
Stemma de NATALE secolo XV-XVl
Casapulla CE
Genealogia
famiglia
de NATALE[1]
Ai tempi dell’antica Roma era già presente la
famiglia patrizia Natalis. Tracce
di questo cognome Natalis si trovano in una lapide tardo latina dove si legge:
TERENZIA BONIFATIA CANISTRARIA.
T(itus) FLAVIUS NATALIS.
C(aius)
VALERIUS SABINUS.
L(ucius)
AVIANUS FELIX.
C(aius)
FLAVIUS.
DOMIT(i)
Da
fonti angioine risulta che individui col cognome Natalis “(de Natale)” già risiedevano,
nel contado Capuano, come Antonius Natalis (de
Natale), montiere[2].
Nelle Capitolazioni
dei maestri muratori della città
di Capua, rogati in data 10 giugno 1488, tra i licterati testes alla stesura dell’atto, quali: Notarius Lucas de Dominico, Dominus Ioannes de Iacobello, Dominus Bernardinus Veltre, compare
il Magister Iacobus de Natale de
Capua, che, da fonte, si apprende essere dottissimo ed eminente dignità
capitolare[3].
|
|
|
|
Da tempi molto remoti da questa gente de
Natale antichissima in Casapulla, sembra avesse avuta la sua derivazione quel
Luca-Antonio de Natale, che fu Tenente Generale dell’esercito del Re Carlo II,
monarca delle Spagne, giusta il documento riportato dal Rica nella sua opera La nobiltà delle due Sicilie, Vol.1°,
parte 1ª, pag.210, e per alcuni secoli successivi questa famiglia de Natale fu
la prima del casale di Casapulla per ricchezza e possedimenti[4].. I
suoi individui fissandovi la propria dimora a questa avevano dato la fisionomia
di una vera Corte, sulla quale i sovrani di Napoli potevano riversare le loro
grazie e le loro simpatie[5].; ed ancora, Bernardo de
NATALE SIFOLA GALIANI nella metà del XVIII secolo era il primo contribuente del
luogo.
Il primo individuo della famiglia de NATALE
da cui discesero i “de NATALE SIFOLA GALIANI” di cui si abbia conoscenza certa,
per l’esistenza di documenti parrocchiali, fu:

