Berardo GALIANI

Autore di questa opera:

Tommaso Carrafiello

Estratto dalI‘Archivio Storico per le Province Napoletane

CXIII dell’intera collezione

SOCIETA NAPOLETANA DI STORIA PATRIA NAPOLI 1995[1] [2]

Casella di testo:  Il primo grande biografo moderno della famiglia GALIANI, e tutt’ora uno dei fondamentali, è stato certamente Fausto Nicolini, il quale, senza voler per questo fare alcun torto alle sue indubbie qualità di studioso, si trovava in una posizione di netto privilegio nei confronti di ogni altro ricercatore per il fatto stesso di essere il possessore pressoché assoluto del vasto archivio galianeo. Ne facevano parte non solo un numero cospicuo di scritti autografi dovuti alla penna di Celestino, Ferdinando e Berardo GALIANI, ma anche gran parte dei loro carteggi ed una raccolta di documenti fra i più disparati (fatture, fedi di battesimo, promemoria, ed altro ancora) che nel loro complesso costituiscono il fondo di maggiore importanza per ricostruire le vicende storiche della illustre famiglia meridionale originaria di Montoro, una località oggi in provincia di Avellino.

 Per questo motivo la biografia successiva ha risentito in modo pesante della impostazione dovuta al Nicolini. Egli da un lato non poteva che allinearsi con la già grande considerazione per l’opera teorica dell’abate Ferdinando, mentre dall’altro esaltava la figura di monsignor Celestino Cappellano maggiore e di conseguenza Prefetto degli Studi per i suoi meriti non solo in campo diplomatico (si ricordino le trattative per il concordato tra il Vaticano e il Regno delle Due Sicilie che egli portò a compimento nel 1741)[3], ma anche e soprattutto per l’attitudine ad essere un valente educatore. Il biografo dei GALIANI vedeva le radici di questo interesse da parte di Celestino per gli studi, ed in particolare per la formazione dei giovani, negli anni in cui questi aveva insegnato a Roma prima nel convento di Sant’Eusebio e successivamente alla Sapienza, per poi continuare in tale indirizzo con la fondazione a Napoli di un’Accademia delle Scienze[4] che s’ispirava al modello dell’Accadèmie des Sciences e della Royal Society[5], un’iniziativa quindi che metteva la città meridionale nella scia delle altre grandi capitali europee come Parigi e Londra; Infine l’opera, dello zio paterno di Berardo, vedeva il suo pieno coronamento nella riforma degli studi universitari, che egli perseguì nel corso di tutto il suo mandato di Prefetto degli studi, ottenendo un notevole risultato con l’approvazione del programma di riorganizzazione[6] avvenuta nel 1735. In definitiva, però, nello schema di lettura tracciato da Nicolini, la figura di Berardo rimaneva schiacciata tra le poderose moli dei due suoi illustri consanguinei, così da meritare soltanto episodici riferimenti, se non addirittura l’accusa di essere, a differenza del suo più scaltro fratello, inettissimo alla vita pratica[7]. Quest’ultima affermazione nasceva dalla riflessione su alcune scelte ed altri avvenimenti della vita del Nostro, i quali, oltre a procurargli gravi e costanti difficoltà economiche, lo videro in serio imbarazzo per le conseguenze della sua eccessiva fiducia, vale a dire ingenuità nei confronti delle persone con cui veniva a stringere rapporti sia di lavoro che di carattere più personale, quali il matrimonio d’amore che fu fonte per lui d’infiniti debiti[8], l’abbandono della carriera ecclesiastica che comportava la perdita dei relativi usufrutti, le eccessive confidenze fatte a Winckelmann sugli sviluppi degli scavi archeologici di Ercolano, l’avventatezza di affidare nelle mani di Francesco Daniele la sua risposta manoscritta alle denunce dell’archeologo di Dresda, per finire con la leggerezza nel rendere noti i disegni della macchina per l’essiccazione del grano che ne causò il plagio in Francia. Comunque, nonostante tali disavventure personali, la fama della erudizione di Berardo, che derivava soprattutto dalla pubblicazione della eccellente versione tradotta e commentata del De Architectura di Vitruvio[9] nel 1758 aveva di gran lunga travalicato i confini del Regno di Napoli, giungendo a Firenze, ove fu nominato Accademico della Crusca (22 settembre 1759), ed in seguito anche a Vicenza, città dalla quale fu richiesto il suo parere su una disputa che infiammava gli animi degli accademici olimpici, e che riguardava alcuni aspetti filologici dell’omonimo Teatro progettato da Andrea Palladio (1764). Stranamente, però, la grande stima per il lavoro di GALIANI sul testo vitruviano, sebbene fosse giunta fino ai nostri giorni, si scontrava con la quasi totale assenza di altri riferimenti biobibliografici, in parte certamente imputabili alla mancata pubblicazione di alcuni fra suoi lavori più importanti, come ad esempio il trattato di estetica intitolato Del Bello[10]; la dispersa Dissertazione sulla musica ed, infine, le mai ultimate Lezioni di Architettura. Ad aggravare le cose si è poi aggiunta la soverchiante autorità dei suoi più celebri consanguinei, nel senso che alcuni fra i manoscritti di Berardo[11] erano stati erroneamente attribuiti ora a Ferdinando, ora a Celestino. A due di essi[12] è stata qui dedicata un’ampia trattazione nella seconda parte; nei primi paragrafi, invece, si è tentato di delineare[13] le vicende biografiche del loro autore e, più in particolare, i suoi studi antiquarì, con la speranza di dare in questo modo un contributo alla conoscenza della figura dell’insigne personaggio che fu non solo commentatore di Vitruvio, ma anche grande erudito e studioso d’architettura.

