Curiosità
della vita quotidiana del
marchese Berardo GALIANI
Anton Raphael Mengs
Nelle
lettere scritte da Luigi Vanvitelli depositate presso

Giacomo Casanova

Anche Giacomo Casanova nelle sue Memorie ebbe ad incontrarlo
come ricorda: «….a cena intervennero alcuni letterati fra gli altri il marchese GALIANI, che allora commentava Vitruvio. Egli era
fratello di un abate che venti anni dopo ebbi l’occasione di conoscere a Parigi
segretario dell’ambasciata Napoletana...». Sempre nello stesso libro è
raccontato l’aneddoto di quando Casanova ..«fù
assalito dai briganti e si portò nella casa del Marchese Berardo GALIANI..» a
Sessa Aurunca per essevi accolto.
«…Il marchese Berardo
Galiani fece parte della Massoneria e vi partecipò quando Des Vignoles prova a
ricostituire la Gran Loggia Provinciale; Gran Maestro il San Demetrio, deputato
F. Everard, con il colonnello J. Rodriquez, il giudice L. Marchiante, il
marchese Berardo GALIANI...». Una storia esemplare, che sarebbe sfociata il 23
agosto 1774 nella costituzione della Gran Loggia Nazionale LO ZELO; Gran Loggia
Provinciale è la ZELE’E et SECRET...; ne dipendevano la SINGULIERE
(Berardo GALIANI....).
Una abbondante biografia di Berardo GALIANI
conserva la Nazionale di Napoli (X111, B, 66, F1).
Uno splendido ritratto satirico di Traiano Adazi
è nel volume XXXD, 5, F, 66.
Lettere 14-65 Società Napolitana di Storia
Patria "Lettere a GALIANI Berardo, Napoli, Porto Santo Stefano, Parigi e
Coimpiegne, 1751, 1754, 1759, 1762-3, 1766-8 (XXXI, B, 17, FF, 203-75.
Lettere 578-81 Società
Napolitana di Storia Patria "Lettere di Berardo GALIANI a suo fratello
Ferdinando, Napoli, Roma, Sant’Agata di Sessa, 1752, 1755, 1761 (ivi 76, 9;
XXXI, B, 19, FF. 12-3; XXXI, C, 13, FF, 95-6, 112).
I rilievi del teatro
di Ercolano di: F. La Vega:
«Ma certo la
documentazione grafica più precisa ed importante del teatro di Ercolano fu
quella eseguita da F. La Vega, che ebbe l’incarico, dietro proposta del
marchese B. GALIANI, l’accademico ercolanese che si occupava dello studio e di
preparare la pubblicazione del monumento nell’ambito dell’opera delle Antichità di Ercolano; di migliorare e
precisare, anche con piccoli nuovi saggi, gli insoddisfacenti disegni lasciati
dal Weber»[1].
( Disegni di Berardo
nell'opera l'Architettura di Vitruvio)
Fratello di Matteo,
che fu padre di Berardo e dell’abate Ferdinando GALIANI, era il monaco
Celestino GALIANI. Lo storico Fausto Nicolini ha scritto di lui, un abbondante
biografia, che di seguito riporto, per carteggi pervenutigli e carte depositate
presso varie biblioteche e fondazioni
CELESTINO GALIANI[2]
Procuratore
dell'ordine dei Celestini nel 1723.
Abate generale dei Celestini dal 12 maggio 1728.
Arcivescovo di Taranto e Tessalonica nel 1731.
Cappellano Maggiore del Regno di Napoli dal 1732.
Consigliere di Stato
Consigliere e Gran Cancelliere dell'Ordine di San Carlo.
Arcivescovo Castrense nella guerra di Velletri 1744 contro gli
austriaci.
Deputato per i lavori del Po, delle Chiane e del
Tevere.
Istitutore a Napoli delle cattedre di Storia
naturale, fisica sperimentale, astronomia, diritto patrio, metafisica ed etica.
Trattò con l'ambasciatore dell'imperatore Carlo
VI per la restituzione della Sicilia.
Presidente
generale dell'ordine dei Celestini.
Saggio biografico
Autore: Fausto Nicolini
Società Napoletana di
Storia Patria
MCMXXXI
Cooperativa
Tipografica Sanitaria Via Sant'Aniello,
4 - NapoliI.
