia da fargli riuscire quasi un gioco proporsi fin dai suoi primi anni un preciso programma di vita far colti, più che potesse, se e gli altri e svolgerlo fino al compimento senza un minuto solo di titubanza, di distrazione, di debolezza, di stanchezza. Un uomo dotato così solidamente e fornito, inoltre, di tanto ottimistica fiducia nella Provvidenza da continuare fermamente a credere, dopo trent'anni di soggiorno nella scettica ed egoistica Roma papale, che sola strada per giungere a qualcosa nella vita fosse quella dello studio e dell'esatto adempimento dell'umile dovere quotidiano; un uomo che, pur tenendo il conto dovuto dei moventi utilitari e dei fini particolaristici, ebbe coscienza così viva di un fine universale che tutti li domina e supera, da voler ogni suo atto, e perfino i suoi studi prediletti, subordinati a quella ch'egli chiamava, con frase del suo secolo, «pubblica felicità»; un uomo che, considerando il tempo come il più ricco dei patrimoni, ne seppe essere, dovunque e comunque, amministratore tanto sagace quanto ordinato; un uomo siffatto sarebbe stato, per ciò solo, un educatore modello, anche se a tanta elevatezza morale fosse stato impari l'ingegno. Ma non era. Non fosforescenza, non originalità e nemmeno profondità: tuttavia quanta solidezza! quanto ordine!, quanta riflessività! e, anche qui, quanto equilibrio! Un equilibrio così perfetto che nessuno più di lui, matematico di prim'ordine, odiò la gretta specializzazione e quel vivere quasi fuori del mondo, di cui, più che i filosofi pare si compiacciano i matematici. L'adagio del «purus mathematicus» non poteva essere applicato a lui, che non solo volse davvero il suo vasto sapere nella scienza dei numeri alla pubblica felicità, compiendo o tentando di compiere importanti lavori d'idraulica e di bonifica, ma pose altresì come direttive costanti alla sua onesta vita di studioso da un lato il non perdere mai di vista l'universale[4] e, dall'altro, il mantenersi sempre in contatto col particolare[5]. Ed è sintomatico a codesto proposito che, delle tante cose buone che condusse a termine, quella di cui più si compiacesse maggiormente nella vecchiaia fosse per l'appunto d'essere stato lui, monaco celestino, il primo a insegnare filosofia cartesiana nella scolastica Roma; giacché la sua modestia[6] non gli consentiva di ripetere l'elogio magnifico che ebbe a fare di lui Eustacchio Manfredi, allorché, riecheggiando una communis opinio, affermò che la disciplina meno conosciuta da monsignor GALIANI erano le matematiche, ma che intanto non vedeva in Italia un matematico che gli stesse a paro. Eppure un uomo così insigne, del quale, ancora a due secoli di distanza, non si riesce a discorrere se non con la reverente ammirazione ch'egli ispirava ai contemporanei, oggi s'è quasi del tutto spento il ricordo. Della sua infaticabile operosità, della sua straordinaria diottrina, delle sue cospicue benemerenze verso la cultura nazionale sarebbe vano cercare il ricordo in qualunque storia letteraria, ove, tutt'al più il suo nome è ricordato, quando sia, come quello dello zio e dell'educatore di Ferdinando GALIANI. Destino crudele, e tuttavia ineluttabile per chiunque, nei tempi moderni, manifesti la propria attività intellettuale soltanto con la parola parlata; destino a cui non si sarebbe sottratto nemmeno Francesco de Sanctis[7], se non si fosse risoluto, dopo i casi del 1848, a diventare scrittore oltre che maestro. E scrittore Celestino GALIANI non volle essere mai. Timidezza? Assenza d'ogni più piccola ambizione letteraria? Mancanza d'un poderoso pensiero proprio da far trionfare? Incapacità di dominare il ricchissimo materiale scientifico accumulato la lui? A dir vero, tutte codeste cose insieme; giacchè, se non c'è medaglia senza rovescio, codeste precisamente, erano