Stemma
“de NATALE”
Posto sotto la volta dell’ingresso del palazzo così
detto “di donna Candida”
in Casapulla in via A: Diaz.andato perduto per il
crollo della volta
don Luciano de NATALE (1500),che sposò
donna Vincenza Menicillo[6] di Macerata
diocesi di Capua.
Da questo matrimonio nacquero:
don Gennaro e donna Caterina procrearono
quattro figli:
don Marco Aurelio sposò nel 1602 donna
Ferdinanda Amedea NATALE di Casapulla e da lei ebbe tre figli:
don Marco Marcello sposò nel 1608 donna
Padovana Menicillo di Macerata diocesi di Capua[9].
Discendevano dalla famiglia a cui apparteneva SANTO STEFANO MENICILLO
A.D. 935 protettore della Città di Chiazzo(Caserta).
NEL TEMPO CHE IL LONGOBARDO LANDOLFO,
SOPRANNOMINATO CAPODIFERRO, ERA PRINCIPE DI CAPUA, E PROPRIAMENTE NELL’ANNO
935, PRESSO 1 LAGNI E PROBABILMENTE NELL’ATTUALE VILLAGGIO DI MACERATA PRESSO
CAPUA, DA GIOVANNI MENICILLO E DA GUISELBERTA NACQUE UN BAMBINO AL QUALE FU
DATO IL NOME DI STEFANO, PER DEVOZIONE PRESSO IL PROTOMARTIRE, PROTETTORE DELLA
CITTÀ E DIOCESI DI CAPUA. FIN DALLA TENERA ETÀ SI SCORGEVA IN LUI ALCUNCHÈ DI
CELESTE, E LO STESSO PRECOCE SVILUPPO CORPORALE SEMBRAVA PIÙ EFFETTO DI GRAZIA
DIVINA CHE DI PREVIDENZA ED INDUSTRIA MATERNA, FACENDO CONCEPIRE AI FORTUNATI
GENITORI LE PIÙ LIETE SPERANZE E QUASI UN SENTIMENTO D’AMMIRAZIONE PEL
FANCIULLO FAVORITO DELL’ALTISSIMO. IN QUELL’EPOCA, ANCORA NON ESISTEVANO I
SEMINARI PER L’EDUCAZIONE DEI CHIERICI; E QUESTI VENIVANO EDUCATI NEI MONASTERI
O PRESSO QUALCHE CHIESA, DOVE, DOPO UN CONVENIENTE TIROCINIO, ERANO ASCRITTI AL
CLERO; E PERÒ STEFANO NON APPENA EBBE RAGGIUNTO IL SETTIMO ANNO D’ETA FÚ
MANDATO E ACCOLTO NELL’OSPIZIO CHE SORGEVA IN CAPUA PRESSO
MIRACOLI OPERATI DAL SANTO DOPO LA MORTE
E VICENDE
DELLE SUE PREZZIOSE RELIQUIE
L’INSIGNE SANTITÀ DEL VESCOVO STEFANO
MENICILLO ERA RIMASTA COSÌ IMPRESSA NELLA MENTE E NEL CUORE DEI CAIATINI E
DEGLI ALTRI À QUALI N’ERA GIUNTA LA FAMA, CHE SI VERIFICÒ BEN PRESTO IL NOTO
DETTO D’ISAIA (X1‑10): ET ERIT SEPULCHRUM EIUS GLORIOSUM, E IL SEPOLCRO
DI LUI SARÀ GLORIOSO. POICHÈ IL SEPOLCRO DEL SANTO, SEMPRE ORNATO DI LAMPADE,
DI LUMI E DI FIORI, DIVENNE LA META DELLE PREGHIERE E DEI VOTI D’INNUMEREVOLI
FEDELI, CHE VI ACCORREVANO ANCHE DALLE CIRCONVICINE DIOCESI, E NE RIPORTAVANO
CONFORTO, AIUTO E GRAZIA STRAORDINARIE; TANTO CHE IL 22 LUGLIO DEL 1284, SOTTO
IL PONTIFICATO DI MARTINO IV E L’EPISCOPATO DI GERALDO DA NARNI, IL LEGATO
APOSTOLICO CARD. GERARDO, VESCOVO DI SANTA SABINA, ASSISTITO DAI VESCOVI DI
AVERSA, SANT’AGATA DEI GOTI, GAETA, UGENTO E CAIAZZO, GLI DEDICAVA LA CHIESA
CATTEDRALE, DI CUI PRIMA ERA TITOLARE SANTA MARIA MADDALENA, COME SI LEGGEVA
SOPRA UNA PIETRA COLLOCATA FUORI LA PORTA DELLA CATTEDRALE E RIPORTATA DA
OTTAVIANO MELCHIORRI[11]. NE MANCARONO I
PRODIGI OPERATI A INTERCESSIONE DI LUI. NEL PRIMO ANNO DOPO LA MORTE DI
STEFANO, TROVANDOSI UN SACERDOTE GRAVEMENTE TORMENTATO DA FORTISSIME FEBBRI PER
MODO CHE SI DISPERAVA DI VEDERLO GUARITO, IL SANTO VESCOVO APPARVE DI NOTTE A
UNA PIA DONNA E LE COMANDÒ DI RECARSI PRESSO L’INFERMO E DIRGLI, CHE
RICEVEREBBE LA SANTITÀ AL DI LUI SEPOLCRO, SE VI SI RECASSE DOPO ESSERSI
ACCOSTATO CON SENTIMENTI DI VERO DOLORE AL SACRAMENTO DELLA PENITENZA. LA BUONA
DONNA SI LEVÒ PER SEGUIRE IL COMANDO, MA CADDE IN MALO MODO, SI CHE NON POTÈ
MUOVERE PASSO; PER CUI RIVOLTA AL SANTO ESCLAMAVA: “SE SEI VERAMENTE CONFESSORE DI CRISTO, RIDONAMI LA SANITÀ ED IO
ESEGUIRÒ I TUOI VOLERI”. LA GUARIGIONE FU ISTANTANEA; ED ELLA SI RECÒ
SUBITO DALL’INFERMO, CHE AVENDO ESEGUITO QUANTO GLI ERA IMPOSTO, RIMASE DEL
TUTTO LIBERO DALLE FEBBRI. SIMILMENTE UNA DONNA, CH’ERA TRIBOLATA DA MOLTE
INFERMITÀ, AVENDO PREGATO FERVOROSAMENTE PRESSO QUEL SEPOLCRO, OTTENNE LA
DESIDERATA GUARIGIONE. A QUEL BENEFICO SEPOLCRO FU PORTATO ANCHE UN CHIERICO
CHE SOFFRIVA D’UN DOLORE NEI FIANCHI COSÌ ACUTO, DA SEMBRARGLI DI DOVERE DA UN
MOMENTO ALL’ALTRO ESALARE L’ULTIMO RESPIRO; ED IVI, DOPO BREVE E FERVOROSA
PREGHIERA, RIEBBE LA BRAMATA SANITÀ. E POCHI ANNI DOPO LA MORTE DI STEFANO UNA
POVERA FANCIULLA PARALITICA PORTATA INNANZI A QUEL TAUMATURGO DEPOSITO, SE NE
TORNÒ A CASA DA SOLA, SENZ’AIUTO DI ALCUNO. IL CHE AVENDO VISTO UN INFELICE CHE
NON AVEVA L’USO DELLE MANI, VI CORSE ANCHE LUI ED OTTENNE LA GRAZIA. NE DEVE AMMETTERSI
IL FATTO CHE ACCADDE, QUANDO UNA DONNA TORMENTATA GRAVEMENTE DAL DEMONIO,
CONDOTTA A QUEL GLORIOSO SEPOLCRO, DOPO LE PREGHIRE DEI MOLTI FEDELI CHE
L’AVEVANO ACCOMPAGNATA, SI SENTÌ COMPLETAMENTE LIBERA DALL’OSSESSIONE, MENTRE
L’IMMONDO SPIRITO NEL LASCIARLA, ESCLAMAVA. NON VOI, NON VOI, MA STEFANO MI HA CACCIATO[12]. NEL 1512
DOPO 489 ANNI DACCHÈ IL SANTO ERA VOLATO AL CIELO, IL VESCOVO VINCIO MASSA,
SALERNITANO, PENSÒ DI ESUMARE IL SACRO CORPO, PER COLLOCARLO IN PIÙ RICCO
SEPOLCRO E MEGLIO ESPORLO ALLA PUBBLICA VENERAZIONE. NE INCARICÒ IL SAGRISTA
MAGGIORE DELLA CATTEDRALE, ANDREA, SACERDOTE PIO NON MENO CHE ROBUSTO,
RACCOMANDANDOGLI DI COMPIERE IL LAVORO SEGRETAMENTE E DI NOTTE, PERCHÉ IL
POPOLO AL MATTINO AVESSE LA DOLCE SORPRESA DI TROVARE IN PIÙ ONOREVOLE LUOGO
QUELLE SANTE RELIQUIE; MA PURTROPPO, IL POVERO SACERDOTE NON POTÈ TROVARE
TRACCIA DELLE OSSA DEL SANTO. CORSE A DARNE IL TRISTE ANNUNZIO AL VESCOVO, CHE
SE NE AFFLIGGE ASSAI, PAVENTANDO CHE IL PREZZIOSO DEPOSITO FOSSE STATO
INVOLATO, COM’ERA FREQUENTE IN QUEI TEMPI; E CHE IL POPOLO INFORMATO DEL FATTO
SI LEVASSE A TUMULTO; E INTANTO FA COLLOCARE NEL SEPOLCRO UN ALTRO SCHELETRO,
PERCHE I FEDELI DI NULLA POTESSERO ACCORGERSI; MA QUANDO L’INDOMANI FU APERTA
LA CHIESA, ACCADDE PER DIVINA DISPOSIZIONE CHE GLI ACCORSI NON SOLO NON
RICONOBBERO IN QUELLE POCHE OSSA IL CORPO DEL LORO AMATO PROTETTORE, MA TUTTI E
SPECIALMENTE I CAPI DEL POPOLO COMINCIARONO A TUMULTUARE ED A MINACCIARE LO
STESSO LORO PASTORE, ACCUSANDOLO DI AVERE CIÒ OPERATO PER ESTINGUERE LA
DEVOZIONE VERSO IL SANTO. IL BUON PRELATO, CON IL CUORE PIENO DI AMAREZZA,
SCALZO ED ACCOMPAGNATO DAL SACERDOTE GIROLAMO DE GENTILE, SUO FAMILIARE, SI
RECÒ ALLA CHIESA DELLA MADONNA DELLE GRAZIE, DOVE DIGIUNANDO, PIANGENDO E
PREGANDO, SUPPLICÒ LA BUONA MADRE DI VOLERLO ILLUMINARE IN QUEL TERRIBILE
FRANGENTE. LA VERGINE LO ESAUDISCE, ISPIRANDOGLI DI CONTINUARE LO SCAVO SINO
ALLE SORGENTI DELLE ACQUE. IL VESCOVO RICONFORTATO CHIAMA ANDREA E GLI COMUNICA
IL SUO PENSIERO .IL SACERDOTE SI ACCINGE FERVOROSAMENTE ALL’OPERA; ED ECCO CHE
A UN TRATTO SI DIFFONDE NELL’ARIA UN CELESTIALE PROFUMO E SI SCOPRE UN SEPOLCRO
NUOVO DI CEMENTO. ACCORRE IL VESCOVO QUASI FUOR DI SE PER LA GIOIA E CON LUI
MOLTI DEL CLERO E DEL POPOLO. SI APRE QUEL SEPOLCRO E ALLO SGUARDO COMMOSSO
DEGLI ASTANTI SI PRESENTA IL CORPO DEL BEATO STEFANO, COSÌ COME VI ERA STATO
DEPOSTO, MANCANTE DEL SOLO DITO CONSERVATO PER ESPORLO AL PUBBLICO CULTO NEL
GIORNO DELLA SOLENNE COMMEMORAZIONE ANNUALE. ERA IL SANTO ALTO DI STATURA, COL
VISO PIUTTOSTO LUNGO, DEPOSTO IN PIO ATTEGGIAMENTO, COLLE MANI INTRECCIATE.
SQUILLANO I SACRI BRONZI, E TUTTO IL POPOLO ACCORRE SOLLECITO A VENERARE E
BACIARE LE MANI E I PIEDI DEL SANTO PROTETTORE, LE CUI RELIQUIE GLI ERANO TANTO
PIÙ CARE, QUANTO PIÙ SI ERA TREPIDATO
PEL SOSPETTO DI AVERLE PERDUTE. IL GLORIOSO CORPO FU COLLOCATO NELL’ALTARE
D’UNA CAPPELLA CH’ERA PRESSO L’ANTICO PRESBITERO NELLA NAVE SINISTRA DEL
TEMPIO; MA IL 18 NOVEMBRE DEL 1618 IL VESCOVO PAOLO FILOMARINO, COLL’INTERVENTO
DEL CLERO DI TUTTA LA DIOCESI E DEI MAGGIORENTI DELLA CITTÀ, DOPO AVER FATTO
PORTARE LE SACRE RELIQUIE SULLE SPALLE DI DUE CANONICI IN SOLENNITÀ
PROCESSIONALE, LE DEPOSE NELLA PRIMA CAPPELLA A DESTRA DEDICATA ALLA
SS.TRINITÀ, E CHE DA QUEL MOMENTO FU DETTA DI SANTO STEFANO. FINALMENTE IL 30
GENNAIO 1752 MONS.COSTANTINO VIGILANTE TRASFERÌ IL SACRO DEPOSITO NELLA PRIMA
CAPPELLA DELLA NAVE SINISTRA DEL TEMPIO, DOVE ANCHE OGGI È ONORATA CON GRANDE
AFFETTO E PIETÀ DAL CLERO E DAL POPOLO.
O AMATISSIMO PADRE, ECCO PROSTRATI INTORNO A VOI I FIGLI VOSTRI. VOI
CHE CI AMASTE TANTO IN QUESTA MISERA TERRA FINO A LASCIARE IN MEZZO DI NOI IL
PREZIOSO DEPOSITO DEL VOSTRO BENEDETTO CORPO; VOI CHE VERSASTE FINORA DAL CIELO
SOPRA DI NOI E DÈ NOSTRI PADRI TORRENTI DI GRAZIE E DI BENEDIZIONI; VOI CHE CI
AVETE PRESERVATO TANTE VOLTE DA TERREMOTI, DA INCENDI, DA PESTILENZE, DA
ROVINE, E DA ALTRI MERITATI FLAGELLI; PROSEGUITE A STENDERE SOPRA DI NOI,
QUANTUNQUE INDEGNI, LA VOSTRA BENEFICA MANO, IL VOSTRO MANTO DI PADRE E
PROTETTORE. NOI TUTTI VE NE PREGHIAMO PER QUANTO AMORE PORTASTE À NOSTRI PADRI
ANTICHI NEL VOSTRO LUNGO EPISCOPATO, PER QUANTO AMORE PORTASTE AL VOSTRO DIO.
IL VOSTRO VENERANDO NOME, O STEFANO, DOPO QUELLO DI GESÙ E DI MARIA, CI SARÀ
SEMPRE SU LA CIMA DEI PENSIERI, SEMPRE SU LE LABBRA PIÙ DOLCE DEL MIELE, PIÙ
CARO DI QUALUNQUE NOME. E VOI, O SANTO, PROTEGGICI NELL’ANIMA DA QUALSIASI
COLPA; PROTEGGICI NEL CORPO E NELLE SOSTANZE DA DIVINI CASTIGHI. PROTEGGICI NEL
CORSO DI QUESTA MISERA VITA; MA SOPRATTUTTO PROTEGGICI NELL’ORA TERRIBILE DELLA
MORTE DAL MALIGNO DRAGONE D’INFERNO.COSÌ SIA.
NOVENA DI SANTO STEFANO
Che si suole recitare nella
cattedrale di Caiazzo in preparazione alla festa
(comincia ai 20 ottobre)I
GLORIOSISSIMO PROTETTORE S.STEFANO, VOI CHE
ANCOR BAMBINO FOSTE ARRICCHITO DAL SIGNORE DI TANTA GRAZIA DA FORMARE LA
MERAVIGLIA E LO SPETTACOLO DEL POPOLO DI MACERATA, VOSTRA PATRIA, ARRICCHITE
CON LE VOSTRE PREGHIERE ANCHE 1 NOSTRI POVERI CUORI DI TUTTE LE GRAZIE CHE CI
SONO NECESSARIE; ONDE NOI PURE CAMMINANDO A VOSTRA IMITAZIONE SU LE VIE DEI
DIVINI COMANDAMENTI, POSSIAMO FORMAR LO SPETTACOLO DEGLI ANGELI E DEGLI UOMINI.
Un Pater, Ave e
Gloria.
II
GLORIOSISSIMO PROTETTORE S.STEFANO, VOI CHE RINCHIUSO DI BUON’ORA NEL
COLLEGIO DI CAPUA, FOSTE L’ESEMPLARE E LO SPECCHIO DEI VOSTRI COMPAGNI PER LA
SANTITÀ E LA SCIENZA, DI CHE FOSTE DA DIO ADORNATO; IMPETRATECI CON LE VOSTRE
PREGHIERE L’AMORE ALLA VITA NASCOSTA, LA VERA SANTITÀ DEL CUORE, LA SCIENZA
DELLE COSE DIVINE; ONDE NOI PURE LONTANI DAL MONDO INGANNATORE POSSIAMO
MERITARCI UN BEL GIORNO QUEL SERTO IMMORTALE DI GLORIA, DI CHE FOSTE CORONATO
NEI CIELI.
Un Pater, Ave e
Gloria.
III
GLORIOSISSIMO PROTETTORE S.STEFANO, VOI CHE ELETTO ABBATE DEL
SS.SALVATORE DI CAPUA, MOSTRASTE TANTO ZELO, SANTITÀ E PRUDENZA NEL GOVERNO
DELLE ANIME A VOI AFFIDATE, DA FORMARE VERAMENTE IL MODELLO DEL BUON PASTORE,
OTTENETECI CON LE VOSTRE PREGHIERE LA FORZA PER BEN GOVERNARE GLI AFFETTI DEL
NOSTRO CUORE; ONDE CHIUSO PER SEMPRE ALLE SUE SUGGESTIONI DEL DEMONIO, SIA
APERTO SOLAMENTE ALLE VOCI DI DIO, ALLA GRAZIA DELLO SPIRITO SANTO.
Un Pater, Ave e
Gloria.
IV
GLORIOSISSIMO PROTETTORE S.STEFANO, VOI CHE FATTO VESCOVO DELLA CITTÀ E
DIOCESI DI CAIAZZO, FOSTE PER 44 ANNI LA LUCE DEL MONDO, IL SOLE DELLA TERRA,
IL VESCOVO VERAMENTE IRREPRENSIBILE E SANTO, COME LO DESCRIVE L’APOSTOLO DELLE
GENTI; IMPETRATECI CON LE VOSTRE PREGHIERE UNA VITA CASTA E IMMACOLATA AL
COSPETTO DEL CIELO E DELLA TERRA; ONDE NOI PURE EDIFICANDO IL PROSSIMO CON LE
NOSTRE VIRTÙ POSSIAMO INSEGNARGLI CON L’ESEMPIO LA VIA DEL PARADISO.
Un Pater, Ave e
Gloria.
V
GLORIOSISSIMO PROTETTORE S.STEFANO, VOI CHE CONFORTATO SEMPRE
DALL’ONNIPOTENZA DIVINA OPERASTE TANTI MIRACOLI E VIVO E MORTO A FAVORE DEL
POPOLO CAIATINO; OPERATE CON LA VOSTRA INTERCESSIONE IL MIRACOLO DI TUTTI I
MIRACOLI, LA CONCESSIONE DEI NOSTRI CUORI DALLE VANITÀ DEL MONDO ALLE VERE
VIRTÙ CRISTIANE; ONDE NOI PURE CAMMINANDO SULLE VOSTRE ORME POSSIAMO ESSERVI UN
BEL GIORNO COMPAGNI NELLA GLORIA IMMORTALE DEI CIELI.
Un
Pater, Ave e Gloria.
GLORIOSISSIMO PROTETTORE S.STEFANO, VOI CHE DOPO 490 ANNI MOSTRASTE AL
POPOLO DI CAIAZZO INTERO ED INCORROTTO IL VOSTRO SACRATISSIMO CORPO, E SPIRANTE
PER MIRACOLO SOAVISSIMO ODORE; PRESEVATE CON LE VOSTRE PREGHIRE INTERI ED
INCORROTTI DALLA PUTREDINE DELLA COLPA I NOSTRI CUORI, E SEMPRE SPIRANTI L’ODORE
DELLE PIÙ BELLE VIRTÙ CRISTIANE. NOI VE NE PREGHIAMO, O SANTO; VOI ESAUDITECI,
E LA GLORIA, DOPO DIO, SARÀ TUTTA VOSTRA.
Un Pater, Ave e
Gloria.
VII
GLORIOSISSIMO PROTETTORE S.STEFANO, VOI CHE IN MEZZO AGLI ANGELI ED AI
SANTI GODETE ETERNAMENTE IN CIELO QUELLA GLORIA BEATA, CHE BEN SAPESTE
MERITARVI SOPRA LA TERRA CON L’EROISMO DELLA FEDE, DELLA SPERANZA, DELLA
CARITÀ, E DI TUTTE QUANTE LE ALTRE VIRTÙ CHE ADORNARONO IL VOSTRO BEL CUORE
NEGLI 88 ANNI CHE VIVESTE VITA MORTALE; IMPETRATECI CON LE VOSTRE PREGHIERE LA
GRAZIA DI MENARE VIRTUOSAMENTE I NOSTRI GIORNI IN QUESTA VALLE DI LACRIME; ONDE
NOI PURE POSSIAMO AVERE UNA VOLTA LA BELLA SORTE DI CANTARE IN VOSTRA COMPAGNIA
LE LODI E LE GLORIE DEL NOSTRO COMUNE SALVATORE NEL CORSO INFINITO DEI SECOLI.
Un Pater, Ave e
Gloria.
CANZONE IN
ONORE DI S.STEFANO
DEL TUO POPOLO DEVOTO
SALVE ILLUSTRE PROTETTORE
DI CAIAZZO IL PRIMO ONORE
LA PIÙ DOLCE EREDITÀ
LE TUE LAUDI ECHEGGERANNO
SINO AGLI ULTIMI CONFINI
CHÈ NEL CUORE DEI CAIATINI
NON È SPENTA LA PIETÀ
GRANDE IN TERRA, OR SEI NEL CIELO
GRANDE TROPPO ASSAI POTENTE
NÈ DEI SECOLI IL TORRENTE
LE TUE GLORIE COPRIRÀ.
E IL TUO NOME INVOCHERANNO
ANCHE I TENERI BAMBINI
CHÈ NEL CUORE DEI CAIATINI
NON È SPENTA LA PIETÀ
SE MINACCIA IL CIELO IRATO
DI STERMINIO L’INFELICE,
LA TUA DESTRA SALVATRICE
LO PROTEGGE IN OGNI ETÀ.
CESSA IL POPOLO DAL PIANTO
COME IL VOLTO À PRIEGHI INCHINI,
CHÈ NEL CUOR DÈ CAIATINI
NON È SPENTA LA PIETÀ
SALVE O PADRE; I FIGLI TUOI
GUARDA STRETTI A TE D’INTORNO
SPLENDA PURE IN QUESTO GIORNO
SOPRA LOR LA TUA BONTÀ
VENGA TECO IL POPOL TUO
A GIOIR TRA I CHERUBINI,
CHE NEL CUOR DE’CAIATINI
NON È SPENTA LA PIETÀ.
don Marco Marcello de
NATALE e donna Padovana Menicillo[13] generarono nove figli:
don Paolo Emilio di Marco Marcello, sposò
nel 1641 donna Anna Maria Farina di Caserta e da lei ebbe 7 figli:
Don Carminio di Marco Marcello, sposò
nel 1645 (?) donna Beatrice di CAPRIO[14]
poi, in seconde nozze donna Giulia LOMBARDO di Napoli nel 1672 e da lei ebbe 5
figli:
don Marco Marcello di don Carminio convolò in nozze il 19 Giugno
1706*[15]con donna Brigida Anna Maria[16] figlia di Clemente Buonpane
e di donna Angela de Letizia entrambi di Casapulla.