Le radici culturali

Nella vita di ogni uomo vi sono singoli avvenimenti che possono cambiare radicalmente il corso avenire, e cogliere al volo le rare occasioni che ci vengono offerte dalla sorte è, probabilmente, il passaggio decisivo per cominciare a fare breccia nell’inesorabile anonimato nel quale generalmente ci relega lo scorrere del tempo. Il momento cruciale nella vita di Berardo GALIANI fu certamente il viaggio con il quale nel gennaio dei 1732, a soli 7 anni, giunse a Napoli insieme con lo zio paterno, monsignor Celestino GALIANI[14] che si trasferiva definitivamente nella capitale per insediarsi nella carica di Cappellano Maggiore[15]. La famiglia del futuro commentatore di Vitruvio non era nuova ai cambiamenti di residenza: suo padre Matteo[16] per portare avanti la carriera giudiziaria fu costretto a trasferirsi più di una volta, passando da Teramo, ove il 19 dicembre 1724 nacque Berardo. Lo stesso Matteo poi, pur essendo nato a Foggia, era originario di quella Montoro che Domenico GALIANI, padre suo e di monsignor Celestino, aveva dovuto lasciare (ancora una volta) per motivi di lavoro[17]. Il Nostro era arrivato a Napoli nel momento in cui la città si apprestava a vivere un grande fermento culturale e politico, in quanto la riconquistata indipendenza dall’Austria stava creando i presupposti per consolidare lo sviluppo della nascente cultura illuministica. Come la capitale del Regno cresceva e progrediva sotto il governo del suo nuovo Sovrano così il giovane Berardo approfondiva la propria formazione seguendo la guida energica ma valente del colto zio monsignore che oltre a conoscere le opere di Cartesio, Locke e Leibnitz era un tenace sostenitore delle idee di Newton, ma la sua posizione di ecclesiastico e di universitario pontificio lo aveva obbligato alla prudenza, e gran parte della sua opera di diffusore di Newton l’aveva svolta soltanto verbalmente e per via epistolare[18]. L’entrata a Napoli di Carlo di Borbone (1734) affrancò il regno delle Due Sicilie da una posizione periferica e subalterna in cui era stato relegato negli anni della dominazione austriaca[19] e segnò il punto d’arrivo di un processo di sviluppo culturale[20] che da quel momento in poi costituirà il riflesso della politica illuminata e riformatrice sviluppata dal governo borbonico, e che vedrà proprio Celestino GALIANI a mediare le istanze del mondo intellettuale con i limiti dell’amministrazione, spesso soffocata dalle difficoltà economiche[21]. Per una singolare simmetria allora, mentre il Sovrano attuava la sua politica antifeudale ed anticuriale[22], parallelamente monsignor GALIANI perseguiva la documentazione della natura fisica, geografica economica e sociale del Meridione, con l’intento dichiarato esplicitamente di non farsi deviare da alcuna preoccupazione teologica o da altri problemi di ordine metafisico e filosofico[23]. Ciò avveniva nell’ambito dell’Accademia delle Scienze, fondata da Celestino GALIANI insieme con il toscano Bartolomeo Intieri[24] ed il medico Nicola Cirillo[25], membro dell’Accademia delle Scienze di Londra, ma aveva inevitabili riflessi anche sulla vita dell’Università napoletana, per la quale egli, in qualità di Prefetto degli Studi, presentò due poderosi programmi di una riforma, che fu poi avviata nel 1735 grazie soprattutto alla sua ferma determinazione[26]. Ecco quindi in quale clima di fervore intellettuale si trovò a maturare Berardo, al quale nel 1735 si era aggiunto il fratello Ferdinando[27], più giovane di quattro anni, specialmente quando monsignor Celestino, tornato a Napoli dopo l’approvazione del Concordato tra il Vaticano e il Regno delle Due Sicilie (1741)[28], gli concesse finalmente di accedere in quel salone ove si radunavano i grandi protagonisti della cultura partenopea, e che per molti anni fu il più importante salotto letterario napoletano. Lungo sarebbe menzionare opportunamente i tanti uomini dotti[29] che frequentavano la dimora galianea, e ci asterremmo dal farlo se ciò non fosse imposto dalla costatazione che alcuni di essi furono anche maestri dei fratelli GALIANI, come ricorda Giuseppe Castaldi nei brevi accenni che costituiscono l’unica, per quanto