le qualità negative del suo ingegno. La Provvidenza non aveva voluto che l'attività letteraria rendesse in lui men viva quella pedagogica; onde, mentre lo metteva in grado di riuscire un perfetto uomo di cultura e gli dava, dell'uomo di scienza, una qualità di requisiti versatilità, potenza assimilatrice, diligenza, perduranza, e, sopra tutti, culto religioso per la verità, gliene negò poi uno senza del quale non si raggiunge quell'alcunché di squisitamente creativo ch'è la scienza, vogliamo dire la facoltà inventiva. Ed egli che, per essersi tanto studiato, si conosceva alla perfezione e a cui l'innata serietà inibiva di fare ciò a cui non si sentiva chiamato, oppose sempre un rifiuto ostinato a quanti lo sollecitavano a metter fuori, una volta almeno, qualcosa di diverso da quelle tesi di scuola e relazioni che pubblicava di tanto in tanto per mero debito d'ufficio. La sua opera di educatore e diffonditore di cultura credé dovuta soltanto ai contemporanei, ai quali prodigò senza risparmìo i tesori del suo sapere nella scuola, nelle conversazioni orali o in quelle per iscritto[8]: superfluo, invece, e non da lui gli sembrava far giungere la sua voce ai posteri. Ai quali, piuttosto, reputò fosse per riuscire di qualche efficacia educativa il racconto della sua ritmica vita, che, non senza lacune e, al tempo stesso, esuberanze e in istile disadorno e prolisso, prese a scrivere negli ultimi suoi anni e che la morte non gli consentì di condurre oltre il 1736. Codesto racconto, quasi omaggio al suo tacito desiderio, l'autore di questo saggio ha voluto riscrivere, integrare e compiere, ponendo a profitto altresì il carteggio galianeo e altri documenti sincroni. Il lettore appassionato delle così dette "vite romanzate” e particolarmente di quelle conteste di aneddoti avventurosi o descriventi con colori più o meno futuristici un "anima in tempesta", può ben dispensarsi dal leggere queste modeste pagine: consiglio che non oseremmo dare a coloro pei quali la lettura non sia un modo come un altro di oziare senza esser vinti dalla noia. Giacché di uomini che riuniscano, nel grado eminente di Celestino GALIANI, rettitudine, dottrina e accorgimento pratico, ce n'è stati e ce n'è al mondo così pochi che, quando s'abbia la fortuna di poterne conoscere qualcuno da vicino, sarebbe poco saggio lasciarsela sfuggire.

II.

 Nato l'8 ottobre 1681 a San Giovanni Rotondo presso Foggia e chiamato Nicola Simone Agostino a causa d'un voto che i suoi genitori, privi fino allora di figliuoli, avevano fatto a San Nicola di Bari, era venuto al mondo con già saldi e sporgenti i due incisivi medi superiori: strano caso, sottoposto all'esame d'un cappuccino che si dava aria da veggente e che, tanto per non isbagliare, aveva sentenziato che il neonato sarebbe diventato un giorno o un grand'uomo o la feccia della canaglia. Il padre Domenico oriundo da un ramo dei GALIANI di Montoro (Avellino) emigrato a Foggia al principio del seicento e arricchitovisi col commercio della lana, era, dopo parecchi rovesci, morto nel 1688 poco più che trentenne, lasciando la famiglia, a cui s'era aggiunto nel 1684 un altro maschio chiamato Matteo, in condizioni disastrose: onde la madre, Gaetana Tortorelli[9], figlia a sua volta d'un ricco notaio di San Giovanni Rotondo, tutta intenta a salvare dal naufragio una parte almeno del suo patrimonio, che portò poi in dote a un secondo marito (1692), aveva serbato con sé soltanto il secondo figliuolo, mandando il primo a Foggia presso lo zio paterno, perché lo avviasse agli studi, pei quali il fanciullo mostrava il più grande amore. E, invero, aveva quasi appena posto piede nella scuola, e, come s'è detto, già nella sua volontà si veniva fissando, nella guisa e misura possibili in quell'età puerile, il proposito di farsi più che potesse