Stemma
BUONPANE

Da questo
matrimonio nacquero 5 figli:
1. don Carminio,
nato in Casapulla il 14 Dicembre 1709[17]* ed
ivi deceduto il 23 Marzo 1724.
2. don Bernardo, Elpidio, Erenio, nato in
Casale di Casapulla il 7 Agosto 1711[18]*,
morì il 29 settembre 1774[19]* in
Casapulla nel proprio palazzo avito[20].
Stemma
de Natale Sifola
posto sull’altare dedicato alla Madonna della Pietà
Chiesa madre di Sant’Elpidio in Casapulla diocesi di
Capua



Don Bernardo
di don Marco Marcello sposò[21] in Casale di Casapulla il 4
Novembre 1733* la baronessa[22] donna Maria Geronima SIFOLA[23]di Torre[24].
Essa era figlia unica del dott. Nicola, barone[25]
di Pietrapertosa, suffeudatario d’Ormeta[26]
e patrizio di Trani del Seggio di San Marco.

Emblema del Seggio di San
Marco della città di Trani
Dal libro
dei matrimoni della Parrocchia di Sant’Elpidio in Casapulla diocesi di Capua , atto
di matrimonio tra don Bermardo “de NATALE e donna Gerolama Sifola. 04 Novembre
1733



Dalla Platea dei
beni[27] della Parrocchia
di San Marco Evangelista in Casola (Caserta) è riportato che
«... la Parrocchia
esige alcuni ducati da coloni, sulla terra detta Melanito, donata dal Magnifico
Signore Nicola SIFOLA di Torre[28] per le sante
messe[29], per l’acquisto della cera
in occasione delle festività del Santo Patrono San Marco Evangelista il 25
Aprile.




Nell’opera Memorie Istoriche
della Città di Caserta, Villa Reale, Raccolte dal sacerdote don Crescenzio
Esperti[30] dottore in
fisica, dato alle stampe in Napoli MDCCLXXIII nella stamperia avelliniana con
licenza dè superiori, si legge alla pagina 174:
Nella Torre [31] vi era la nobile
famiglia SIFOLA, alla cui eredità e per morte del dott. Salvatore[32] è succeduta donna
Geronima SIFOLA, erede in feudalibus per diritto siculo quale figlia unica, che
prese per marito don Bernardo de NATALE
illustre famiglia di Casapulla di Capua; antecessore a questo fu don Alicordio,
che fondò la cappella, per la quale ottenne da Roma molte prerogative, quali da
me si tralasciano, avendole registrate a lungo Monsignor Granata Vescovo nel
tomo 2 della sua Storia Sacra di Capua. Degni figli di detto don Bernardo
NATALE sono li dottori di legge don Vincenzo Maria abate, don Marcello e don Carminio, il quale in officio di avvocato dimora
in Napoli.
In
altra pagina della stessa opera si legge:
“
Nella TORRE (ossia Caserta) vi sono i suffeudi posseduti dai Pignatelli,
Sersale, Paternò; Vi è altro suffeudo dell’Ormeta, che si possiede da donna
Girolama SIFOLA moglie di don Bernardo de NATALE di Cafarella[33]. Dal momento che
i conti di Caserta avevano molti Stati, alla loro corte Vi erano i
suffeudatari, detti Parvivalvasores essendo loro Magni Valvassori.
Nel
libro dei morti della parrocchia di San Sebastiano Martire si Legge:
Il 25 ottobre 1719 è deceduto
Giuseppe Sifola oriundo del Casale di Recale che è morto in comunione con la
chiesa poiché ha ricevuti i sacramenti ed è stato sepolto nel camposanto di
Caserta.
Nella
Platea dei beni di San Marco Evangelista di Casola (Caserta) alla pag. 4 si
legge:
.il 1668 il Barone Silvio
Sifola di Pietrapertosa donò alla parrocchia di San Marco Evangelista 15 moggia
di terreno per le santissime messe in territorio di Casola in località
Montecalvo.