concisa, biografia del Nostro: «Giovan Battista Vico, Alessio Simmaco Mazzocchi, Niccola Capasso, Marcello Cusano, Agostino Ariani e Francesco Serao erano frequentemente di tal compagnia, de’quali i primi due diressero i GALIANI nello studio delle lingue dotte, e dell’eloquenza, il Capasso nella poesia, il Cusano insegnò loro il diritto, l’Ariani le matematiche, ed il Serao le scienze fisiche»[30]. Fu quindi Marcello Cusano [31] a istruire Berardo in diritto civile e canonico ed essendo questi intenzionato a seguire le orme di suo padre, a mio credere doveva ricevere un forte stimolo in tale direzione dalla presenza in casa di Celestino del grande giurista Niccolò Fraggianni[32], tra i più assidui frequentatori di quel circolo culturale[33], in memoria del quale proporrà (diversi anni dopo) l’erezione di un grandioso monumento a Barletta, sua città natale, dando ampia descrizione delle decorazioni allegoriche che, secondo il suo proggetto, dovevano concorrere a celebrarne l’operato[34]. Ma certamente tra le tante eminenti personalità che frequentavano la dimora galianea a Sant’Anna di Palazzo, alcune in particolare dovettero attrarre l’attenzione del giovane studente: si trattava della cerchia degli eruditi antiquarì che, insieme al Mazzocchi[35], annoverava Giacomo Martorelli (autore della eruditissima De regia theca calamaria) e l’anziano Matteo Egizio, i quali, a quel tempo, stavano di certo discorrendo sui primi ritrovamenti ercolanensi; non sarebbe infatti un azzardo eccessivo ritenere che la frequentazione di tali eccellenti studiosi abbia avuto il suo peso nello stimolare quell’interesse per l’archeologia e le belle arti, in particolare per l’Architettura, che il Nostro ebbe modo di dimostrare fin dalla giovane età[36]. Negli anni che avevano preceduto questa fase così determinante della sua vita, l’illustre commentatore di Vitruvio aveva ricevuto una severa istruzione prima nella casa dello zio Monsignore[37], ed in seguito, quando questi dovette recarsi a Roma per trattare il noto Concordato, i due fratelli andavano a vivere temporaneamente nel convento di San Pietro a Maiella, che era retto proprio da monaci celestini[38]. Durante i mesi in cui Celestino era lontano da Napoli, l’istruzione dei suoi nipoti fu affidata a don Celestino Orlandi[39], ad un non meglio precisato Antonio Morlando, ed al più noto padre Appiano Buonafede[40]. Già da alcuni anni comunque , Berardo si era avviato alla vita religiosa, avendo ricevuto gli ordini minori il 24 dicembre del 1737[41], ed in seguito di ciò il 17 marzo dell’anno successivo gli fu conferito «il beneficio di Santa Caterina de Celanis [   ] con breve pontificio»[42]; egli però usufruì di questo diritto solo per poco tempo, dal momento che nel 1745 decise di intraprendere la carriera giudiziaria e quindi fu costretto a cedere tale privilegio al fratello Ferdinando[43]. Fra le antiche carte dell’Università di Napoli, Luigi Settembrini ha avuto l’opportunità di rinvenire il giuramento che il Nostro, come era obbligo di tutti i laureandi partenopei, dovette firmare per dichiarare le proprie generalità e la indispensabile illibatezza sotto il profilo penale[44], essendo sul punto di diventare dottore in utroque, vale a dir in diritto sia civile che ecclesiastico; il documento risale all’anno 1744, ed è l’unico riferimento certo per collocare cronologicamente l’addottoramento di Berardo, in quanto anche nelle note stese dal fratello Ferdinando[45] l’anno in cui egli si laureò non è riferito in modo esatto[46]. Questa stessa data , quindi, segna il momento in cui lo studioso d’architettura passò al di la della conradiana linea d’ombra, la demarcazione tra giovinezza ed età adulta che ogni uomo è destinato prima o poi a varcare. È bene sottolineare ad onor del vero il fatto che se Celestino GALIANI fu senza ombra di dubbio e secondo il giudizio dello stesso Fausto: Nicolini[47] un grande educatore in senso assoluto, certamente lo è stato in misura ancora maggiore per i figli del fratello Matteo, che egli amava come fossero suoi[48], ed è innegabile, vista la loro opera complessiva[49], che l’istruzione dei due nipoti sia stata, in tale ambito, il suo personale capolavoro.