colto. Proposito tanto facile a formolare in astratto quanto difficile ad attuare in concreto, chi pensi quale cibo dell’intelletto offrisse, alla fine del Seicento, l'allora barbarica Foggia, ove gli studiosi letterari non avevano migliore rappresentante d'un don Domenico Pancicco, ignorantissimo insegnante di latino, che poneva Orazio innanzi ai ragazzi ch'erano ancora alle declinazioni, e quelli filosofici si assommavano negli spropositi che pronunciava ex cathedra nel convento di San Francesco un fra Benedetto commentando le oscurissime Summulae logicales di Pietro Ispano o da Lisbona che si voglia dire[10] e non si sa quale manuale scolastico esponente la logica di Duns Scoto[11]. Né le cose ebbero a mutare in meglio quando il futuro monsignor GALIANI, indossato a sedici anni il saio celestino (24 Decembre 1697) e divenuto, per tal modo, da Nicola, Celestino, fu inviato prima nel monastero della Trinità di San Severo a compiere l'anno di noviziato e, dopo la sua professione solenne[12], in quello di Santa Croce di Lecce. Senza dubbio, don Celestino de Simeonibus, don Giuseppe Maria Amati, don Gregorio de Sanctis e don Celestino Pepe, che gli furono assegnati via via per maestri, erano, specie i primi tre, religiosi di costumi esemplari; ma, quanto a dottrina, segnatamente filosofica, non sarà un arrecare oltraggio alla memoria affermare che si sarebbero resi socialmente più utili consacrando la loro attività alla semina del frumento e alla tosatura delle pecore. Che dire poi del prete secolare don Lazzaro Greco, il quale, non ostante codesto suo cognome di buon augurio, non conosceva una parola di greco e, ciò non pertanto, lo insegnava, leggendo ai disgraziati che frequentavano la sua scuola una scellerata traduzione di poche scene del Pluto aristofaneo? Ma non per nulla nel GALIANI c’era la stoffa dell’autodidatta. E, studiando, com’egli dice, giorno e notte i pochi e non eletti libri della grama biblioteca conventuale, e aiutandosi alla meglio con un corso manoscritto di filosofia tomistica tenuto tempo addietro a Lecce, quando v’era semplice monaco domenicano, dal cardinal Tommaso Maria Ferrari[13], a vent’anni aveva conquistata già, nell’ambiente celestino, una così bella reputazione di latinista, grecista e filosofo, che il capitolo generale dell’ordine, radunato nel maggio del 1701 nella badia di Santo Spirito del Morrone, volle dargli un premio ch’egli non avrebbe osato nemmeno sperare: la nomina per un triennio a studente nel monastero di Sant’Eusebio di Roma.La gioia con cui il nostro Celestino salutò la città eterna[14] s’immagina. Non trovò di certo a Sant’Eusebio maestri troppo migliori di quelli lasciati a Lecce: anzi tutta la cultura di don Diego Grignani e di don Francesco Righi, suoi nuovi precettori, non andava di là da una conoscenza superficiale della teologia scolastica. Ma che cosa poteva importare codesto al GALIANI, che sapeva già fare così bene da sé e poteva ormai disporre d’una biblioteca che hai suoi occhi appariva ricca e ben fornita? Metodico e ordinato, provvide piuttosto a fissarsi un ferreo orario di lavoro, che per nulla al mondo si sarebbe indotto a violare. La mattinata, purtroppo, gli era tolta dalla scuola, dal coro e da altre pratiche religiose; onde non gli restavano se non le ore del dopopranzo e quelle che senza danno si sarebbero potute sottrarre al sonno. Ebbene: sarebbero state consacrate tutte allo studio della Summa theologica di San Tommaso, salvo una sola, da dedicare, come per isvaco, alla lettura dei classici latini e greci e di libri di varia erudizione. Tra questi gli capitò sott’occhio, nell’aprile del 1702, il trattato De sphaera mundi di Giovanni da Holywood o, all’italiana, da Sacrobosco, che, quantunque vecchio di mezzo millennio, ancora, nell’edizione commentata