“SIFOLA”
Cenni storici su detta famiglia
Della famiglia SIFOLA, di
origine longobarda[34], ne parla molto Carlo de
Lellis nel suo Discorso sulle famiglie nobili napoletane pubblicato nell’anno
1671. Egli riferisce, e prova ne danno atto anche gli atti notarili depositati
nell’Archivio di Stato di Trani e Napoli, che: tra le famiglie più antiche e
principali del Regno di Napoli e che sono hoggi fuor di piazza nobilissime
Napolitane, una certo è la SIFOLA; non solo per l’antica Signoria di molte terre,
ma per la gran potenza, e quasi assoluto dominio, che tenne un tempo sopra la
nobilissima città di Trani

L’antica
città di Trani che per
lustrore di antichità, e di nobiltà concorre con le città primarie del Regno; e
si divide in più Seggi, a guisa di questa di Napoli, ma tanto savanza la Casa
SIFOLA di nobiltà, potenza, e di grandezza in quella Metropoli, che se ne venne
quel proverbio: per li Sifoli e Palagani non si può vivere a Trani, perchè
queste due famiglie, quali in un tempo, e quale in un altro, con dispotica
signoria, pareva dominassero non solamente in Trani, ma quasi in tutta quella
Provincia; e quindi troppo lungo esser si converrebbe, se volessi enumerare
tutte le memorie antiche, e gli elogi in più luoghi di quella città fatti sopra
la famiglia SIFOLA; dove spesso si veggono l’armi sue, che sono TRE CAPI DI
LEONE (o CANI) SANGUINANTI; anzi non solamente in Trani; ma in altre città
nobilissime di quella Provincia si leggono iscrizioni, o in marmo incise, o sopra
bronzo intagliate, che da tempo immemorabile furono fatte alla Casa SIFOLA, il
quale epitaffio antico, che da seicento e più anni a questa parte fu fatto a
Giovanna SIFOLA, il quale epitaffio si vede nella chiesa di San Pietro Maggiore
di Bari intagliato in marino, e nel fine di di esso si leggono le seguenti
bellissime parole:
DE STIRPE GENEROSA SIFOLORVM
ANNO
MXXXXVIII
Che se da sicento, e più anni si legge ciò
della famiglia SIFOLA, ogn’uno potrà fare argomento, quanto più antica fosse la
sua nobiltà. E fin dà tempi del Re Carlo Iº Angioino nell’inquisizione da lui
ordinata, pigliarsi da Goffredo di SOMMESSA giustiziere di Terra di Bari,
nell’anno 1282 di tutti i baroni,e nobili di detta Provincia, vi si legge tra
essi Giulio SIFOLA[35]. Ma troppa
difficile impresa sarebbe voler di tutti gli huomini ìllustri dì questa
famiglia genealogicamente discorrere, essendo ella assai feconda di molti
insigni personaggi, favoritissimi di Re ed Imperatori, e di molti condottieri
di gente d’armi, e colonnelli, e di altri gran guerrieri, come di alcuni si
parlerà appresso. Uscì da Trani Sergio SIFOLA figliuolo di Petruccio, e di
Altobella PALAGANO amatissimi dalla Regina Gìovanna II, e quasi assoluti
Signori di Trani, a quali essa Regina Giovanna concedette l’arboraggio e
l’ancoraggio di tutti i legni che approdavano[36]
,
Pianta di Trani e parte del porto con
evidenziata la casa Sifola
Secolo XIV-XV
il compito di mastro delle fiere nominata di San Nìcola e altra di San
Leucìo con la giurisdizione criminale, e il Molino della Galla, e piscina di
Trani e Petruccio fu figliuolo di Filippo, che fu Signore di molti feudi tra
cui fu feudatarrio della Terra del Corato per successione paterna, con proventi
di 12 oncie d’oro all’anno conceduti a suo padre Ciccio SIFOLA che aveva
ottenuto dal sopradetto prìncipe. Il donativo fu ottenuto in virtù di indulto e
contemplatione illustris regis Ungarie. Quel privilegio fu spedito in Taranto
il I° novembre dell’anno 1372. Di più il privilegio del Re Alfonso d’Aragona al
Barone Pellegrino SIFOLA suo consigliere, concedendogli l’assenzo reale per li
feudi di Castelmezzo, e Laurenzo nella Provincia di Basilicata, che detto
SIFOLA ebbe in dote dalla illustre Margherita SANSEVERINO come si spiega nel
sopradetto privilegio, spedito in Foggia il 12 febbraio 1453.
Il sopra detto Petruccio fu anche ciambellano
di Filippo [37]Imperatore
di Costantinopoli e Principe di Taranto, e molto favorito della sua corte; il
dazio della Giumella per tutti i frutti freschi e secchi che arrivavano nella
città conceduto dalla Serenissima Regina Giovanna a Mattia SIFOLA di Lei
Gentiluomo di Camera. Ma per cominciar da Sergio, fu egli valorosissimo
Condottier di Gente d’armi, e s’avanzò tanto nella potenza e nel valore, che passando
per occasioni di guerre nelle parti della Lombardia si congiunse in matrimonio
con Giulía Pica della MIRANDOLA, figliuola di Giovan’Antonio conte della
MIRANDOLA, e di CONCORDIA Signore assoluto e di lìbero dominio di Stato in
Italia e n’ebbe in dote il castello di Poppano con la somma di grossa moneta,
come appare dallo stromento dotale, che si conserva hoggi in casa de’Signori
SIFOLI, che sono in Napoli. Nacquero da Sergio SIFOLA e da Giulia Pica della
MIRANDOLA molti figliuoli, cioè Vincenzo, che fu vescovo della MIRANDOLA
l’altro fu chiamato cavalier Ercole che si casò con una signora pur di casa
Pica, della stessa famiglia dei conti della MIRANDOLA, e Costanzia che fu
maritata al Signore di MONTECUCCOLI di nobilissima casa in Lombardia. Ma il primo
genito de’ figliuoli di Sergio fu Francesco Maria Signore di Poppano, che fu
ancora appresso Signore di San Martino, il quale essendo conforme al padre
illustre condottier di Gente d’armi, e havendo servito per cinque anni continui
la Cesarea Maestà dell’Imperatore Carlo V per la ricuperazione, e difesa dello
Stato di Milano, con 25 cavalli a sue spese, e poi per tre altri anni con
carica di colonnello di mille fanti, sempre con chiara testimonianza della sua
fede, e valore, si avanzò tanto nella grazia dell’Imperatore, che n’ottenne da
esso uno dei più favoriti privilegi, che si fossero mai da detta Maestà
conceduti, spedito in Bologna all’ultimo di dicembre nel 1529, per lo quale non
solamente il fè suo familiare, e del suo hospitio, con preminenza di poter
esso, e tutti i suoi domestici, e servidori portar in qualsivoglia tempo
qualsivoglia sorte d’armi ancor prohibite, o da proibirsi, ma fu fatto Conte
del Sacro Palazzo Lateranense[38], e della Camera
Cesarea, e Imperial Concistorio, in vigor del qual titolo potesse così egli,
come i suoi successori crear notari, e giudici ordinari, legittimar naturali,
spuri, e incestuosi, confirmare, dare, e costituire tutori, e curatori, prestar
l’autorità nelle emancipazioni dè figli, nell’adozioni, e arrogazioni, e nelle
manumissioni de servi, restituir la fama a gl’infami, restituir in integro i
minori, le chiese, e le comunità, approbare l’alienazione de’minori, e le
transazioni degli alimenti con altre facoltà e giurisdizioni di grandissima
considerazione, il creò ancora Cavaliere Aurato con facoltà di poter promuovere
al grado di Dottore fino al numero di sei ogn’anno nelle professioni di
medicina, dell’una e dell’altra legge, e in tutte l’altre arti liberali, e di
poter far’anco sei altri Cavalieri Aurati in ciascheduno anno. Ma quello che
rilieva sopra ogni cosa, e che quasi a nessuno fu mai con tante liberalità
conceduto, e che detto imperatore Carlo V concede in tal privilegio, e vuole, e
comanda, che così Francesco Maria SIFOLA, come tutti i suoi descendenti godono
tutta quella nobiltà, che godono, e possono godere i suoi veri oriundi
cittadini nobili in tutte e qualsivoglia città e luoghi del suo imperio, e de
suoi regni, tanto in tutta la Germania, quanto in tutta l’Italia, e dovunque
anderanno, anco fuori d’essa Italia, o di essa Germania, fin dove si stenderà
il suo dominio, di modo che come tali partecipino di tutte l’immunità,
privilegi, prerogative, e ragioni, che veri originari cittadini nobili di esse
città, e luoghi sogliono partecipare con entrare nel governo, e amministrazione
delle cose pubbliche dovunque il detto Francesco Maria, e suoi successori
vorranno, come dalle seguenti parole, che sono tolte dal medesimo privilegio si
può apertamente vedere.
IN SUPER TE PRAEDICTUM FRANCISCUM MARIAM, E
FILIOS TUOS
AC DESCENDENTES OMNES, EX CERTA
NOSTRA SCIENTIA, REGALIS POTESTATIS
PLENITUDINE,
FACIMUS, CREAMUS, CONSTITUIMUS CIVES
NOBILES
QUARUMCUMQ; CIVITATUM, E LOCORUM
NOSTRORUM, SACRI ROMANI IMPERIJ, E ALIORUM REGNORUM, E DOMINORUM NOSTRORUM, E
TAM IN TOTA GERMANIA, QUAM IN TOTA ITALIA, E ALIJS
REGNIS NOSTRIS, E DOMINIJS, E QUI BUSCUMQ; EORUM, E EARUM CIVITATIBUS, E
LOCIS, E ALIJS UBICUMQ; ITA UT OMNIBUS PRIVILEGIJS,BENEFICIJS, EXEMPTIONIBUS,
HONORIBUS PREROGATIVIS, IMMUNITATIBUS, GRATIJS, COMMODITATIBUS, AC OMNIBUS
ALIJS QUIBUSCUMQ; UTI, FRUI, E GAUDERE POSSITIS, ATQUE VALEATIS, AC DEBEATIS,
QUIBUS OMNES ALIJS ORIGINARIJ CIVES NOBILES QUARUM-CUMQ; DICTARUM, CIVITATUM,
TERRARUM, E LOCORUM GAUDENT, UTUNTUR, E FRUUNTUR, TAM
DE CONSUE TUDINE, QUAM DE IURE, E BENEFICIO ALICUIUS
STATUTI,
QUALITERCUMQ; E QUOMODOCUMQ; AC SI FUISSENT VERI, PROPRIJ, ORIGINARIJ CIVES
TALIUM CIVITATUM, TERRARUM, E LOCORUM.
Havendo dunque Francesco Maria
ottenuto un tanto privilegio dall’Imperatore Carlo V, procurava, che da per
tutto le fosse osservato, onde in alcune città d’Italia fuori del Regno di
Napoli sia ammesso[39], e aggregato e
partecipare di tutte quelle prerogative, che partecipavano tutti gli altri
nobili oriundo cittadino di esse, come appare da varij privilegij di
cittadinanza, e di nobiltà in alcune città della Lombardia ottenuti da esso
Francesco Maria SIFOLA per se stesso, e per i suoi successori, appresso dè
quali detti privilegij hoggi si conservano. Ma venendo poi il medesimo
Francesco Maria per fondar la sua casa in Napoli, si difficoltò se detto
privilegio fosse stato dall’Imperatore conceduto come Imperatore, e non come Re
del Regno di Napoli; e se l’esser cittadino nobile in qualsivoglia Città,
dovesse intendersi in quanto al godere nelle piazze, e seggi di Napoli, dalle
quali vengono le cose pubbliche della Città amministrate, dovendosene fare
espressa menzione, ma per toglier via ogni scrupolo, ritrovandosi l’imperatore
in Napoli nel 1536[40] non solo
espressamente come Re anco del Regno di Napoli confirmò, e ampliò il sopraddetto