L’esordio dei fratelli GALIANI

Dal 1745 e fino al 1750 molti «eruditi giovinetti» napoletani si riunivano periodicamente per dedicarsi allo studio della giurisprudenza e delle «umane lettere» in quella che fu denominata Accademia degli Emuli, fondata nella casa di Girolamo Pandolfelli, e poi trasferita in quella di Niccolò Centomani[50]. Divenuto membro di questo circolo culturale, Berardo GALIANI ricevette l’incarico di comporre un’Orazione in lode di Maria Vergine, protettrice dell’Accademia, e di declamarla nel corso di una loro assemblea. Il destino però, volle che nei giorni immediatamente precedenti alla data convenuta egli dovesse recarsi necessariamente a Chieti, per sbrigare alcune faccende familiari, ed allora fu costretto a pregare suo fratello, che come lui era iscritto a quel consesso, di sostituirlo in questo importante compito. Malgrado Ferdinando si fosse impegnato a fondo nello stendere il componimento, gli fu impedito di leggerlo in quanto il presidente dell’Accademia, Giannantonio Sergio, fece notare che egli era troppo giovane per poter essere ascoltato in quel contesto, e lesse un proprio discorso in sostituzione della prevista orazione. Ferito nell’amor proprio, e deluso, l’intraprendente giovinetto si vendicò dando alle stampe un piccolo volume di tono satirico intitolato: Componimenti in morte del boia della Vicaria Domenico Iannaccone[51], una sorta di parodia con la quale mise in ridicolo l’Accademia stessa, imitando lo stile retorico dei suoi più prestigiosi membri [52] e così fu grazie a Berardo che il futuro grande illuminista cominciò a mettersi in evidenza negli ambienti culturali, dando un saggio di quella gaia esuberanza che lo accompagnerà tutta la vita, così lontana dal pedante sussiego, alternato ad un eccessivo sentimentalismo, che Fausto Nicolini invece attribuisce a Berardo[53]. E probabilmente fu proprio a causa di tale sentimentalismo che il primogenito dei fratelli GALIANI decise di prendere in moglie una ragazza che pur essendo «un’angelo di bonta», secondo l’impressione avutane da Giacomo Casanova[54], in effetti proveniva da una famiglia non certo benestante, [55]come avrebbe invece preferito monsignor Celestino che, si preoccupava per il futuro dei suoi nipoti anche sotto il profilo economico. Il matrimonio con Agnese Mercadante‑Capece[56], infatti, peggiorò la già precaria situazione finanziaria di Berardo, costringendolo più di una volta a chiedere l’aiuto di quello che era ormai diventato un secondo padre[57]. Quando poi, nel 1753, la morte lo privò anche dell’appoggio di quest’ultimo, le difficoltà economiche crebbero a tal punto da impedirgli sinanche di ritirare, per molto tempo, la certificazione del titolo di Marchese[58], la cui consegna era subbordinata al pagamento degli oneri di successione, avendolo ereditato dal padre Matteo, che era venuto a mancare nel 1748. Comunque, malgrado tali spiacevoli circostanze[59], che nel loro complesso pesarono notevolmente sulle sorti di Berardo GALIANI[60], negli anni cinquanta del secolo dei lumì egli diede un grande impulso a quegli studi sull’architettura in generale, e sul testo vitruviano in particolare, che lo avrebbero reso noto e stimato sino ai nostri giorni; ed anche Ferdinando aveva la sua parte di merito nello stimolare gli studi del fratello, mettendolo al corrente delle novità che il mercato letterario offriva in quelle città che aveva modo di visitare nel corso dei suoi molti viaggi, come si evince, ad esempio, da una lettera scritta da Venezia, ove propone a Berardo l’acquisto di alcune incisioni: «Dite a Berardo che qui si vendono i 52 disegni di prospettive del Bibiena per 56 carlini napoletani. Se gli vuole me lo avvisi»[61]. L’interesse per i disegni non deve sorprendere, in quanto Berardo, pur coltivando gli studi filologici, si dilettava egli stesso nell’arte figurativa con risultati niente affatto scadenti, e le tavole allegate alla sua versione del De Architectura ne sono un chiaro esempio. Oltre a queste è nota una incisione che rappresenta l’eruzione del Vesuvio del 1739 (di sapore più descrittivo e documentario che pittoresco)[62] e soprattutto i disegni tecnico-costruttivi di una macchina per essiccare il grano, trattamento che serviva a preservarlo dal deterioramento. Inventore della cosiddetta stufà per il grano, che veniva usata in varie parti del Regno sin dal 1731[63], era stato il più volte nominato Bartolomeo Intieri nel 1726[64], ma essendo il toscano già vecchio, e non molto abile nell’arte letteraria incaricò Ferdinando GALIANI di scrivere un trattatello che ne descrivesse l’uso[65], ed infatti questi nel 1754 diede alle stampe il libro Della perfetta conservazione del grano, indicandone come autore lo stesso Intieri, e giovandosi dell’aiuto di Berardo che ne disegnò tutte le tavole (sette tecniche ed una artistica). Berardo però, un anno prima che lo scritto del fratello vedesse la luce, aveva ingenuamente inviato quegli stessi disegni all’agronomo francese Henry-Louis Duhamel du Monceau (1700-1782), ed il transalpino, che non era affatto nuovo a simili episodi di plagio[66], si affrettò a riprodurli ed a pubblicare un Traité de la conservation del grains(Paris 1753), nel quale si spacciava come inventore della macchina[67]. Non si trattò, comunque, dell’unico episodio in cui venne a galla il carattere poco battagliero di Berardo, tanto meticoloso negli studi quanto malaccorto nelle relazioni sociali, ma, nonostante tutto, i tempi erano ormai maturi perché egli cominciasse a raccogliere i frutti di tutto il suo impegno, cosa che avvenne con la pubblicazione, nel 1758, del De Architettura di Vitruvio tradotta e commentata.