del gesuita Cristofaro Clau[15], faceva testo nelle scuole. E, pare impossibile, allora soltanto apprese l’esistenza degli Elementi di Euclide,di cui nessuno dei maestri gli aveva fatto nemmeno il nome. Incuriosito, cominciò a leggerli nell’edizione scolastica del ricordato Clau (1575); ed egli che non era andato mai oltre le quattro operazioni, si sentì ad un tratto matematico nato. La tentazione di gettarsi a corpo perduto su quei nuovi studi fu forte; ma mostrerebbe di non conoscerlo chi credesse che non gli riuscisse di vincerla. C’era da terminare lo studio di San Tommaso; ed egli avrebbe rinunziato alle matematiche per sempre piuttosto che non condurre a compimento un’impresa, la quale che fosse, a cui aveva dato principio. Anzi, gli parve che solo mezzo per potersi dedicare senza preoccupazioni alla geometria, fosse l’intensificare gli studi teologici, consacrando a Euclide semplicemente l’ora quotidiana di lettura, con l’impararne non più d’una proposizione al giorno. Trentadue giorni di lavoro indefesso bastarono al GALIANI per isbrigarsi definitivamente della Summa theologica, e trentadue furono le proposizioni euclidee che in quel tempo impresse nella memoria con caratteri indelebili. Ormai non c’erano più ostacoli e si poteva andare avanti di carriera. E sotto la guida d’un architetto francese, un monsieur Mony, che viveva a Roma dando lezioni private di matematica, il giovane Celestino, allora povero in canna e che dové privarsi di tutto per raggranellare le due piastre romane da dare ogni mese al maestro, si consacrò toto corde agli studi geometrici. In soli quaranta giorni i primi sei libri di Euclide non serbavano più misteri per lui, e non più di altri ottanta gliene occorsero per avere, anche nell’aritmetica ragionata, nella meccanica e nella trigonometria, qualcosa da insegnare al maestro. Il quale, nel congedarsi o, meglio, nell’essere congedato da lui, gli rese il miglior servigio che si possa immaginare; dirgli, egli pel primo, molto bene della filosofia cartesiana, della quale il GALIANI, appunto pel gran male che ne aveva sentito dai precedenti maestri, s’era tenuto fino allora scrupolosamente lontano. A questa indigestione geometrica seguì dunque la lettura della Diottrica di Cartesio. Fintanto si trattò dell’introduzione, le cose procederono lisce: anzi al GALIANI, adusato al gergo scolastico e alle qualità occulte dei peripatetici, la così limpida teoria cartesiana della luce fece, com’egli dice, la medesima impressione che a un condannato da lunghi anni a un oscuro carcere lo splendore vivificante del sole. Ma, quando poi, ancora digiuno, qual era, di geometria solida, passò all’altra teoria della rifrazione, la luce divenne così abbagliante da fargli veder buio[16]. Dové pertanto smettere e riprendere tra mano Euclide, del quale studiò gli ultimi sei libri, passando poi all’ostico trattato sulle sezioni coniche di Isacco Barrow[17], su cui sudò [18] per tre mesi nelle ore canicolari dell’estate del 1703, e, dopo un tentativo infruttuoso d’intendere almeno la Geometria cartesiana,al Traité de la grandeur en général dell'oratoriano cartesiano Bernardo Lamy[19], e poi ancora all'algebra e al calcolo integrale e differenziale, che allora appunto, tra vive opposizioni, cominciava a diffondersi in Italia e che, propugnato più tardi e difeso a spada tratta dallo stesso GALIANI, egli imparò primamente così sul De constructione aequationum calculi differentialis primi gradus, in quel tempo ancora inedito[20], come dalla viva voce dell'autore di quel libretto, cioè da Gabriele Manfredi[21], ospite a Roma del futuro cardinale Filippo Maria Monti da Bologna[22] e col quale il nostro Celestino si strinse in fraterna amicizia, estesa poi a tutta quell'insigne famiglia di letterati e di studiosi. E tornò (autunno