Corpo
aitante e robusto; spalle quadrate che sessant'anni di tavolino non erano
riusciti a incurvare; fronte spaziosa, su cui spiccavano pittorescamente due
folte sopracciglia nere formanti quasi un arco solo; eloquio facile,
abbondante, appulamente rotondo; salute di ferro; nervi d'acciaio; resistenza
illimitata a qualsiasi lavoro: tale il ritratto fisico che di monsignor
Celestino GALIANI hanno lasciato, col pennello o lo scritto, i contemporanei. E
in stretta connessione con l'esterno era l'interno. Nel suo cuore, tanto aperto
agli affetti familiari e all’amicizia, quanto inaccessibile non solo
all'invidia, al livore e ad altri istinti, ma altresì a quella forma di egoismo
che è il rifuggire da cariche ed onori per amore di quieto vivere e, insieme, a
quella forma di vanità che è il porre cariche e onori quasi a scopo della vita,
ardevano, più che altre, due passioni: una brama febbrile di operosità e la
nobile ambizione di porre e codesta operosità e i tanti bei doni largitigli da
Dio a bneneficio dei suoi simili. La coscienza, fervidamente religiosa,
profondamente morale, quanto mai dominata dal senso del dovere, era, d'altra
parte, immune da qualsiasi traccia di superstizione, di fanatismo,
d'intolleranza, d'oscurantismo o, come si diceva di là dalle Alpi, di
«oltremontanismo»; e regnava poi in essa tanto equilibrio che, mentr’egli,
forse, ripugnava meno dal rigorismo giansenistico che dal lassismo gesuitico,
seppe, in ogni congiuntura di vita, tenere nei giusti confini l'innata
scrupolosità, in guisa che questa, pur servendogli sempre da ostacolo per
l'azione cattiva, non gli fosse mai d'inceppo ogni qualvolta occorresse
compierne, spregiudicatamente, una buona. Il suo spirito era semplice, adusato
all'evangelico «est est, non non», aborrente pertanto da menzogne, furberie,
ipocrisie; ma, ciò non ostante, largamente fornito di accorgimento
«diplomatico», e quindi difficilmente raggirabile dalle male arti di furbi,
bugiardi, e ipocriti. Calma, riflessione, serietà, riservatezza, dignità,
misura, autodominio[3] erano
le caratteristiche fondamentali del suo temperamento: il che non gl'impediva
d'essere durevolmente e fattivarnente entusiasta, franco, aperto, leale, alla
mano, non mai saccente, non mai pedante, non mai noioso, anzi ben lieto
d'abbandonarsi, a tempo ed a luogo, a un'arguta e talora loquace festosità. E,
quasi corona a tutto ciò, nella sua volontà coesistevano così potenziate chiaroveggenza
e tenacia da fargli riuscire quasi un gioco proporsi fin dai suoi primi anni un
preciso programma di vita far colti,
più che potesse, se e gli altri e
svolgerlo fino al compimento senza un minuto solo di titubanza, di distrazione,
di debolezza, di stanchezza. Un uomo dotato così solidamente e fornito,
inoltre, di tanto ottimistica fiducia nella Provvidenza da continuare
fermamente a credere, dopo trent'anni di soggiorno nella scettica ed egoistica
Roma papale, che sola strada per giungere a qualcosa nella vita fosse quella
dello studio e dell'esatto adempimento dell'umile dovere quotidiano; un uomo
che, pur tenendo il conto dovuto dei moventi utilitari e dei fini
particolaristici, ebbe coscienza così viva di un fine universale che tutti li
domina e supera, da voler ogni suo atto, e perfino i suoi studi prediletti,
subordinati a quella ch'egli chiamava, con frase del suo secolo, «pubblica
felicità»; un uomo che, considerando il tempo come il più ricco dei patrimoni,
ne seppe essere, dovunque e comunque, amministratore tanto sagace quanto
ordinato; un uomo siffatto sarebbe stato, per ciò solo, un educatore modello,
anche se a tanta elevatezza morale fosse stato impari l'ingegno. Ma non era.
Non fosforescenza, non originalità e nemmeno profondità: tuttavia quanta
solidezza! quanto ordine!, quanta riflessività! e, anche qui, quanto
equilibrio! Un equilibrio così perfetto che nessuno più di lui, matematico di
prim'ordine, odiò la gretta specializzazione e quel vivere quasi fuori del
mondo, di cui, più che i filosofi pare si compiacciano i matematici. L'adagio
del «purus mathematicus» non poteva essere applicato a lui, che non solo volse
davvero il suo vasto sapere nella scienza dei numeri alla pubblica felicità,
compiendo o tentando di compiere importanti lavori d'idraulica e di bonifica,
ma pose altresì come direttive costanti alla sua onesta vita di studioso da un
lato il non perdere mai di vista l'universale[4]
e, dall'altro, il mantenersi sempre in contatto col particolare[5].