La maturità

Per portare a termine un impegno di si vaste proporzioni, Berardo aveva impiegato diversi anni, e si era giovato dell’aiuto di monsignor Giovanni Gaetano Bottari che, insieme con monsignor Giuseppe Maria Assemanni[68], era Custode della Biblioteca Vaticana; furono proprio loro, infatti, a consigliare al napoletano l’analisi comparata dei due codici latini conservati in quella biblioteca [69] in quanto ritenevano che questi, essendo i più antichi, dovevano essere anche i meno alterati dalle trascrizioni degli amanuensi, e potevano quindi costituire un fondamento valido per l’auspicato lavoro di traduzione[70]. Bottari, in particolare, era legato alla famiglia GALIANI da un profondo rapporto di amicizia che risaliva al tempo in cui monsignor Celestino si trovava a Roma, e quando quest’ultimo aveva deciso di trasferirsi a Napoli, era stato proprio il bibliotecario del Vaticano a prendere il posto di GALIANI nella cattedra di Storia Ecclesiastica e Controversie presso l’Università della Sapienza cui questi aveva dovuto rinunciare[71]. Anche Ferdinando ebbe una lunga corrispondenza con l’erudito prelato [72] che, nel 1756, così gli scriveva: «Mi riverisca il Sig.Marchese suo fratello, e gli dica, che gli ho spedito parecchi quaderni del suo Vitruvio collazionato»[73]. Dallo studio del carteggio fra l’abate GALIANI e il suo corrispondente romano inoltre, si evince che quest’ultimo oltre a fornire il prezioso materiale letterario per la traduzione, fu tra i primi a poter leggere il frutto delle fatiche di Berardo il quale di volta in volta gli inviava le parti già terminate affinché Bottari potesse esprimere un giudizio su di esse e quindi dargli dei suggerimenti per il prosieguo del suo lavoro[74]. La traduzione commentata del De Architettura, che costituisce l’opera di maggior rilievo pubblicata da Berardo, vide finalmente la luce nel 1758, riscuotendo immediatamente notevoli consensi da ogni parte d’Italia, tanto che alcuni anni dopo Francesco Milizia poteva affermare: «finalmente è comparsa  la traduzione del Signor Marchese GALIANI, la quale a guisa del Sole ha fatto sparire tutte le altre»[75]. Si trattò quindi di una tappa di fondamentale importanza per la fama di Berardo il quale, proprio grazie all’apprezzamento suscitato da tale brillante pubblicazione, il 22 settembre 1759 veniva eletto membro dell’Accademia della Crusca[76], un riconoscimento che si andava ad aggiungere a quelli conseguiti pochi anni addietro, dei quali ci dà notizia ancora una volta Ferdinando: «A 13 Aprile 1755 dall’Accademia di San Luca di Roma fu ascritto come Accademico di merito. «A 22 Aprile 1758 con real dispaccio fu eletto Accademico Ercolanese[77]». Purtroppo però, anche in questo momento apparentemente così felice per la sua vita, le difficoltà finanziarie continuarono ad amareggiare l’esistenza di Berardo, ed anzi esse furono aggravate, per ironia della sorte, proprio dalle spese sostenute per la pubblicazione di quel volume che gli procurava tanta ammirazione nel mondo letterario. Si ricordi una patetica lettera scritta nel 1760 al ministro Bernardo Tanucci, nella quale, come si è visto in precedenza, egli dichiarava di non avere al momento nemmeno il denaro necessario per ritirare il diploma che certificava il titolo di Marchese che, morto il padre Matteo, spettava a lui in quanto primogenito. In quella lettera egli sottolineava di essere stato costretto addirittura a lasciare la città di Napoli[78], e a ritirarsi in una casa di campagna a Sant’Agata di Sessa[79]. Un certo respiro alle sue disastrate finanze era dato dalla carica di «Governatore dell’Arrendamento de’ sali de’ quattro fondaci»[80], conferitagli dal Re nel 1756, dalla quale doveva trarre un minimo guadagno. Berardo poi era solito tenere alcune persone a pensione nella sua casa, tra le quali va ricordata Lucrezia Castelli, uno degli amori napoletani di Giacomo Casanova, che, secondo quanto riferito da quest’ultimo, era «un’amica intima della Marchesa»[81]. Lo stesso Casanova, inoltre, si giovò della sua ospitalità (presumibilmente a titolo di pura amicizia) nel 1760, allorché, nel corso di una precipitosa quanto roccambolesca fuga strategica dalla capitale borbonica, la sua carrozza si ribaltò nella campagna tra Francolise e Sessa, e nel pieno della notte fu costretto ad accettare l’ospitalità di GALIANI che abitava nei pressi, soprattutto a causa del fatto che “Don Ciccio Alfani[82], suo compagno di viaggio, non era in grado di ripartire senza aver prima ricevuto le necessarie cure mediche[83]. L’impressione che egli ebbe di Berardo fu molto positiva sotto il profilo culturale, anche se questi «non aveva lo spirito brillante di suo fratello, che avevo conosciuto a Parigi [....]. Il marchese mi presentò a sua moglie, che io sapevo essere l’amica intima della mia cara Lucrezia. Questa dama aveva qualche cosa d’angelico, circondata da tre o quattro bambini di pochi anni, dava l’aria della Sacra Famiglia»[84], e, per fortuna di Berardo, ad altra erano rivolti gli interessi di Casanova in quella casa. Fra gli esponenti dell’ambiente artistico che furono ospitati nella dimora galianea, si ha notizia del pittore Anton Raphael Mengs, chiamato a dipingere il ritratto di Ferdinando IV nel 1759[85], mentre invece l’anno precedente Johann Joachim Winckelmann descriveva il suo primo viaggio nel Mezzogiorno in una lettera a Muzel Stosch, raccontandogli che: «Da Portici me ne andava due volte la settimana a Napoli, e per osservare le monete del Duca di Noja, e per abboccarini col Marchese GALIANI, e per pranzare infine col Conte di Firmian»[86]. L’archeologo di Dresda, però, non ricambiò la cortesia e la cordialità dei napoletani, anzi diede alle stampe la velenosa Lettera sulle scoperte di Ercolano al signor Conte Enrico di Brühl (Dresda 1762), che gli attirò la collera della corte borbonica e l’indignazione dello stesso Berardo, le quali furono manifestate nell’opuscolo anonimo (ma in realtà pubblicato da Mattia Zarrillo) intitolato Giudizio dell’opera dell’abbate Winckelmann sopra le scoperte di Ercolano (Napoli 1765)[87], in gran parte tratto da un precedente scritto di