privilegio, ma dichiarò la già detto Cittadinanza conceduto, doversi intendere
ancora in quanto alla Città di Napoli,e fu quello, che alla medesima spettava
intorno all’amministrazione, e governo delle cose pubbliche. Et in vigore del
già detto privilegio conceduto dall’Imperador Carlo V, a Francesco Maria, e
tutti i suoi discendenti co di chiarazione, che s’osservasse anco nella Città
di Napoli, nella quale fussero trattati come veri cittadini nobili originarij,
e fatti partecipi del governo d’essa, come già habbiamo detto; Ritrovandosi
Giulio figlio di esso Francesco Maria posseder la sua casa nel quartiero del
Seggio di Capuana nell’anno 1582, fé istanza nel Sacro Regio Consiglio
dover’esso, e i suoi successori a godere gli honori della loro nobiltà nel
Seggio di Capuana, come appare nel processo attivato nella banca all’hora del
mastero d’atti ROPPOLI, il quale processo essendosi à questo effetto già
compilato, e restando solo che n’dasse l’ultima sentenza definitiva, si sarebbe
certo terminata la causa à favor suo, se per la morte di detto Giulio non fosse
questa lite ancor rimasta pendente. Francesco Maria SIFOLA, avendo stabilito la
sua casa in Napoli, eresse anco la cappella nella chiesa di Santa Restituta,
annessa, e incorporata nella chiesa Arcivescovile, e dopo la sua morte fu
sepolto nella medesima cappella, e nella sua sepoltura, gli fu uncisa la
seguente memoria:
FRANCISCO MARIA, SERGIJ FILIO SIFOLA, CAROLO V,
CAESARI, OB EGREGIAM FIDEM, STRENUAMQ;
OPERAM, DOMI, MILITIAEQUE PERPECTAM IN
PRIMIS CARO, IULIUS FILIUS PRO TEMPORE
POSUIT
Fu questo grand’huomo non solamente
favoritissimo dell’Imperador Carlo V, ma ancora sommamente amato dalla Santità
di Papa Clemente VII, per li molti servigi fatti da lui a quella Sede
Apostolica, onde da esso pontefice Clemente Venne honorato dal governo di
Ravenna, come appare da un breve speditogli a favor suo del seguente tenore:
CLEMENS PAPA VII UNIVERSIS, E SINGULIS, AD QUOS
PRAESENTES PERVENERINT SALUTEM, E APOSTOLICA BENEDICTIONEM CUM DILECTUS
FILIUS FRANCISCUS MARIA SIFOLA FAMILIARIS NOSTER EXHIBITOR PRAESENTIUM,
DIVERSAS MUNDI PARTES PRO NONNULLIS SUIS PERAGENDIS NEGOTIJS SIT PROSPECTURUS;
NOS OB PERSPECTAM NOBIS FIDEM SUAM, AC SERVITIA NOBIS, E APOSTOLICAE SEDI, TAM
IN REBUS, AC EXPEDITIONIBUS BELLICIS, QUA IN GUBERNIO
CIVITATIS NOSTRAE RAVENNAE PER IPSUM SUMMA CUM PRUDENTIA, FIDE, DILIGENTIA,
IUSTITIA, AC INTEGRITATE PRAESTITA, E NON MINORA, QUAE NOBIS, E DICTA SEDI AD
PRAESENS, E IN DIES OBSEQUIA PRAESTAT. CUPIENTES EUNDEM FRANCISCU MARIAM CUM
SOCIJS, E FAMILIARIBUS AEQUESTRIBUS, E PEDESTRIBUS REBUS, E BONIS SUIS
QUIBUSCUMQ; IN EUNDO UBISQUE PLENA SECURITATE, E IMMUNITATE GAUDERE, UNIVERSOS
REGES, PRINCIPES, VICEREGES, DUCES, MARCHIONES, COMITES, BARONES, E ALIOS
QUOSCUMQUE DOMINOS, AC UNIVERSITATES, E PRIVATOS, E EORUM LOCA TENENTES, E
OFFICIALES, E VESTRUM SINGULOS HORTAMUR IN DOMINO; SUBDITIS VERO NOSTRIS, E
GENTIUM ARMORUM AD NOSTRA, E DICTAE SEDIS STIPENDIA MILITANTIBUS,
GUBERNATORIBUS, LOCATENENTIBUS, PRAETORIBUS, BARICELLIS, DATIARIJS, GABELLERIJS,
DOHANERIJS, E ALIJS QUIBUSCUMQ; OFFICIALIBUS, QUOCUMQUE NOMINE NUNCUPENTUR,
DISTRICTE PRAECIPIENDO MANDAMUS, QUATENUS EUNDEM FRANCISCUM MARIAM CUM SOCIJS,
E FAMILIARIBUS SUIS QUIBUSCUMQUE, NEC NON EQUIS, VALISIJS, BULGIS, SARCINIS, E
BONIS EORUM QUIBUSCUMQ; DUMMODO MERCIMONIJ CAUSA NON DEFERANTUR, PER CIVITATES,
TERRAS, CASTRA, VILLAS,PORTUS, PASSU, E ALIA LOCA NOSTRA, E VOSTRA, TAM PER
AQUAM, QUAM PER TERRAM TRANSIRE, STARE, E AD LIBITUM SUUM MORARI, IRE, E
RECEDERE, E ABSQUE ALIQUA DATIJS, PEDAGIJS, VECTIGALIS GABELLAE, AC DOHAMAE,
AUT ALICUIUS ALTERIUS EXACTIONIS, E SOLUTIONIS, SINE IMPOSITIONIS REALIS,
PERSONALIS, AUT MIXTAE PRO NOSTRA, E SEDIS APOSTOLICAE,
REVERENTIA LIBERE PERMITTATIS, NEC IN PERSONIS, E REBUS, AC BONIS
PRAEDICTIS ALIQUAM INIURIAM. VEL OFFENSAM INFERATIS, NEC AB ALIJS QUANTUM IN
VOBIS FUERIT PERMITTATIS INFERRI, SED BENIGNE EXCIPIATIS, E TRACTETIS, E EISDEM
DE SECURO, E IUTO TRANSITU, RECEPTU, SCORTA, E SALVO CONDUCTU, SI OPUS FUERIT,
E VOS REQUIRENDOS DUXERIT, SIC LIBERALITER PROVIDERE CURETIS, UT VOSTRA EXINDE
DEVOTIO VENIAT APUD NOS, E DICTAM SEDEM MERITO CONMMENDANDA. DATUM ROMAE APUD
SANCTUM PETRUM SUB ANNULLO PISCATORIS DIE VIII. AUGUSTI MDXXXI. PONTIFICATUS
NOSTRI ANNO OCTAVO.
Fu moglie di Francesco Maria,
morto il 10 gennaio 1554,Virginia ROCCO Signora napoletana figlia di Nicola
Maria, e di Laura AIOSSA, famiglia estinta nel Seggio di Capuana, e con essa
procreò Muzio, chierico e protonotario apostolico, Fabio che fu paggio di Re
Filippo II, Alessandro e Giulio morto nel 1594, e avvenga che di altri non se
ne ritrovi successione[41]; Giulio fu il
secondo Signore di San Martino, in Basilicata, e di Poppano, e fu quegli, come
dissi, mosse la lite con la piazza Capuana, come appare dal processo di detta
lite già compilato[42], hebbe per moglie
Vittoria GUINDAZZA figliuola di Francesco del Seggio del Nilo, e Barone di
Mirobella, e di ...... CARAFA, e con detta sua moglie procreò Fabio, Frà
Scipione Cavalier di Malta (1570), Giovan Battista, Giovan Luigi, e don
Faustino monaco cassinese maschi, e due femmine, Isabella maritata a Girolamo
d’ANGELO Barone di Castel Petroso gentil’huomo napolitano del Seggio di Porto,
e Virginia data in moglie a Giulio MARZANO dell’illustrissima Casa Marzana de
duchi di Sessa, e principi di Rossano. Fabio come primogenito succedette al
padre nella baronia di San Martino, e casato con Isabella di Sangro il 14
settembre 1583, nata da Bernardino del Seggio di Nido, e da BRANCACCIO, da essa
fè Giulio, Francesco Maria e Scipione. Giulio primogenito figliol di Fabio
d’Isabella di Sangro fu successor al padre nella Terra di San Martino, e
havendo tolta per moglie Catarina Dentice di quei dei Seggio di Capuana
figliuola di Luigi Signor di Veggiano, e di Beatrice della MARRA sorella del
Duca della Guardia; con essa vi fé un sol figliuolo, a cui fu posto il nome di
Fabio. Fabio fu detto Signore di San Martino, si casò con donna Giulia SUARDA
famiglia illustrissima discesa per dritta linea da Signori assoluti di Bergamo,
è venuta in Italia con l’Imperador Federico detto il Barbarossa, dal quale
oltre alla signoria assoluta di Bergamo, hebbe il Vicariato Generale di tutta
la Lombardia, e detta donna Giulia fu figliuola di Vespasiano SUARDO maestro di
campo e cavaliere di Alcantara, e di LOFFREDO, e con questa sua moglie Fabio si
fé padre di due figliuoli hoggi viventi (1671), l’uno chiamato don Giulio, che
come primogenito fu signore di San Martino, e l’altro don Scipione. Hor
ritornando à gli altri figliuoli di Giulio, e di Vittoria GIUNDAZZO, Giovan
Battista 3° genito loro figliuolo fu dottor di legge, avvocato famoso né Regij
Tribunali di Napoli, fu casato con Beatrice PALAGANO d’antichissima, e
conosciuta nobiltà, la sorella della quale Beatrice chiamata Camilla fu
maritata a Gio.Francesco SANFELICE di Cancelleria, ma con questa sua moglie non
procreò Gio.Battista alcun figliuolo. Gio.Luigi quarto genito figliuol di
Giulio, e di Vittoria GUINDAZZO fu cavallerizzo del Re Cattolico, nostro
Signore di Madrid, e in Napoli cò sublimi carichi del detto officio, e fu onorato
da Sua Maestà della Croce dell’Alcantara con grossa commenda, e pensione sopra;
s’ammogliò con donna Angela SUARDA figlia di don Ottavio Cavaliere di Santo
Stefano, e di donna Isabella CONCUBLET d’ARENA de Marchesi d’Arena,e l’ava
paterna di donna Angela fu Battista CARACCIOLA figlia del capitan generale
della Repubblica di Venezia, e l’ava materna fu donna Angela CARAFA sorella
carnale del Duca di Nucera, ma con detta sua moglie donna Angela, Gio.Luigi si
fé padre di dui soli figliuoli, cioè don Francesco Maria, il quale morì
fanciullo, e don Alessandro vivente (1671). Don Alessandro cavaliere molto ben
conosciuto, e stimato in Napoli, che si fé signor della Terra di Castel
Petroso, e stato due volte casato, primieramente con donna Vittoria de Liquoro del
Seggio di Porta Nova figlia di Antonio, e Zenobia del Giudice del Seggio del
Nido, con la quale fè un figliuolo, che morì fanciullo, indi si casò con donna
Portia di PALMA d’antichissima famiglia della nobiltà di Nola, e già stati
signori di Palma, e di molte terre in Terra di Lavoro figlia di Vincenzo, di
donna Beatrice MARICONDA del Seggio di Capuana, e con questa seconda moglie ha
generato sei figliuoli maschi, cioè il primo don Giuseppe, il secondo don
Luigi, prima cavalier di Malta, e destinato per paggio al Gran Maestro, e poi
fattosi cherico regolare teatino di elevatissimo ingegno, e eloquentissimo
dicitore, onde non appena compiti venti anni fu fatto pubblico lettore nella
sua religione havendo letto nella casa di San Paulo, e hoggi (1671) leggendo in
quella di Santi Apostoli.Il terzo figlio di don Alessandro è don Antonio hora
chiamato don Severino monaco benedettino; il quarto figlio è don Francesco
anch’egli cherico regolare teatino. Il quinto è don Filippo, il sesto è don
Gaetano, e sono anco di don Alessandro cinque figlie femmine tre rese monache;
cioè donna Angela, e donna Beatrice, e donna Teresa in San Girolamo, e donna
Maria e donna Giovanna sono ancora fanciulle (1671). Don Giuseppe primogenito
di don Alessandro si è casato con donna Popa MONACO d’ARAGONA, d’antica nobiltà
che ha procreato un sol figliuolo maschio chiamato don Gaetano. Trovasi questa
famiglia imparentata con altre nobilissime famiglie del nostro regno, cioè con
la SANSEVERINA de principi di Salerno, con la PIGNATELLA, con la VULCANO, con
gli AIOSSI, ZUROLI, ACCIAPPACCI del Seggio di Capuana, con gli ORIGLIA, e
FERRILLO de conti di Muro del Seggio di Porto. Fé l’arme questa famiglia, in
campo rosso, tre teste di leone d’oro, e intorno allo scudo un giro diviso in
tanti quadretti bianchi e azzurri.
I SIFOLA di Trani e Pietrapertosa
parteciparono alle crociate nel XV secolo da come si osserva dagli scudi dei
crociati Napoletani, in partenza per la Terra Santa, appartenenti all’Ordine di
Santo Spirito.