Ed è sintomatico a codesto proposito che, delle tante cose buone che condusse a
termine, quella di cui più si compiacesse maggiormente nella vecchiaia fosse
per l'appunto d'essere stato lui, monaco celestino, il primo a insegnare filosofia cartesiana nella scolastica Roma;
giacché la sua modestia[6]
non gli consentiva di ripetere l'elogio magnifico che ebbe a fare di lui
Eustacchio Manfredi, allorché, riecheggiando una communis opinio, affermò che la disciplina meno conosciuta da
monsignor GALIANI erano le matematiche, ma che intanto non vedeva in Italia un
matematico che gli stesse a paro. Eppure un uomo così insigne, del quale,
ancora a due secoli di distanza, non si riesce a discorrere se non con la
reverente ammirazione ch'egli ispirava ai contemporanei, oggi s'è quasi del
tutto spento il ricordo. Della sua infaticabile operosità, della sua
straordinaria diottrina, delle sue cospicue benemerenze verso la cultura
nazionale sarebbe vano cercare il ricordo in qualunque storia letteraria, ove,
tutt'al più il suo nome è ricordato, quando sia, come quello dello zio e
dell'educatore di Ferdinando GALIANI. Destino crudele, e tuttavia ineluttabile
per chiunque, nei tempi moderni, manifesti la propria attività intellettuale
soltanto con la parola parlata; destino a cui non si sarebbe sottratto nemmeno
Francesco de Sanctis[7],
se non si fosse risoluto, dopo i casi del 1848, a diventare scrittore oltre che
maestro. E scrittore Celestino GALIANI non volle essere mai. Timidezza? Assenza
d'ogni più piccola ambizione letteraria? Mancanza d'un poderoso pensiero
proprio da far trionfare? Incapacità di dominare il ricchissimo materiale
scientifico accumulato la lui? A dir vero, tutte codeste cose insieme; giacchè,
se non c'è medaglia senza rovescio, codeste precisamente, erano le qualità
negative del suo ingegno. La Provvidenza non aveva voluto che l'attività
letteraria rendesse in lui men viva quella pedagogica; onde, mentre lo metteva
in grado di riuscire un perfetto uomo di cultura e gli dava, dell'uomo di
scienza, una qualità di requisiti versatilità, potenza assimilatrice,
diligenza, perduranza, e, sopra tutti, culto religioso per la verità, gliene
negò poi uno senza del quale non si raggiunge quell'alcunché di squisitamente
creativo ch'è la scienza, vogliamo dire la facoltà inventiva. Ed egli che, per
essersi tanto studiato, si conosceva alla perfezione e a cui l'innata serietà
inibiva di fare ciò a cui non si sentiva chiamato, oppose sempre un rifiuto
ostinato a quanti lo sollecitavano a metter fuori, una volta almeno, qualcosa
di diverso da quelle tesi di scuola e relazioni che pubblicava di tanto in
tanto per mero debito d'ufficio. La sua opera di educatore e diffonditore di
cultura credé dovuta soltanto ai contemporanei, ai quali prodigò senza
risparmìo i tesori del suo sapere nella scuola, nelle conversazioni orali o in
quelle per iscritto[8]:
superfluo, invece, e non da lui gli sembrava far giungere la sua voce ai
posteri. Ai quali, piuttosto, reputò fosse per riuscire di qualche efficacia
educativa il racconto della sua ritmica vita, che, non senza lacune e, al tempo
stesso, esuberanze e in istile disadorno e prolisso, prese a scrivere negli
ultimi suoi anni e che la morte non gli consentì di condurre oltre il 1736.
Codesto racconto, quasi omaggio al suo tacito desiderio, l'autore di questo
saggio ha voluto riscrivere, integrare e compiere, ponendo a profitto altresì
il carteggio galianeo e altri documenti sincroni. Il lettore appassionato delle
così dette "vite romanzate” e particolarmente di quelle conteste di
aneddoti avventurosi o descriventi con colori più o meno futuristici un
"anima in tempesta", può ben dispensarsi dal leggere queste modeste
pagine: consiglio che non oseremmo dare a coloro pei quali la lettura non sia
un modo come un altro di oziare senza esser vinti dalla noia. Giacché di uomini
che riuniscano, nel grado eminente di Celestino GALIANI, rettitudine, dottrina
e accorgimento pratico, ce n'è stati e ce n'è al mondo così pochi che, quando
s'abbia la fortuna di poterne conoscere qualcuno da vicino, sarebbe poco saggio
lasciarsela sfuggire.
II.