GALIANI: i due comunque si riappacificarono definitivamente nell’autunno del 1767, in occasione dell’ultimo viaggio dell’abate prussiano nel sud, e in quella circostanza anche gli alti uffici governativi si mostrarono clementi, permettendogli di vedere ancora una volta i siti archeologici e i reperti del museo di Portici[88]. Nel frattempo anche la carriera forense stava andando avanti, e il 16 gennaio 1762 GALIANI venne nominato Ufficiale Maggiore della Real Segreteria di Stato di Grazia e Giustizia[89], anche se probabilmente la sua candidatura fu appoggiata dal ministro Bernardo Tanucci in seguito al l’intercessione del fratello Ferdinando[90], che col Ministro era in ottimi rapporti. Due anni dopo Berardo doveva, con suo grande rammarico, contribuire all’elogio funebre del grande giurista Niccolò Fraggianni [91] il cui carisma, negli anni trascorsi presso la dimora di monsignor Celestino, poteva aver pesato in una certa misura sulla scelta di vita presa da Berardo, dal momento che egli per seguire quella carriera che tanto lo attraeva rinunciò alla vita religiosa, con tutti i probblemi economici che ne seguirono. Berardo Galiani aveva la peculiarità di riunire in una sola persona sia una profonda cultura critico-artistica che la conoscenza dell’apparato giuridico del Regno, e probabilmente proprio per questa singolare simbiosi che in varie occasioni fu richiesta la sua consulenza per far luce su questioni che vedevano confondersi e sfumare l’uno nell’altro il campo artistico e i problemi legali. Mi riferisco[92]in particolare a due episodi: per uno di essi, però, non è stato possibile andare oltre la semplice individuazione del fatto, che è contenuta nel più volte citato scritto di Ferdinando GALIANI: «A 9 febbraio 1765 (Berardo) fu destinato dalla Maestà del Re ad intervenire col Principe Dentice Delegato della Regal Casa, e coll’Uditori de’Reali eserciti al riesame de’ testimoni per il furto de’ disegni del fu Don Carlo Weber»[93]. Nell’unico altro accenno a noi noto riguardo a tale vicenda [94] risulta che egli ebbe il compito di osservare le carte ritrovate, per poi indicare ai giudici se esse erano quelle lasciate dal Weber [95] e che egli aveva avuto modo di vedere in occasione di una ricognizione fatta subito dopo la morte di questi. Per quanto concerne invece l’altro episodio, e stato possibile ricostruire i termini generali della vicenda, ed anche se non sono emersi elementi precisi sull’opera svolta da GALIANI, essa può essere apprezzata per i fatti che ne furono la conseguenza. Un fatale incendio, sviluppatosi nella notte tra il 24 e il 25 gennaio 1757, aveva completamente distrutto la copertura della chiesa dell’Ave Gratia Plena (ossia l’Annunziata) di Napoli [96] ed in seguito a ciò il 7 aprile dell’anno successivo il Sovrano ordinava la riedificazione dell’intero edificio[97], essendo naufragata ben presto l’ipotesi del semplice rifacimento del tetto, sotto il quale sarebbe dovuta essere realizzata una volta finta «di canne e cerchia»*****.Quindi nel marzo 1760 Luigi Vanvitelli, coadiuvato da Costantino Manni[98], e inaspettatamente dal suo eterno antagonista Mario Gioffredo, dava inizio ai lavori[99]. Contro il parere della maggioranza Fuga e lo stesso Vanvitelli proposero di costruire una volta vera (o ‘lamia’) mentre Bibiena propendeva per un compromesso fra le due ipotesi. Secondo il progetto di Vanvitelli la cupola doveva essere realizzata con l’uso di pietre pomici, e rinforzando preventivamente le mura laterali con speroni. Si deve ricordare che egli stesso poco tempo addietro aveva presentato anonimamente una soluzione inusuale per il consolidamento della cupola di San Pietro, la quale prevedeva proprio una corona di archi rampanti per contenerne lo spanciamento. Per i problemi statici dell’edificio e le soluzioni si vedano le relazioni pubblicate in appendice a d’Addosio (1883) che furono portati avanti fra non poche difficoltà di natura sia tecnica[100] che economica. Ma in seguito a gravi dissapori con gli amministratori della Real Casa, i quali vedevano i costi lievitare giorno per giorno, specialmente a causa della grande cupola, Vanvitelli fu costretto a rinunziare all’incarico nel 1769, e nello stesso anno i lavori passarono nelle mani di Gioffredo, che in questo modo si prese una rilevante rivalsa (quanto effimera) nei confronti dell’invidiato artefice casertano che per molto tempo lo aveva completamente oscurato dal punto di vista professionale.È a questa fase che risale l’intervento di Berardo GALIANI il quale[101]: «Nel 1768 dal Re fu destinato a rivedere le controversie intercorse fra Vanvitelli, e li governanti della Chiesa dell’A.G.P.»[102]. In sostanza quindi Berardo dovette tentare di far convergere le preoccupazioni degli uni, con le istanze formali dell’altro (che peraltro conosceva e stimava moltissimo), e chi meglio di lui avrebbe potuto svolgere un compito di tale difficoltà? Allorquando infatti i rapporti tra i committenti e il progettista sono estremamente tesi, e le loro posizioni apparentemente inconciliabili, la mediazione di un legale che sia nello stesso tempo anche un validissimo conoscitore dell’architettura è quanto di meglio ci si possa augurare. Sfortunatamente allo stato attuale non mi[103] è stato ancora possibile consultare l’Archivio dell’Annunziata ove ritengo possano essere reperibili i resoconti della vicenda[104], e di conseguenza non sono nelle condizioni di definire in quali termini abbia avuto luogo la mediazione di Berardo; malgrado ciò si può ipotizzare che alla lunga il suo lavoro fosse coronato dal successo, in quanto nel 1771 gli amministratori della Real Casa richiamarono Vanvitelli e accettarono il suo progetto che prevedeva comunque la costruzione della costosa cupola[105]. Quanto un tale ripensamento sia stato dovuto al l’intercessione di GALIANI è, al momento, tutt’altro che chiaro, ma è bene sottolineare che il risultato finale dimostra quanto Vanvitelli avesse visto giusto nel difendere strenuamente la sua cupola, che, come ancora oggi si può osservare[106], è inequivocabilmente il cardine delle valenze luministiche e spaziali della chiesa.