Miniatura dello
dello »Status du l’ordre du Saint Esprit de Naples », fototeca
storica Nazionale, Milano.:
) 
REIMS: mosee du Tau,
51.280.494 - Collier de l’ordre du Saint-Esprit (or émaillé)
Con atto notarile stilato in
Trani dal notaio Francesco Sandoli , Dionigio, Alessandro, Salvatore e
Francesco Antonio Sifola, nobili del sedile di San Marco di Trani, riconoscono
come discendenti dell’istesso loro casato Tarquinio e Marzio Sifola, di Caserta
e dichiarano il loro diritto a godere di tutti i privilegi e degli onori nel
suddetto sedile.
1610, Agosto 22 - Indizione VIII.
(Ibid. - N.
Francesco Sandoli, an.1610, fol.68)
Declaratio
particularium familie Sifole pro U.J.D. Tarquinio et Martio Sifola.
DIE 22 AUGUSTI 1610 OCTAVE
INDICTIONIS IN CIVITATE TRANI ET CORAM INFRASCRIPTIS JUDICE, ET TESTIBUS DE
SUBSCRIPTIS SEDILIBUS EIUSDEM CIVITATIS VIDELICET: LEONARDO de MAESTRO NICOLA
REGIO JUDICE AD CONTRACTUS, SCIPIONE BONISMIRO, JOAN. FRAN.CO BONISMIRO DE
SEDILI ARCHIEPISCOPATUS, MUNGIOLINO ET FABRITIO de CUNIO de SEDILI CAMPI,
FRAN.CO ET OSTILIO MONDELLO DE SEDILI ARCHIEPISCOPATUS, FRANCESCO PALAGANO DE
SEDILI PORTENOVE, ET JOAN. MARIA, ET JOAN BERARDINO CAMPITELLO DE SEDILI IBIDEM
S.TI MARCI TESTIBUS AD INFRASCRIPTA ROGATIS. IN NOSTRI PRESENTIA CONSTITUTI
DIONISIUS SIFOLA, ALEXANDER SIFOLA, SALVATOR ET FRAN.CUS ANT.S SIFOLA NOBILES
DE SEDILI S.TI MARCI CIVITATIS PREDICTE SPONTE ASSERUUNT CORAM NOBIS, QUALITER
ANNIS ELAPSIS QUONDAM FRANCISCUM SIFOLA DE EADEM CIVITATE TRANI NOBILEM SEDILIS S.TI MARCI AB EADEM
CIVITATE DISCESSISSE, ET EIUS INCOLATUM FACISSE IN CIVITATE CASERTE, EX QUO
QUIDEM FRAN.CO FUISSE SUSCEPTUM ET PROCREATUM DE LEGITIMO MATRIMONIO MARSILIUM
SIFOLA, EX DICTO MARSILIO ANIBALEM, DE DICTO ANNIBALE SELVAGGIUM, ET DE DICTO
SELVAGGIO VIVENTOS TARQUINIUM, ET MARTIUM SIFOLA, ET EX DICTO TARQUINIO FUISSE
ORTOS ET PROCREATOS ODOARDUM ET SILVIUM EIUS FILIOS LEGITIMOS ET NATURALES AD
PRESENS VIVENTES ET IN CIVITATE NEAPOLIS COMMORANTES; DE HIS OMNIBUS
CERTIORATI, ET PLENISSIME INFORMATI PARTIM EX EORUM SCRIPTURIS, ET PARTIM EX
TRADITTIONE EORUM PREDECESSORUM, QUIQUINDEM TERQUINIUS ET MARTIUS UNA CUM
PREDICTIS EORUM PREDECESSORIBUS QUAMVIS HABITASSENT IN DICTA CIVITATE CASERTE,
ET IBIDEM COMMORASSENT PER CERTUM TEMPUS, ET TANQUAM NEAPOLITANI PERTRACTATI
FUISSENT, NICHILOMINUS EORUM VERAM ORIGINEM ET DESCENDENTIAM FUISSE ET ESSE DE
PREDICTA VERA ET NOBILI FAMILIA SIFOLE HUIUS PREDICTE CIV. TRANI, ET PROPTEREA
AGNOSCENTES REI VERITATEM, DICTOSQUE TARQUINIUM ET EIUS FILIOS, EUMDEMQUE
MARTIUM ESSE PROUT SUNT DE VERA FAMILIA, ET DESCENDENTIA PREDICTA, PROUT ETIAM
LATE CONSTAT EX EORUM DOC, EORUMQUE PREDICTORUM PREDECESSORUM VEXILLIS, QUE
SUNT EADEM VEXILLA DICTE FAMILIE; UT OMNIBUS INNOTESCAT, ET VERITAS EIUS
LOCUM OBTINEAT, IPSOS MARTIUM ET TARQUINIUM, EIUSQUE FILIOS PREDICTOS, TAMQUAM
VEROS DESCENDENTES DE FAMILIA PREDICTA SIFOLE CIVITATIS TRANI, PARI VOTO,
COMUNI CONSENSU, AC PENITUS NEMINE DISCREPANTE CONTENTI FUERUNT PROUT
CONTENTATUR REINTEGRARE, PROUT ILLOS REINTEGRANT IN EADEM EORUM FAMILIA. ITA
QUOD TAM DICTI MARTIUS ET TARQUINIUS, ET EIUS PREDICTI FILII, QUAM ETIAM EORUM
DESCENDENTES IMPERPETUUM USQUE AD INFINITUM SINT TENEANTUR ET REPUTENTUR DE
VERA ET ANTIQUA PREDICTA FAMILIA SIFOLE CIV. TRANI, ET POSSINT AC VALEANT AD
PRESENS ET OMNI FUTURO TEMPORE GAUDERE FRUI ETIAM IN EODEM SEDILI SANCTI MARCI
OMNIBUS DIGNITATIBUS, HONORIBUS, PRIVILEGIIS, PREROGATIVIS, IMMUNITATIBUS ET
PREHEMINENTIIS PROUT GAUDENT ET FRUUNTUR IIDEM DE DICTA FAMILIA IN EADEM
CIVITATE TRANI, CONCEDENTES PROUT ETIAM CONCEDUNT CIRCA PREDICTA OMNES EORUM
VOCES ET POTESTATES. PROMICTENTES DICTI DIONISIUS, ALEXANDER, SALVATOR ET
FRANCISCUS ANTONIUS SOLEMNI STIPULATIONE DICTIS TARQUINIO ET FILIIS AC MARTIO
ABSENTIBUS ET MIHI PRESENTI DECLARATTIONEM ET REINTEGRATTIONEM PREDICTAS AC
OMNIA PREDIUCTA SEMPER ET OMNI FUTURO TEMPORE HABERE RATAS AC RATA ET CONTRA
NON FACERE ALIQUA RATIONE, NEC ABSOLUTIONEM A IURAMENTO PETERE, ET IMPETRATIS
NON UTI QUIA SIC. PRO QUIBUS OMNIBUS OBSERVANDIS DICTI DIONISIUS, ALEXANDER,
SALVATOR ET FRANCISCUS ANTONIUS SPONTE IN SOLIDUM OBLIGAVERUNT SE IPSOS, EORUM
HER. SUCC. ET BONA OMNIA DICTIS TARQUINIO, MARTIO, ET FILIIS ABSENTIBUS, ET MIHI
PRESENTI ETC. AD PENAM DUCATORUM
MILLE PER QUEMLIBET. MEDIETATE ETC. POTEST CAPIENDI ETC. CONSTITUT. PRECARII
ETC. IBIQUE REQUISIVERUNT ET IURAVERUNT ETC.. LEONARDO DE MAGISTRO
NICOLAO R. AD CONTRACTUS IUDICE, SCIPIONE ET JOANNE FRANCISCO BONISMIRO DE
SEDILI ARCHIEPISCOPATUS. MUNGIOLINO ET FABRITIO DE CUNIO DE SEDILI CAMPI. ET
OSTILIO MONDELLO DE SEDILI ARCHIEPISCOPATUS. FRANCISCO PALAGANO DE SEDILI
PORTENOVE. JOANNE MARIA ET JOANNE BERARDINO COMPITELLO DE SEDILI S.MARCI
LICTERATIS.
Tracce materiali di personaggi
SIFOLA sono: il tumulo dell’arciprete Giacomo, del canonico Ottavio e di
Alessandro SIFOLA esistenti nella chiesa Cattedrale di Trani che prima stava al
primo gradino attaccato alla cappella della Madonna delle Grazie, rimpetto
all’altare di San Michele e nel 1795 si riadattò il pavimento di detta chiesa e
la lapide sepolcrale fu posta dietro lo scanno del tribunale vicino all’altare
di San Magno, sempre al laterali dell’altare di San Michele vi è lo stemma
gentilizio con un benefizio di ducati 52 fondato da Francesco SIFOLA. Nel
soccorpo vi è il sepolcro di Alessandro PALAGANO rimpetto l’altare di San
Nicola a man sinistra, di cui è erede il comparente per mezzo di Clarice
SIFOLA, moglie ed erede di Giuseppe PALAGANO. Nella chiesa di San Francesco di
Trani vi è il sepolcro con l’iscrizione a Salvatore SIFOLA, e nel muro laterale
a man dritta dell’altare di Sant’Antonio vi è lo stemma gentilizio della
famiglia (oggi 30 giugno 2002 io e mia moglie Lucia Quilici nel fare una visita
alla città di Trani abbiamo constatato che quanto sopra citato, col restauro effettuato delle chiese negli anni
dal 1950 in poi tutto è stato eliminato. Probabilmente le lapidi si trovano nel
Museo Diocesano. Solo lo stemma della famiglia è visibile fuori la chiesa di
San Francesco.