del 1703) per la terza volta a Cartesio. La dolce commozione, da cui fu pervaso quando s'avvide che finalmente intendeva, e intendeva tutto, è di quelle che può comprendere a pieno soltanto chi, come lui, nutra per gli studi un affetto che abbia del culto religioso. Con ardore di neofita, lesse, rilesse e postillò tutte le opere del Descartes, la Geometria, la Diottrica, il Discours de la méthode, i Principi filosofici, le Méditations e, ultima, il De l'homme, che gli porse occasione di frequentare nel vicino ospedale di San Giovanni in Laterano un corso di anatomia umana. Ma ormai il triennio di studentato volgeva al termine. Che sarebbe avvenuto di lui? Avrebbe potuto continuare gli studi, diventati la ragione stessa della sua esistenza? Il suo abate[23] sarebbe riuscito ad ottenergli, come lo aveva vivamente pregato, la destinazione, senz'alcun incarico, a qualche piccolo convento di provincia, come per esempio a quello d'Aversa o all'altro di Barletta? Tali le domande che il nostro Celestino si rivolgeva con animo trepidante, mentre il capitolo generale dell'ordine, radunato quella volta[24], non, secondo l'uso, nella badia di Santo Spirito del Morrone, ma nello stesso convento romano di Sant'Eusebio, deliberava sulle nomine e residenze del futuro triennio. Ma quanto giubilo poi, allorché il Guicciardini gli annunciò essergli stato concesso più di quanto avesse chiesto, cioè la conferma per altri tre anni nel titolo di studente[25] nel medesimo convento di Sant'Eusebio, con la dispensa dal frequentare la scuola, ch'è quanto dire restando padrone di quasi tutto il suo tempo! Se fin d'allora lo avessero eletto generale dell'ordine, non sarebbe stato più felice. Giacché - cosa rara negli autodidatti, i cui studi hanno sempre qualcosa d'occasionale e lacunoso - egli ardeva dal desiderio di ritornare metodicamente sui propri passi per colmare pazientemente i vuoti che la rapidità stessa dell'andatura gli aveva fatti lasciare per istrada. Noi non lo seguiremo in codesto corso di autoperfezionamento, che per lui, ormai esperto nella difficile arte di studiare, fu tanto più fecondo in quanto, superato ben presto il cartesianesimo, poté, non senza un contatto col lockismo, ascendere, sopra tutto nel campo matematico, alle supreme vette del leibnizianismo e del newtonianismo. Diremo soltanto che a venticinque anni era annoverato già tra gli uomini più dotti di Roma, ove non c'era studioso di vaglia che non amasse entrare in relazione con lui. Amici, per esempio, gli furono fin da quel tempo, e restarono poi, Gianvincenzo Gravina[26], monsignor Francesco Bianchini[27] e Giusto Fontanini[28], allora semplice abate e bibliotecario del cardinal Renato Imperiali[29] che prese anch'egli a voler bene al GALIANI, e poco di poi, come del resto, più tardi, il cardinal Casoni [30] e, più tardi ancora, l'altro cardinale Giannantonio Davia[31], lo nominò suo teologo. Né gli fecero il viso dell'armi l'archeologo e abate napoletano Biagio Garofalo[32] e il servita fiorentino Gherardo Capassi, al quale una vivace polemica contro l'oratoriano e continuatore del Baronio, Giacomo Laderchi[33], a proposito d'una dissertazione di quest'ultimo su San Cresci e altri martiri (1707), veniva acquistando allora grande notorietà; il vecchio appulo Vitale Giordano[34], lettore nella Sapienza e matematico mediocre, ma persona degnissima; l'abate Domenico Passionei[35], poi (1738) cardinale e raccoglitore d’una ricca biblioteca, a cui anche Giacomo Casanova pretese un giorno di contribuire; il benedettino Giambattista de Miro[36], indi persona di fiducia di Vittorio Amedeo II di Savoia, poi abate del convento napoletano di San Severino e Sossio e, quantunque tale, fervido difensore di Pietro Giannone; e altri parecchi che sarebbe troppo lungo enumerare.

III.