La prematura fine

L’ultimo decennio della vita di Berardo fu certamente la fase più feconda della sua attività di studioso d’architettura, se si esclude il periodo di tempo in cui si dedicò interamente al commento del testo vitruviano; negli anni che vanno dal 1764 al 1774, infatti, egli elaborò due pareri scritti ed un più esteso trattato di estetica che nel loro complesso costituiscono un corpus sostanzialmente sconosciuto,ma di notevole importanza ai fini di una più corretta collocazione di Berardo GALIANI nel quadro del dibattito critico settecentesco. Il primo di questi lavori, in ordine di tempo, è il Parere del M.se GALIANI dato sulla copertura del Palco del Teatro Olimpico (1764)[107], nel quale affronta il probblema della esistenza o meno di una copertura a se stante sul Palcoscenico dei teatri antichi, una struttura distinta dal Velario che veniva invece disteso sopra la Cavea per proteggere gli spettatori dalle intemperanze atmosferiche. Il problema filologico gli era stato proposto dai membri della Accademia Olimpica di Vicenza, i quali dovendosi restaurare la copertura dell’omonimo Teatro realizzato secondo il disegno di Andrea Palladio, si erano chiesti se il nuovo apparato decorativo andasse realizzato in modo uniforme su tutto l’invaso, o se invece questo stesso dovesse essere bipartito in maniera da presentare un soffitto cassettonato sul Palcoscenico, e l’immagine del cielo aperto al di sopra della Cavea. Le diverse ipotesi erano caldeggiate rispettivamente dai due eruditi Ottone Calderari ed Enea Arnaldi, e poiché nessuna di esse riusciva a prevalere sull’altra, fu deciso di chiamare in causa altri studiosi d’architettura estranei all’ambiente vicentino, con lo scopo di garantire una reale imparzialità di giudizio. Uno dei prescelti fu appunto il marchese GALIANI, la cui posizione sembra dettata più dal buon senso che non dalla interpretazione dogmatica delle indicazioni fornite da Vitruvio. In sostanza egli muoveva dalla constatazione che sebbene Palladio avesse avuto intenzione di realizzare un teatro simile a quello antico, ne aveva poi opportunamente modificato alcuni aspetti, in quanto era sua intenzione venire anche incontro alle esigenze dettate dal genere di spettacoli che vi si doveva rappresentare nella sua epoca; per questo motivo Berardo invitava gli Accademici a lasciare da parte le dispute filologiche sulla reale morfologia di quello, ed a ripristinare invece l’apparato decorativo così come appariva in una stampa di Ottavio Revesi-Bruti del 1620 (che presentava la copertura bipartita), per il fatto che reputava la soluzione rappresentatavi molto vicina a quella immaginata da Palladio e mai realizzata. Di fatto, quindi, GALIANI abbracciava la causa del cosiddetto partito divisionistà[108], ovvero quello che faceva capo ad Enea Arnaldi. In quello stesso periodo di tempo, poi, Berardo si stava dedicando ad un’opera di ben più ampio respiro, che se ultimata non avrebbe per nulla sfigurato rispetto alla nota traduzione commentata del De Architectura; egli si era infatti proposto di realizzare un grande trattato di architettura, suddiviso secondo la triade vitruviana di fortezza, comodo e bellezza, e strutturato come un corpus di lezioni, opera che però non riuscì a portare a termine prima della fine dei suoi giorni[109]. Terminata, invece, è una «dissertazione metafisica» intitolata Del Bello (1765)[110] che, nelle intenzioni del suo autore, avrebbe dovuto costituire una sezione di quella parte del trattato dedicata alla Venustas, o meglio questa è l’ipotesi che Benedetto Croce ha dedotto dalla lettura del manoscritto[111]. A giudizio dell’autore di quest’opera, le cose stanno in modo leggermente diverso: con la pubblicazione di quest’opera di estetica GALIANI si proponeva di sottoporre al giudizio del pubblico (vengono citate le sue stesse parole) quel «certo sistema scientifico, il quale ragionatamente mi ha condotto in tutte le rispettive parti»[112], ovviamente del Trattato a venire; essa quindi doveva costituire una sorta di prodromo metodologico, vale a dire un banco di prova finalizzato a verificare la validità del suo approccio scientifico nei confronti della Architettura, e soprattutto in vista della futura stampa del già menzionato grande Trattato generale[113]