Stemma
“SIFOLA”
Signori di Trani secolo XIII-XIV
Sito all’esterno della chiesa di San Francesco in
Trani.
Prima che la chiesa fosse restaurata, si trovava al
suo interno
Nella chiesa dei padri
zoccolanti di Colonna vi è un altro sepolcro. E finalmente nella chiesa di San
Pietro Maggiore di Bari vi è il sepolcro di Cleta SIFOLA del MXXXXVIII. Inoltre
vi è nella Cattredrale il laicale patronato fondato da Laura SIFOLA sotto il
titolo dell’Annunziata dove la medesima è interrata.
Un ramo Sifola nel 1600
divenne barone di Pietrapertosa dal cui discendono i de Natale Sifola Galiani. Questi Sifola succedettero ai Carafa ai
Campolongo, agli Aprano, ai Suardo ed agli Jubero.
Dall’allegazione giuridica di
Stefano Patrizi, alla Memoria relativa al Governo Civico di Trani, e
precisamente in ordine ai cangiamenti avuti dalla Piazza del Popolo e
riportata:
«ancora A 28 aprile 1749,
reintegrazione di Pietrapertosa[43].
don Bernardo de NATALE e donna
Geronima SIFOLA generarono 7 figli:
1.
donna
Giulia Teresa Benedetta nata il 20 settembre 1734* in Casale di Casapulla ed
ivi deceduta il 16 febbraio 1804, nubile.
2.
donna
Maria Francesca, Antonia da Padova, Agata, Alberta nata il 4 dicembre 1726* in Casale di Casapulla e
deceduta neonata.
3.
don
Vincenzo Maria NATALI[44]
SIFOLA nato il 22 agosto 1738* in Casale di Casapulla e deceduto il 16 dicembre
1803 in Casapulla, abate e sacerdote predicatore.
4.
don Marcello Maria NATALI SIFOLA[45], dottore in utroque jure, nato il 18
agosto 1740* in Casale di Casapulla ed ivi deceduto il 7 marzo 1819[46]*.
5. don Carminio de NATALE SIFOLA nato il 10
gennaio 1743[47]* in Casapulla ed ivi
deceduto il 24 agosto 1833, dottore in utroque jure dimorava ed esercitava
l’attività di avvocato in Napoli, celibe
6. donna Agata M.Teresa nata in Casale di
Casapulla il 23 ottobre 1744* sposò don Tommaso Verrenzio patrizio di Sessa il
21 maggio 1781 in Casapulla, dove morì il 16 maggio 1832.
7. don Gabriele nato il 20 giugno 1747 in Casale
di Casapulla ed ivi morì il 28 gennaio 1750.
8.



Don Vincenzo Maria NATALI SIFOLA[48] fu
dottore in utroque jure[49] e
predicatore domenicale specialmente in Casapulla. Pubblicò diversi scritti tra
cui Dissertazione Istorica sull’antica esistenza di un tempio di Apollo in
Casapulla e Su i principi e lo stato del medesimo villaggio da torchi di
Vincenzo Manfredi con licenza dè superiori Napoli MDCCCII con recensione del
marchesino don Bernardo Maria NATALI[50])
SIFOLA GALIANI; altra opera assai erudita è Lettera all’Abate Mattia Zona
sopra il di lui saggio istorico intorno alla città di Calvi e Sparanisi; Fu
uomo di vasta e soda cultura.
Don Marcello Maria NATALI[51] SIFOLA[52] sposò il 10 agosto 1774 nella chiesa di
Sant’Anna di Palazzo[53], sede
della Cappellania Maggiore del regno di Napoli[54], Anna Maria GALIANI, nata a
Sant’Agata di Sessa Aurunca il 23 ottobre 1751* e battezzata in Santa Maria a
Castellone nella stessa Sessa il 26 ottobre 1751* Segue processetto pre
matrimoniale presso l’Archivio Storico Diocesano della Curia Arcivescovile di
Napoli:















. Essa abitò in Napoli fino al 1771 anno in cui si
trasferì con i genitori nella città di Sorrento dove dimorò fino a marzo 1774.
Poi di nuovo ritornò a Napoli nel palazzo di Sant’Anna di Palazzo,[55]
Anna Maria era figlia del marchese Berardo GALIANI e
della M.sa donna Agnese Mercadante-Capece, di nobile famiglia di Sessa Aurunca,
appartenente al Seggio di San Matteo[56]. Morì
in Casapulla il 17 dicembre 1783[57].


Anna Maria per via della madre donna Agnese discendeva
dai conti di Caserta de Racta[58] e
dall’illustrissima casa Marzana[59] la
cui grandezza era incominciata sotto il re Roberto. Essi furono principi di
Rossano, duchi di Squillace e di Sessa, il contado di Montaldo e Alife e tanto
stato e tante castella e uffici e preminenze, fu cinque volte imparentata al
sangue reale[60];
Nelle Memorie Istoriche della Chiesa di Sessa
Aurunca, opera divisa in due parti del Mons. Giovanni Diamare, Vescovo di
Sessa, stampata in Napoli nell’anno 1908, al cap. XXIV., dedicato ai Monasteri
o Conventi a pag. 166 nota(1) si legge: «Parlando della Chiesa di
Sant’Agostino, ci piace riportare qui in nota alcune epigrafi esistenti in Sessa»:
alla III si legge:
“Hanc sepulturam
fieri fecit Dns. Antonius de Racta et
suis
parentibus in qua iacet corpus magnificen
tissime Margherite de Marzano uxoris
ano dni MCCCCXXXVII ind. prima
die III
mensis Oct .... Amen”
alla
IV nota si legge:
“D. O.
M.
Sacellum
et sepulchrum
ab Antonio
de Racta et Margarita Marzano[61] coniugibus
extructum
quorum jura Iulia de
Racta in Leonem Mercadante filium
transtulerat
Marchio Berardus Galianus
Agnetis Mercadante Leonis f.atq.ex
asse haeredis maritus
iniura temporum prope dirutum
ex
veteri templo translatum restituit et ornavit
sibi
suisq. Posterisq. Eorum
an. rep. sal. MDCCLIV”
Informazioni storiche sulla famiglia
“de
detta nel tempo de Ruth, poi de Racta ed ancora “della
Ratta”
Famiglia originaria di
Barcellona, portata nel regno di Napoli da Diego de la Ruth, il quale seguì
Violante d’Aragona moglie di Roberto d’Angiò duca di Calabria, ed essendo egli
un valoroso capitano, pei grandi servigi resi, ottenne il contado di Caserta ed
altri feudi. Salito al trono Roberto, lo creò gran camerlengo e maresciallo del
regno e suo luogotenente in Toscana, e gli concesse di aggiungere nella sua
arma il lambello seminato di gigli di Francia.

La famiglia della Ratta ha goduto nobiltà in Napoli fuori seggio, in
Caserta, Capua, Sessa, Monopoli, ed in Sicilia. Oltre alla contea di Caserta,
ha posseduto ben 75 feudi, le contee di Alessano, Montuoro, Sant’Agata de’Goti,
e Santangelo, ed il marchesato di Quaranta. Francesco conte di Caserta, gran
contestabile del regno e ciambellano del Re Roberto d’Angiò, valoroso capitano
e nemico del duca d’ Atene, venuto a guerra in terra d’Otranto, essendo stato,
battuto fuggì a Taranto ove fu assediato dal
nemico, che respinse vittoriosamente; Luigi maresciallo del Regno, fu inviato
dalla Regina Giovanna I, insieme ad altri 40 cavalieri napoletani, per
accompagnare a Napoli Oddone duca di Brunswich che veniva per isposarla; Didaco
gran camerario e consigliere della stessa regina; Giacomo vicerè di Napoli per
la regina Giovanna II; Baldassarre, gran giustiziere e gran camerlengo del
regno, fu uno degli esecutori testamentari di Giovanna II; Jacopo Arciv. di
Benevento essendo ambasciatore del Re Ferdinando I d’Aragona presso il
pontefice Pio II, tradì il re e si diede al partito angioino per cui fu dalla
Santa Sede deposto dall’arcivescovato. Arma: D’argento al leone di rosso,
coronato all’antica dello stesso, tenente colla branca anteriore destra un
crescente montato d’azzurro; col lambello di tre pendenti dello stesso,
seminato di gigli d’oro di Francia, attraversante sul tutto.
Ancora sui “della Racta” si legge al CAP. XII.
Delle memorie istoriche ed
ecclesiastiche della città di Caserta
Raccolte dal sacerdote D. Crescenzio Esperti dato in
Napoli nel MDCCLXXIII
Della famiglia
della Racta
trascritta dal Campanile
§. I
Di Diego della Racta
I. Conte di
Caserta
Il primo, che di tal famiglia di Spagna
venisse in Napoli, fu Diego in compagnia di Violante d’Aragona sorella di
Giacomo Re d’Aragona, e di Federico Re di Sicilia, la quale viene maritata a
Roberto Duca di Calabria figliuolo de Re Carlo II., il quale Re nell’anno 1302,
donò a Diego il Castello di Rajano in terra di Lavoro. E ritrovandosi poscia
Roberto Governadore, e Capitan Generale de’Fiorentini, volendo partir per
Avignone a rallegrarsi della creazione del nuovo Pontefice, conosciuto il
valore, e la virtù di Diego, il lasciò suo general Luogotenente in Firenze.
Essendo poi giunto il medesimo ad essere Re di Napoli, per mostrarsi grato con
Diego de’servigj da lui ricevuti, gli diede la Terra di Montorio con titolo di Conte,
e non molto tempo dopo gli donò la Città di [62]Caserta
con molte Castella circonvicine, con titolo altresì di Conte. Quantunque
l’Ughelli dica, che Diego l’avesse comprato da Signori Gaetani.