Nato l'8 ottobre 1681 a San Giovanni Rotondo
presso Foggia e chiamato Nicola Simone Agostino a causa d'un voto che i suoi genitori, privi fino
allora di figliuoli, avevano fatto a San Nicola di Bari, era venuto al mondo
con già saldi e sporgenti i due incisivi medi superiori: strano caso,
sottoposto all'esame d'un cappuccino che si dava aria da veggente e che, tanto
per non isbagliare, aveva sentenziato che il neonato sarebbe diventato un
giorno o un grand'uomo o la feccia della canaglia. Il padre Domenico oriundo da
un ramo dei GALIANI di Montoro (Avellino) emigrato a Foggia al principio del
seicento e arricchitovisi col commercio della lana, era, dopo parecchi rovesci,
morto nel 1688 poco più che trentenne, lasciando la famiglia, a cui s'era
aggiunto nel 1684 un altro maschio chiamato Matteo, in condizioni disastrose:
onde la madre, Gaetana Tortorelli[9],
figlia a sua volta d'un ricco notaio di San Giovanni Rotondo, tutta intenta a
salvare dal naufragio una parte almeno del suo patrimonio, che portò poi in dote
a un secondo marito (1692), aveva serbato con sé soltanto il secondo figliuolo,
mandando il primo a Foggia presso lo zio paterno, perché lo avviasse agli
studi, pei quali il fanciullo mostrava il più grande amore. E, invero, aveva
quasi appena posto piede nella scuola, e, come s'è detto, già nella sua volontà
si veniva fissando, nella guisa e misura possibili in quell'età puerile, il
proposito di farsi più che potesse colto. Proposito tanto facile a formolare in
astratto quanto difficile ad attuare in concreto, chi pensi quale cibo
dell’intelletto offrisse, alla fine del Seicento, l'allora barbarica Foggia,
ove gli studiosi letterari non avevano migliore rappresentante d'un don
Domenico Pancicco, ignorantissimo insegnante di latino, che poneva Orazio innanzi
ai ragazzi ch'erano ancora alle declinazioni, e quelli filosofici si
assommavano negli spropositi che pronunciava ex cathedra nel convento di San Francesco un fra Benedetto
commentando le oscurissime Summulae
logicales di Pietro Ispano o da Lisbona che si voglia dire[10]
e non si sa quale manuale scolastico esponente la logica di Duns Scoto[11].
Né le cose ebbero a mutare in meglio quando il futuro monsignor GALIANI,
indossato a sedici anni il saio celestino (24 Decembre 1697) e divenuto, per
tal modo, da Nicola, Celestino, fu
inviato prima nel monastero della Trinità di San Severo a compiere l'anno di
noviziato e, dopo la sua professione solenne[12],
in quello di Santa Croce di Lecce. Senza dubbio, don Celestino de Simeonibus,
don Giuseppe Maria Amati, don Gregorio de Sanctis e don Celestino Pepe, che gli
furono assegnati via via per maestri, erano, specie i primi tre, religiosi di
costumi esemplari; ma, quanto a dottrina, segnatamente filosofica, non sarà un
arrecare oltraggio alla memoria affermare che si sarebbero resi socialmente più
utili consacrando la loro attività alla semina del frumento e alla tosatura
delle pecore. Che dire poi del prete secolare don Lazzaro
Greco, il quale, non ostante codesto
suo cognome di buon augurio, non conosceva una parola di greco e, ciò non
pertanto, lo insegnava, leggendo ai disgraziati che frequentavano la sua scuola
una scellerata traduzione di poche scene del Pluto aristofaneo? Ma non per nulla nel GALIANI c’era la stoffa
dell’autodidatta. E, studiando, com’egli dice, giorno e notte i pochi e non eletti libri della grama biblioteca
conventuale, e aiutandosi alla meglio con un corso manoscritto di filosofia
tomistica tenuto tempo addietro a Lecce, quando v’era semplice monaco
domenicano, dal cardinal Tommaso Maria Ferrari[13], a vent’anni aveva conquistata già,
nell’ambiente celestino, una così bella reputazione di latinista, grecista e
filosofo, che il capitolo generale dell’ordine, radunato nel maggio del 1701
nella badia di Santo Spirito del Morrone, volle dargli un premio ch’egli non
avrebbe osato nemmeno sperare: la nomina per un triennio a studente nel monastero di Sant’Eusebio di Roma.La gioia con cui il
nostro Celestino salutò la città eterna[14] s’immagina. Non trovò di certo a
Sant’Eusebio maestri troppo migliori di quelli lasciati a Lecce: anzi tutta la
cultura di don Diego Grignani e di don Francesco Righi, suoi nuovi precettori,
non andava di là da una conoscenza superficiale della teologia scolastica. Ma
che cosa poteva importare codesto al GALIANI, che sapeva già fare così bene da
sé e poteva ormai disporre d’una biblioteca che hai suoi occhi appariva ricca e
ben fornita? Metodico e ordinato, provvide piuttosto a fissarsi un ferreo
orario di lavoro, che per nulla al mondo si sarebbe indotto a violare. La
mattinata, purtroppo, gli era tolta dalla scuola, dal coro e da altre pratiche
religiose; onde non gli restavano se non le ore del dopopranzo e quelle che
senza danno si sarebbero potute sottrarre al sonno. Ebbene: sarebbero state