Dalle sue parole quindi affiora quella forma mentis saldamente razionale che, affondando le radici nell’ambiente illuministico del salotto celestiniano, ne permeò costantemente la vita e le opere e che era talmente radicata che egli non esitò a sconfessare quello stesso Vitruvio da lui profondamente stimato, a causa del fatto che l’autore latino «trattava dell’Architettura, come di una arte, non come di una scienza»[114]. Nell’Avviso al lettore che apre la sua dissertazione, Berardo cita un gran numero di filosofi che nei loro scritti si erano occupati del trattato di estetica, come ad esempio Platone e Sant’Agostino, tra quelli antichi, ed ancora Batteux, Hogarth e Spalletti, tra i suoi contemporanei[115]. L’autore pensa che questa parte posta all’inizio del manoscritto, sia stata aggiunta in un secondo momento, ed è convinto di ciò sia per il fatto che essa reca una numerazione diversa rispetto al trattato vero e proprio, ma anche e soprattutto per quanto ha avuto modo di leggere in un documento che ha rinvenuto presso la Biblioteca della Società Napoletana di Storia Patria. Si tratta, in sostanza, di una lettera inviata da un non meglio precisato Matteo allo stesso GALIANI[116], ove si apprende che l’ignoto interlocutore aveva avuto in prestito quello che chiama il «quaderno de’vostri pensieri sopra al Bello», e che, avendolo letto, si apprestava a restituire; alle parole di elogio fa seguito il suggerimento di consultare la appena uscita Enciclopedia francese, affinché Berardo potesse apprendere il pensiero degli altri autori che avevano avuto modo di trattare quello stesso argomento: il Bello. Ed in effetti da un rapido confronto risulta che le grandi personalità citate nell’Avviso al lettore sono sostanzialmente proprio quelle menzionate nel paragrafo corrispondente alla voce ‘beaù della grandiosa opera generale di Diderot. Per quanto riguarda il Trattato in sé, l’unico giudizio moderno esistente è quello di Benedetto Croce che, per quanto breve, ha il pregio di tentare la ricerca di un comunque debole punto di contatto tra i concetti espressi da Berardo e la molto nota Interesselosigkeit Kantiana[117] L’autore di questo libro, Tommaso Carrafiello, che ha ultimato la trascrizione del manoscritto, spera di pubblicarne al più presto una edizione critica; fin d’ora, però, gli preme sottolineare il fatto che uno dei temi fondamentali, e fra quelli trattati più ampiamente nella «dissertazione», è costituito dall’analogia tra le leggi proporzionali in architettura e in campo musicale, con l’intento di dare un fondamento scientifico all’utilizzo, nell’arte edificatoria, di quegli stessi rapporti numerici elementari che sono alla base delle cosiddette consonanze. L’esperienza del monocorde[118], quindi è per GALIANI una legge di natura, dalla quale non è possibile prescindere né in campo musicale, né tantomeno in quello architettonico, poiché questa si trova già all’interno di entrambi, ne è l’essenza, la regola immanente; in tal modo viene dunque riaffermata quell’affinità elettiva tra le due arti (o, come presumibilmente avrebbe preferito dire Berardo, due scienze) che fa riferimento ad una tradizione plurisecolare che, passando anche per Vitruvio, fa capo all’antico mito di Orfeo[119]. Allo stesso tempo si segnala la sostanziale adesione dello studioso napoletano alle teorie del Sensismo di Condillac, filosofia che rivestiva una funzione preponderante nell’ambito del pensiero estetico del ‘secolo dei lumì. L’intenzione di pubblicare le Lezioni d’Architettura conferma che in quegli anni il suo impegno intellettuale andava costantemente lievitando, ed allora Berardo, che alla mondanità della capitale aveva sempre preferito la tranquillità dei piccoli centri, prese la decisione di rinunciare alla sua carica presso la Segreteria di Grazia e Giustizia, e di ritirarsi a Sorrento, ove gli furono affidati altri incarichi[120], che gli consentivano comunque di coltivare i suoi studi prediletti[121]. Il suo trasferimento nell’amena località costiera, comunque, non dovette aver luogo prima del mese di maggio del 1771 come si evince da una lettera inviata al barone Gian Lorenzo Galiani di Montoro[122]; questi era un suo lontano parente col quale aveva riallacciato i contatti, e i loro rapporti erano diventati così cordiali che il 31 ottobre 1770 fu proprio la carrozza del Marchese Berardo GALIANI, venuto appositamente per questo matrimonio nel piccolo paese dell’avellinese, che Caterina, figlia del Barone di Montoro, fu condotta in chiesa dove la aspettava il suo futuro marito Giuseppe Pepe[123]. Quello stesso anno era stata portata a termine la compilazione della carta geografica del Regno di Napoli patrocinata con ferma determinazione dall’abate GALIANI[124]; Ferdinando, che a quel tempo si trovava a Parigi come segretario d’ambasciata, aveva intuito «la somma importanza che ha per un popolo l’esatta conoscenza del suo ambiente esterno, necessaria per reagire in certo qual modo alla sua azione modificatrice, e, nello stesso tempo, per soddisfare vitali bisogni economici»[125]; e probabilmente fu proprio la prospettiva di un incremento dei commerci a convincere il ministro Tanucci, eternamente preoccupato per le sorti dell’erario, della necessità di tale opera che nemmeno la grande e pìù ricca Spagna aveva ancora iniziato. La carta fu compilata principalmente sulla base dell’immenso patrimonio cartografico esistente nel Depôt de la Guerre[126], confrontato con altro materiale e specialmente con quello che, a più riprese, Berardo fece recapitare al fratello, come risulta dalla corrispondenza tra i due negli anni parigini di Ferdinando[127]. Un anno prima della morte, Berardo elaborò uno scritto che, a differenza di tutti quelli precedenti, si segnala per una serie di osservazioni che denotano una conoscenza molto approfondita delle tecniche costruttive, e soprattutto di quelle nozioni di meccanica che, secondo la cultura del tempo, erano alla base del comportamento statico degli edifici; per la prima volta, quindi, nel Parere del M GALIANI sui danni della Trinità Maggiore e su i ripari e rifazioni(1773)[128], Berardo mette da parte le dissertazioni filologiche per affrontare, con una insospettata competenza, un problema di natura strettamente pratica, ovvero il consolidamento di un edificio: ed il suo intervento «nonostante fusse singolare fu stimato da tutti per il migliore»[129]. Egli già dal novembre 1769 era stato chiamato a far parte della commissione degli esperti che doveva esprimere una valutazione sul progetto di restauro della chiesa elaborato da Ferdinando Fuga[130] e che, dopo un anno e mezzo di lavori , si era pronunciata a favore della sua attuazione. Coi passare del tempo, però, le condizioni statiche dell’edificio sembravano estremamente peggiorate, e così la stessa commissione appoggiò una nuova proposta di Fuga[131] che prevedeva l’abbattimento e la successiva ricostruzione della grandiosa cupola, una decisione che però incontrò la più totale disapprovazione da parte di Berardo GALIANI, il quale chiese ed ottenne di redigere un suo parere