Sopraggiungeva frattanto il maggio del 1707, e al GALIANI il modesto titolo di studente veniva convertito nell'altro, parimente triennale, di lettore di teologia morale[37] e Sacra Scrittura nel medesimo convento di Sant'Eusebio. Una consuetudine inveterata nell'ordine celestino faceva considerare codesta nomina meramente onorifica. Ma era troppo forte nel GALIANI il senso del dovere e troppo ardente il desiderio di comunicare agli altri con metodo facile e piano ciò che egli aveva imparato da sé con uno sforzo più o meno intenso, perché pensasse un momento solo a esimersi dall'onere delle lezioni. Se, ancora studente, soleva radunare nella sua celletta alcuni confratelli[38] per insegnare loro la filosofia cartesiana e fare alcune letture in comune[39], si può immaginare con quanto entusiasmo si consacrasse al l'insegnamento, ora che di esso, almeno nominalmente, gli era fatto debito. Alieno da sottigliezze teologiche e casistiche, preferì, tra i due corsi affidatigli, quello di Sacra Srittura, che svolse non col metodo esegetico e apologetico, allora in voga nelle scuole italiane, ma, per quanto i tempi consentissero, con criteri storico-filologici, imparando apposta l'ebraico e dandosi toto corde agli studi di cronologia ragionata del Vecchio Testamento. E già nel febbraio del 1708 la sua scuola aveva dato frutti così eccellenti che Giusto Fontanini gli proponeva di far sostenere da qualche discepolo le tre principali tesi svolte durante il suo insegnamento, e cioè: che, nel computo degli anni ab orbe condito all'era volgare, fossero preferibili il testo ebraico e la Volgata alla versione dei Settanta; che il Diluvio, anziché peculiare a qualche regione dell'oriente, fosse stato universale; che l'ipotesi dei preadamiti fosse, anche storicamente, insostenibile. Tesi che oggi fanno sorridere, ma che lungo un secolo furono argomento di accese dispute in tutto il mondo cristiano, cattolico e protestante, messo a rumore dai Praeadamitae (1655) del francese Isacco de la Peyrère[40], dalla violenta confutazione che, tra gli altri, ne aveva fatto, nel Diluvium Noachi universale, l'olandese Martino Schoock[41], da tutte le polemiche conseguenti e susseguenti e dalla partecipazione a queste di uomini come il Bossuet e, oggi meno famoso ma allora oracolo scientifico d'Europa, Giovanni Leclerc[42]. Basti dire che ancora nel 1730 e nel 1744, nella seconda e terza Scienza Nuova,Giambattista Vico, che sembra avesse aderito in gioventù (1692-3) alle ipotesi dei preadamiti e della parzialità del Diluvio, sentì il bisogno di farne esplicita confutazione. Superato il fiero pettegolezzo di convento, suscitato dal padre Francesco Righi, il quale non sapeva perdonare al suo antico discepolo d'essere divenuto tanto più dotto di lui, la disputa ebbe luogo con grande concorso di pubblico. Argomentatori, cioè contradittori, furono Monsignor Santini[43], l'abate Bencini[44] e, nientemeno, Francesco Bianchini, contro i quali il discepolo prediletto del GALIANI, don Bonifacio Pepe[45], difese con tanta valentia le tesi che il maestro aveva raccolte in un libricino dedicato al cardinal Imperiali, che i monaci di Sant'Eusebio, per mostrare la loro gratitudine al nostro Celestino, lo designarono (e il generale dell'ordine lo nominò) successore, nella cattedra di teologia dommatica, del Righi, che circa quel tempo era andato abate a Ravenna. Per tal modo, il GALIANI venne ad avere due insegnamenti, per dir così, ufficiali, a cui di sua iniziativa volle aggiungerne parecchi altri privati: di ebraico, di greco, di latino, di filosofia cartesiana e di matematiche. E tranne per un breve periodo (marzo-aprile 1708), durante il quale affari di famiglia lo chiamarono in Puglia e poi a Napoli - ove conobbe allora i due fieri anticurialisti Costantino Grimaldi[46] e Alessandro Riccardi (1660-1726) e il loro oppositore monsignor Carlo Maiello[47], l'archeologo Matteo Egizio[48] e i matematici Antonio Monforte[49] e Giacinto de Cristofaro[50], - tranne, dicevamo, per quei due mesi, la sua infaticabile attività d'insegnante lo assorbì quasi del tutto fino al maggio 1710. Quasi del tutto, giacché la scuola non gl'impediva né di continuare a tenersi al corrente con gli studi, né di cominciare, appunto dal 1708, a carteggiare con istudiosi d'ogni parte d'Europa, e nemmeno, specie la mattina, quando, dopo la messa sorbiva il cioccolatte, di ricevere nella sua cella qualche amico a lui più caro[51], e tenere con loro amene conversazioni, a cui partecipava