consacrate tutte allo studio della Summa
theologica di San Tommaso, salvo una sola, da dedicare, come per isvaco,
alla lettura dei classici latini e greci e di libri di varia erudizione. Tra
questi gli capitò sott’occhio, nell’aprile del 1702, il trattato De sphaera mundi di Giovanni da Holywood
o, all’italiana, da Sacrobosco, che, quantunque vecchio di mezzo millennio,
ancora, nell’edizione commentata del gesuita Cristofaro Clau[15], faceva testo nelle scuole. E, pare
impossibile, allora soltanto apprese l’esistenza degli Elementi di Euclide,di cui nessuno dei maestri gli aveva fatto
nemmeno il nome. Incuriosito, cominciò a leggerli nell’edizione scolastica del
ricordato Clau (1575); ed egli che non era andato mai oltre le quattro
operazioni, si sentì ad un tratto matematico nato. La tentazione di gettarsi a
corpo perduto su quei nuovi studi fu forte; ma mostrerebbe di non conoscerlo
chi credesse che non gli riuscisse di vincerla. C’era da terminare lo studio di
San Tommaso; ed egli avrebbe rinunziato alle matematiche per sempre piuttosto
che non condurre a compimento un’impresa, la quale che fosse, a cui aveva dato
principio. Anzi, gli parve che solo mezzo per potersi dedicare senza
preoccupazioni alla geometria, fosse l’intensificare gli studi teologici,
consacrando a Euclide semplicemente l’ora quotidiana di lettura, con
l’impararne non più d’una proposizione al giorno. Trentadue giorni di lavoro
indefesso bastarono al GALIANI per isbrigarsi definitivamente della Summa theologica, e trentadue furono le
proposizioni euclidee che in quel tempo impresse nella memoria con caratteri
indelebili. Ormai non c’erano più ostacoli e si poteva andare avanti di
carriera. E sotto la guida d’un architetto francese, un monsieur Mony, che
viveva a Roma dando lezioni private di matematica, il giovane Celestino, allora
povero in canna e che dové privarsi di tutto per raggranellare le due piastre
romane da dare ogni mese al maestro, si consacrò toto corde agli studi geometrici. In soli quaranta giorni i primi
sei libri di Euclide non serbavano più misteri per lui, e non più di altri
ottanta gliene occorsero per avere, anche nell’aritmetica ragionata, nella
meccanica e nella trigonometria, qualcosa da insegnare al maestro. Il quale,
nel congedarsi o, meglio, nell’essere congedato da lui, gli rese il miglior
servigio che si possa immaginare; dirgli, egli pel primo, molto bene della
filosofia cartesiana, della quale il GALIANI, appunto pel gran male che ne
aveva sentito dai precedenti maestri, s’era tenuto fino allora scrupolosamente
lontano. A questa indigestione geometrica seguì dunque la lettura della Diottrica di Cartesio. Fintanto si
trattò dell’introduzione, le cose procederono lisce: anzi al GALIANI, adusato
al gergo scolastico e alle qualità
occulte dei peripatetici, la così limpida teoria cartesiana della luce
fece, com’egli dice, la medesima impressione che a un condannato da lunghi anni
a un oscuro carcere lo splendore vivificante del sole. Ma, quando poi, ancora
digiuno, qual era, di geometria solida, passò all’altra teoria della
rifrazione, la luce divenne così abbagliante da fargli veder buio[16]. Dové pertanto smettere e riprendere tra
mano Euclide, del quale studiò gli ultimi sei libri, passando poi all’ostico
trattato sulle sezioni coniche di Isacco Barrow[17], su cui sudò [18] per tre mesi nelle ore canicolari dell’estate
del 1703, e, dopo un tentativo infruttuoso d’intendere almeno la Geometria cartesiana,al Traité de la grandeur
en général
dell'oratoriano cartesiano Bernardo Lamy[19], e poi ancora all'algebra
e al calcolo integrale e differenziale, che allora appunto, tra vive
opposizioni, cominciava a diffondersi in Italia e che, propugnato
più tardi e difeso a spada tratta dallo stesso GALIANI,
egli imparò primamente così sul De constructione aequationum calculi differentialis
primi gradus, in quel tempo ancora inedito[20], come dalla viva voce dell'autore
di quel libretto, cioè da Gabriele Manfredi[21], ospite a Roma del futuro cardinale
Filippo Maria Monti da Bologna[22]
e col quale il nostro Celestino si strinse in
fraterna amicizia, estesa poi a tutta quell'insigne famiglia di letterati e
di studiosi. E tornò (autunno
del 1703) per la terza volta a Cartesio. La
dolce commozione, da cui fu pervaso quando s'avvide che
finalmente intendeva, e intendeva tutto, è di quelle che può comprendere a
pieno soltanto chi, come lui, nutra per gli studi un affetto che abbia del
culto religioso. Con ardore di neofita,
lesse, rilesse e postillò tutte le opere del Descartes,
la Geometria, la Diottrica, il Discours de la méthode, i Principi filosofici, le Méditations e,
ultima, il De l'homme, che gli porse occasione di
frequentare nel vicino ospedale di San Giovanni in Laterano
un corso di anatomia umana. Ma ormai il triennio di studentato volgeva al termine. Che sarebbe avvenuto di lui?
Avrebbe potuto continuare gli studi, diventati la ragione stessa della sua
esistenza? Il suo abate[23]
sarebbe riuscito ad ottenergli, come lo aveva vivamente pregato, la
destinazione, senz'alcun incarico, a qualche piccolo
convento di provincia, come per esempio a quello d'Aversa
o all'altro di Barletta? Tali le domande che il nostro Celestino
si rivolgeva con animo trepidante, mentre il
capitolo generale dell'ordine, radunato quella volta[24], non, secondo l'uso, nella badia di
Santo Spirito del Morrone,
ma nello stesso convento romano di Sant'Eusebio,
deliberava sulle nomine e residenze del futuro triennio.
Ma quanto giubilo poi, allorché
il Guicciardini
gli annunciò essergli stato concesso più di quanto avesse chiesto, cioè la
conferma per altri tre anni nel titolo di studente[25]
nel medesimo convento di Sant'Eusebio, con la
dispensa dal frequentare la scuola, ch'è quanto dire
restando padrone di quasi tutto il suo tempo! Se fin d'allora lo avessero
eletto generale dell'ordine, non sarebbe stato più
felice. Giacché - cosa rara negli autodidatti, i cui studi hanno sempre
qualcosa d'occasionale e lacunoso - egli ardeva dal desiderio di ritornare
metodicamente sui propri passi per colmare pazientemente i vuoti che la
rapidità stessa dell'andatura gli aveva fatti
lasciare per istrada. Noi non lo seguiremo in codesto corso di autoperfezionamento,
che per lui, ormai esperto nella difficile arte di studiare, fu tanto più
fecondo in quanto, superato ben presto il cartesianesimo, poté, non senza un contatto col lockismo,
ascendere, sopra tutto nel campo matematico, alle supreme vette del leibnizianismo e del newtonianismo.
Diremo soltanto che a venticinque anni era annoverato già tra gli uomini più
dotti di Roma, ove non c'era studioso di vaglia che
non amasse entrare in relazione con lui. Amici, per esempio, gli furono fin da
quel tempo, e restarono poi, Gianvincenzo Gravina[26], monsignor
Francesco Bianchini[27]
e Giusto Fontanini[28], allora semplice abate e
bibliotecario del cardinal
Renato Imperiali[29] che
prese anch'egli a voler bene al GALIANI,
e poco di poi, come del resto, più tardi, il cardinal
Casoni [30]
e, più tardi ancora, l'altro cardinale Giannantonio Davia[31], lo nominò suo teologo. Né gli fecero
il viso dell'armi l'archeologo e abate
napoletano Biagio Garofalo[32]
e il servita fiorentino Gherardo Capassi,
al quale una vivace polemica contro l'oratoriano
e continuatore del Baronio,
Giacomo Laderchi[33], a proposito d'una dissertazione di quest'ultimo su San Cresci e altri martiri (1707), veniva acquistando allora grande notorietà; il
vecchio appulo Vitale Giordano[34], lettore nella Sapienza e matematico
mediocre, ma persona degnissima;
l'abate Domenico Passionei[35], poi (1738)
cardinale e raccoglitore d’una
ricca biblioteca, a cui anche Giacomo Casanova pretese un giorno di
contribuire; il benedettino Giambattista de
Miro[36], indi persona di fiducia di Vittorio Amedeo II di Savoia, poi abate del
convento napoletano di San Severino e Sossio e,
quantunque tale, fervido difensore di Pietro Giannone; e altri
parecchi che sarebbe troppo lungo enumerare.