talvolta qualche studioso straniero di passaggio per Roma[52]. Una nuova disputa pubblica ch'egli fece tenere ai suoi discepoli nel 1710 e un altro libretto di tesi che mise fuori in quella circostanza suscitarono nuovi pettegolezzi, non circoscritti quella volta nell'ambiente chiuso del monastero, ma dilagati per tutta Roma. E , sebbene il GALIANI, che conosceva la livida invidia degli altri insegnanti di dommatica e di morale, avesse prudentemente evitato di porgere il fianco all'accusa di giansenismo, escludendo da quelle tesi quanto toccasse anche da lontano un suo forse non troppo ortodosso corso sulla grazia, il servita Pietro Maria Pieri[53], poi (1734) cardinale, il padre Sant'Elia del Terz'Ordine, il padre Palermo dei Minori Osservanti e il già mentovato Laderchi non esitarono a denunziare alla Congregazione dell'Indice come ereticali cinque proposizioni galianee, e, più di tutte queste due, che nella genealogia di Cristo esibita da Luca la frase «qui fuit Cainan» fosse interpolata, e che il testo ebraico e la versione dei Settanta avessero in fondo lo stesso valore canonico della Vulgata, che non differisce da loro se non in particolari di scarsa importanza. Quell’accesa controversia durò tre anni interi[54], durante i quali il GALIANI - pur difendendosi con energia pari all'abilità, e battendo e ribattendo, in parecchie scritture presentate alla Congregazione e in un memoriale al papa, che l'interpolazione di qui fuit Cainan era affermata, tra altri padri della Chiesa, da Teofilo d'Antiochia, Eusebio, Origene, Epifanio e Beda, e, tra altri scrittori cattolici dei tempi moderni, da Agostino Steuco, dal Genebrand, da Cornelio a Lapide e dal gesuita Petau - non riposò al certo su d'un letto di rose. Comunque, radunatasi la Congregazione dei sette cardinali che la componevano - Ferdinando Dadda[55], Giambattista Gabrielli[56], Ranuccio Pallavicini[57], Fulvio Astalli[58], Carlo Agostino Fabroni[59] e i già ricordati Ferrari e Imperiali - i primi tre si dichiararono a priori fieramente ostili al GALIANI, seguiti in codesto atteggiamento prima dall'Astalli, poi, malgrado le sue esplicite promesse in contrario dal Fabroni. E, peggio, dopo una prima relazione, favorevole al GALIANI, del barnabita Gianmichele Teroni[60], poi (1713) vescovo di Venosa, che anzi né ritrattò una precedente contraria, e due altre, recisamente avverse, dal crocifero Mortier e del prete della Missione Castelli, proprio quando la Congregazione, secondo la domanda del medesimo GALIANI, si disponeva a nominare un quarto e definitivo relatore, il segretario e futuro cardinale (1724) padre Agostino Pipia[61], tanto malevolo contro l'accusato quanto benevolo verso gli accusatori, coi quali era in perfetto accordo, cavato di tasca un biglietto ch'egli stesso era riuscito a farsi dare da Clemente XI, lesse che il papa, annoiato dal gran rumore di quella faccenda, ordinava che le tesi galianee fossero poste senza ulteriore discussione[62] all'Indice.Per fortuna, in quei giorni il dotto e filogiansenista cardinal Davia era venuto dal suo vescovato di Rimini a Roma per ricevere il cappello Cardinalizio; e in un pubblico concistoro, egli, il Ferrari, e l'Imperialli mostrarono in modo così ovvio al papa la balorda ingiustizia di quella condanna,che l'ordine di proibizione fu senz'altro revocato. Ciò che invece non si riuscì a cancellare, quantunque di ciò non si fosse nemmeno discusso, fu l'opinione, diffusa in tutta Roma, che non solo il GALIANI, ma anche il Davia, che lo aveva tanto difeso, fossero fieri giansenisti. Anzi, del giansenismo di Celestino GALIANI si parlava ancora tanto dopo la sua morte, che nel 1777 suo nipote Ferdinando, rispondendo ad analoga domanda di monsignor Francesco Sanseverino[63], arcivescovo di Palermo, scriveva: «Mio zio non fu giansenista: avava troppo Newton in corpo. Contrastò la bell'anima da Dio donatagli col genere di vita a cui si votò, colla città dove abitò, col secolo in cui visse. Dio sa quali teorie o quali perplessità ne risultarono!».

IV.

Uscito da quella bega, il GALIANI continuava tranquillamente a Sant'Eusebio i suoi molteplici insegnamenti, allorché, nel 1775, una sua lettera in difesa del newtonianismo a Gregorio Calopreso da Scalea[64], ricosciuto dai cartesiani napoletani quasi loro naturale capo[65],richiamò su di lui l'attenzione dei principali matematici italiani, e particolarmente del camaldolese Guido Grandi da Cremona[66], allora professore nell'Università di Pisa, e di Eustacchio