Sopraggiungeva
frattanto il maggio del 1707, e al GALIANI
il modesto titolo di studente veniva convertito nell'altro, parimente
triennale,
di lettore di teologia morale[37]
e Sacra Scrittura nel medesimo convento di Sant'Eusebio. Una
consuetudine inveterata nell'ordine celestino faceva
considerare codesta nomina meramente
onorifica. Ma era troppo forte nel GALIANI
il senso del dovere e troppo ardente il desiderio di comunicare agli altri con
metodo facile e piano ciò che egli aveva imparato da sé con uno sforzo più o
meno intenso, perché pensasse un momento solo a esimersi dall'onere delle
lezioni. Se, ancora studente, soleva radunare nella sua celletta
alcuni confratelli[38]
per insegnare loro la filosofia cartesiana
e fare alcune letture in comune[39], si può immaginare con quanto
entusiasmo si consacrasse al l'insegnamento, ora che di esso, almeno nominalmente,
gli era fatto debito. Alieno da sottigliezze teologiche e casistiche,
preferì, tra i due corsi affidatigli, quello di Sacra Srittura, che svolse non col metodo esegetico
e apologetico,
allora in voga nelle scuole italiane, ma, per quanto i tempi consentissero, con
criteri storico-filologici, imparando apposta l'ebraico e dandosi toto corde agli studi di cronologia ragionata del
Vecchio Testamento. E già nel febbraio del 1708 la sua scuola aveva dato frutti
così eccellenti che Giusto Fontanini gli proponeva di far
sostenere da qualche discepolo le tre principali tesi svolte durante il
suo insegnamento, e cioè: che, nel computo degli anni ab orbe condito all'era volgare, fossero preferibili
il testo ebraico e la Volgata alla versione dei Settanta;
che il Diluvio, anziché peculiare a qualche regione dell'oriente,
fosse stato universale; che l'ipotesi dei preadamiti
fosse, anche storicamente, insostenibile. Tesi che oggi fanno sorridere, ma che lungo un secolo
furono argomento di accese dispute in tutto il mondo cristiano, cattolico e
protestante, messo a rumore dai Praeadamitae (1655) del francese Isacco
de la Peyrère[40], dalla violenta confutazione
che, tra gli altri, ne aveva fatto, nel Diluvium Noachi universale,
l'olandese Martino Schoock[41], da tutte le polemiche conseguenti e
susseguenti e dalla partecipazione a queste di uomini come il Bossuet
e, oggi meno famoso ma allora oracolo scientifico d'Europa, Giovanni Leclerc[42]. Basti dire che ancora nel 1730 e nel
1744, nella seconda e terza Scienza Nuova,Giambattista Vico, che sembra
avesse aderito in gioventù (1692-3) alle ipotesi dei
preadamiti e della parzialità del
Diluvio, sentì il bisogno di farne esplicita confutazione.
Superato il fiero pettegolezzo di convento, suscitato dal padre Francesco
Righi, il quale non sapeva perdonare al suo antico discepolo d'essere divenuto
tanto più dotto di lui, la disputa ebbe luogo con grande concorso di pubblico. Argomentatori, cioè contradittori, furono Monsignor Santini[43], l'abate Bencini[44] e,
nientemeno, Francesco Bianchini, contro i quali il discepolo prediletto del GALIANI, don Bonifacio Pepe[45], difese con tanta valentia le tesi
che il maestro aveva raccolte in un libricino dedicato al cardinal Imperiali, che i monaci di Sant'Eusebio,
per mostrare la loro gratitudine al nostro Celestino,
lo designarono (e il generale dell'ordine
lo nominò) successore, nella cattedra di teologia dommatica, del
Righi, che circa quel tempo era andato abate a Ravenna. Per tal
modo, il GALIANI venne ad avere due
insegnamenti, per dir così, ufficiali, a cui di sua iniziativa volle
aggiungerne parecchi altri privati: di ebraico, di greco, di latino, di
filosofia cartesiana e di matematiche. E tranne
per un breve periodo (marzo-aprile 1708),
durante il quale affari di famiglia lo chiamarono in Puglia e poi a
Napoli - ove conobbe allora i due fieri anticurialisti
Costantino Grimaldi[46] e
Alessandro Riccardi (1660-1726)
e il loro oppositore monsignor Carlo Maiello[47], l'archeologo Matteo
Egizio[48]
e i matematici Antonio Monforte[49]
e Giacinto de Cristofaro[50], - tranne, dicevamo,
per quei due mesi, la sua infaticabile attività d'insegnante lo assorbì quasi
del tutto fino al maggio 1710. Quasi del tutto, giacché la scuola non gl'impediva
né di continuare a tenersi
al corrente con gli studi, né di cominciare, appunto dal 1708, a carteggiare
con istudiosi
d'ogni parte d'Europa, e nemmeno, specie la mattina, quando, dopo la messa
sorbiva il cioccolatte, di ricevere nella sua
cella qualche amico a lui più caro[51], e tenere con loro amene
conversazioni, a cui partecipava talvolta qualche studioso straniero di
passaggio per Roma[52]. Una nuova disputa pubblica ch'egli
fece tenere ai suoi discepoli nel 1710 e un altro libretto di tesi che mise fuori in
quella circostanza suscitarono nuovi pettegolezzi, non circoscritti quella
volta nell'ambiente chiuso del monastero, ma dilagati per tutta
Roma. E , sebbene il GALIANI,
che conosceva la livida invidia degli altri insegnanti di dommatica e di
morale, avesse prudentemente evitato di porgere il
fianco all'accusa di giansenismo, escludendo
da quelle tesi quanto toccasse anche da lontano un suo forse non troppo
ortodosso corso sulla grazia, il servita Pietro Maria Pieri[53], poi (1734)
cardinale, il padre Sant'Elia del Terz'Ordine,
il padre Palermo dei Minori Osservanti e il già mentovato Laderchi
non esitarono a denunziare alla Congregazione
dell'Indice come ereticali cinque
proposizioni galianee, e, più di tutte queste due,
che nella genealogia di Cristo esibita da Luca la frase «qui fuit Cainan» fosse interpolata,
e che il testo ebraico e la versione dei Settanta avessero in fondo lo stesso
valore canonico della Vulgata, che non differisce da loro se non in particolari
di scarsa importanza. Quell’accesa controversia durò tre anni interi[54], durante i quali il GALIANI - pur difendendosi
con energia pari all'abilità, e battendo e ribattendo,
in parecchie scritture presentate alla Congregazione e in un memoriale al papa,
che l'interpolazione
di qui fuit
Cainan era affermata, tra altri padri della Chiesa, da Teofilo
d'Antiochia, Eusebio, Origene,
Epifanio
e Beda, e, tra altri scrittori cattolici
dei tempi moderni, da Agostino Steuco,
dal Genebrand,
da Cornelio a Lapide e dal gesuita Petau
- non riposò al certo su d'un letto di rose. Comunque, radunatasi
la Congregazione dei sette cardinali che la componevano - Ferdinando
Dadda[55],
Giambattista
Gabrielli[56], Ranuccio Pallavicini[57], Fulvio Astalli[58], Carlo Agostino Fabroni[59] e i
già ricordati Ferrari e Imperiali -
i primi tre si dichiararono a priori fieramente ostili al GALIANI, seguiti in codesto
atteggiamento prima dall'Astalli, poi, malgrado le sue
esplicite promesse in contrario dal Fabroni. E, peggio, dopo una prima
relazione, favorevole al GALIANI, del barnabita Gianmichele
Teroni[60], poi (1713)
vescovo di Venosa,
che anzi né ritrattò una precedente contraria, e due altre, recisamente
avverse, dal crocifero Mortier e del
prete della Missione Castelli, proprio quando la Congregazione, secondo la
domanda del medesimo GALIANI, si disponeva a nominare un
quarto e definitivo relatore, il segretario e futuro
cardinale (1724) padre Agostino Pipia[61], tanto malevolo contro l'accusato
quanto benevolo verso gli accusatori, coi quali era in perfetto accordo, cavato
di tasca un biglietto ch'egli stesso era riuscito a farsi
dare da Clemente XI,
lesse che il papa, annoiato dal gran rumore di quella faccenda, ordinava che le
tesi galianee fossero poste senza ulteriore
discussione[62]
all'Indice.Per
fortuna, in quei giorni il dotto e filogiansenista cardinal
Davia
era venuto dal suo vescovato di Rimini
a Roma per ricevere il cappello Cardinalizio; e in un pubblico concistoro, egli, il Ferrari,
e l'Imperialli mostrarono in modo così
ovvio al papa la balorda ingiustizia di quella condanna,che
l'ordine di proibizione fu senz'altro revocato. Ciò che invece
non si riuscì a cancellare, quantunque di ciò non si fosse nemmeno discusso, fu
l'opinione, diffusa in tutta Roma, che non solo il GALIANI,
ma anche il Davia, che lo aveva tanto difeso,
fossero fieri giansenisti. Anzi, del giansenismo
di Celestino
GALIANI si parlava ancora tanto dopo la sua morte, che nel
1777 suo nipote Ferdinando, rispondendo ad analoga
domanda di monsignor Francesco Sanseverino[63], arcivescovo di Palermo, scriveva: «Mio zio non fu giansenista: avava
troppo Newton in corpo. Contrastò la bell'anima da Dio
donatagli col genere di vita a cui si votò, colla città dove abitò, col secolo
in cui visse. Dio sa quali teorie o quali perplessità ne risultarono!».
Uscito da quella bega, il GALIANI continuava tranquillamente a Sant'Eusebio i suoi molteplici insegnamenti, allorché, nel 1775, una sua lettera in difesa del newtonianismo a Gregorio Calopreso da Scalea[64], ricosciuto dai cartesiani napoletani quasi loro naturale capo[65],richiamò su di lui l'attenzione dei principali matematici italiani, e particolarmente del camaldolese Guido Grandi da Cremona[66], allora professore nell'Università di Pisa, e di Eustacchio