Stemma Chiaramonte
Ossia
Claremont
Fello
oltre a ciò Gran Camerlingo del Regno,
Visitatore di tutti gli Uffiziali di quello: Volendo anche far triegua con
Federico d’Aragona, mandò ivi il Principe di Taranto suo fratello, e con lui
volle, che si accompagnasse Tomaso Marzano Conte di Squillace, e Diego Conte di
Caserta. Né terminarono qui le grandezze di Diego, poiché nell’anno 1311. fu
dal medesimo Roberto fatto Vicario Generale nella Provenza, Romagnola, Contado
di Brittoni, e Ferrara; e nel 1318. ricevette in dono ducento oncie di
pagamenti Fiscali per ciascuno anno in perpetuo. Fu moglie di costui in seconde nozze avvenute il 27 febbraio 1314 Odolina
di Chiaramonte[63],
sorella del Conte Chiaramonte[64]; la quale dopo la
morte di Diego si maritò a Giordano Ruffo Conte di Catanzaro. Rimasero dopo
la morte di Diego tre suoi figliuoli, uno maschio chiamato Francesco, e due
femmine, cioè Catarina, che si maritò a Gottifredo Gaetano Conte di Fondi, ed
Agnesa, che fu moglie di Roberto Sangineto Conte di Corigliano.
§.II.
di Francesco
Conte II. Di Montorio, e di Caserta
e Conte I. d’Alessano.
Succedette Francesco per la
morte del Conte Diego suo padre a tutti gli Stati, e titoli di colui. Il quale
per essere stato uomo di gran coraggio, e valore, potrà con ogni giusta ragione
annoverarsi fra i più famosi guerrieri, che siano usciti dal nostro Regno. E
fra l’altre imprese degne di lode, che si raccontano di lui, fu singolare
quella, che gli accadde col Principe di
Taranto fratello del Re Luigi. Aveva questo Principe conceputo particolar odio
contro il Conte Francesco; e tutto ciò adiveniva, perché l’avea veduto non
solamente essere stato caro al Re Roberto suo zio, ma ancora perché il vedea
esser carissimo al Re Luigi suo fratello. Né potendo patire egli, ch’era di
schiatta Francese, ch’il figliuolo d’un Catalano fosse giunto ad avere tanta
autorità, unitosi col Duca d’Atene, il quale aveva altrettanta malvolenza
contra il medesimo Conte, furono così importuni col Re Luigi, che l’indussero
contro sua voglia a dar il bando al Conte: ed indi essendosi costui ritirato
nelle sue Terre a Caserta, gli furono addosso il Principe e’l Duca d’Atene con
cento cavalli; ed il Re Luigi vi andò di persona con altri 400., e con grosso
stuolo di pedoni. Ed un giorno stando il Re sopra un ponte nel Castello di
Maddaloni, i suoi soldati presero un Ungaro, che stava al soldo del Conte, e
con tanta maraviglia il condussero al Re, che per la gran calca di gente, che
gli corsero dietro, si ruppe il ponte, e vi morirono da diciotto Cavalieri,
senza quelli, che vi rimasero storpiati. Finalmente avvicinatosi il Re con la
sua gente alle Terre del Conte, e ritrovando ivi gagliardissima resistenza,
furono costretti a partirsi con loro poco onore. Ed il Conte Francesco correndo
lor dietro con 300. cavalli, non solo gli fece fuggire dalla campagna, ma seguitandoli
fino a Napoli, fece loro non poco danno in vendetta di tale assalto. Ebbe
questo Conte due mogli; la prima fu Beatrice del Balzo sorella di Raimondo
Conte di Soleto, e Gran Camerlingo del Regno, la quale morendo nell’anno 1336.
fu sepolta nella Chiesa di S. Chiara nella Cappella della famiglia Balzo, e di
costei non ebbe Francesco figlio alcuno; onde fu costretto prendere la seconda,
che fu Catarina d’Alneto (d’Aunay) contessa d’Alessano[65] per cui s’aggiunse alla casa della Ratta
quest’altra Contea. Ebbe il Conte da Catarina sua seconda moglie tre figliuoli,
cioè Luigi, Antonio, ed Isabella, e morendo nell’anno 1539. fu sepolto nel
Duomo di Caserta, nel cui monumento si legge il seguente Epitaffio:
Franciscus della Ratta, quondam Casertæ
Comes
generosus,
Q ²
Janica mente fremens, gaudens ubique
triumphis
Ignavia Sternens Succumbere nescius,
Belli lupare victor cum Cæsare certans,
Positus hoc Tumulo verbi divi requievit
Anno milleno trecentesimo LX minus uno
Luce sed Aprilis X bis simul, e tria
jungis,
Quem
Dominus Arce sua beet omni dote fæcundum
Morto Diego de Racta tra la fine del 1325 e la prima metà del 1326 gli
succedette nella contea di Caserta Francesco suo figlio legittimo e naturale,
nato da Odolina di Chiaramonte[66] sua
consorte come espressamente dichiarato nel testamento redatto in Napoli il 15
maggio del 1325. Esecutori testamentari, in solido tra loro, furono fra
Giovanni della Regina dei frati predicatori, Tommaso di Marzano conte di
Squillace, la vedova Odolina ed il nobile Salvatore di Costantino, senescalco
del regio ospizio. Fidando nella stima e nell’affetto che re Roberto gli aveva
sempre dimostrato Diego affidò alle sue cure e protezione sia il piccolo
Francesco che le figlie Caterina ed Agnese , nate da Domicella la sua prima
moglie.
Francesco doveva essere nato nel 1318, e ciò è evidente dato che in un
documento del 17 ottobre 1317 Diego, nell’assegnare dei beni a Caterina per il
suo matrimonio con Goffredo Castani, non fa cenno ad un erede maschio, in un
altro del 27 marzo 1327 Francesco viene detto di età tra i 9 ed i 14 anni, ed
infine in un altro del 25 ottobre 1331: maggiore di 13 anni. Il giovane conte
ebbe per tutori il conte di Squillace e la madre Odolina alla quale venne fatto
obbligo di educare il pupillo e di farlo crescere presso di se finché non fosse
giunto alla maggiore età o almeno fino a che non fosse convolata a nuove nozze.
Il 23 dicembre 1326 re Roberto, volendo dar
esecuzione alle ultime volontà del defunto suo gran camerario, ordinò ad
Odolina di Chiaramente, per quanto già
passata a nuove nozze dato che aveva
sposato Giordano Ruffo 1° conte di Montalto in Calabria (nato nel 1268 e
deceduto nel 1343) ed a Marino de Dyano, suo gran maestro razionale, nominato
in temporanea sostituzione di Tommaso Marzano assente dal Regno perché in
Toscana al seguito di Carlo Duca di Calabria, di esercitare la tutela sul
piccolo Francesco avendo cura anche dell’amministrazione dei suoi beni ma con
l’obbligo del rendiconto annuale che doveva essere redatto in tre copie di cui
una doveva essere consegnata alla Camera Regia, la seconda al maestro razionale
della Regia Curia e la terza doveva essere conservata presso i tutori.
Prontamente sia Odolina che Marino de Dyano, il 7 gennaio 1327, nominarono i
giudici Simone de Maranchio e Nicola de Caserta, ambedue di Monitoro, loro
procuratori per procedere all’inventario dei beni spettanti al giovane erede.
Il 23 marzo dello stesso anno i due procuratori si recarono a Caserta per
rilevare la consistenza delle proprietà di Francesco e l’atto ufficiale venne
steso dal notaio Filippo de Maranchio. Nell’elenco troviamo segnato, tra
l’altro, il Castello di Caserta Vecchia che si presentava quasi allo stato di
rudere, infatti aveva la maggior parte delle mura dirute, un locale
parzialmente privo di tetto e le due porte cadenti. Le condizioni di fatiscenza
del castello, che era stato l’orgoglio dei Sanseverino di Lauro, ci fanno ben
comprendere quanto poco fosse stato frequentato dall’ultimo proprietario e
quale scarso interesse avesse avuto Diego de Racta per la sua contea che aveva
rappresentato per lui soltanto un’appannaggio per i servigi resi alla casa
d’Angiò. In perfette condizioni, invece, si presentava la casa padronale nella
località Torre: essa era costituita da una specie di fattoria sorta al fianco
di una torre longobarda che si può ipotizzare costituissero la vera residenza
di Diego, le rare volte che venne a Caserta.
I due edifici saranno poi trasformati in castello dagli Acquaviva ed oggi
sono la sede degli Uffici del Governo. La casa era dotata di cortili, sale,
camere, granaio, stalla, forno, cucina e due pozzi; aveva le finestre del piano
terra munite di inferiate che mancavano a quelle del primo piano; era
completamente arredata e non mancavano tutte le suppellettili ed attrezzature
necessarie per il vivere quotidiano; nelle stalle c’erano pure quattro buoi;
aveva un piccolo giardino circondato da mura nel quale crescevano aranci,
limoni, cedri, ed altri alberi da frutto e, cosa non comune a quei tempi, una
pianta di rosa; annessi al girdino c’erano un frutteto ed un orto, pure questi
murati. Poche sono le notizie intorno agli anni della fanciullezza di Francesco.
Di lui si sa che il 27 marzo 1327, tramite i suoi tutori, raggiunse un accordo
con il vescovo di Caserta per porre fine ad un’annosa questione relativa a
presunti abusi compiuti dal padre Diego e dai suoi amministratori nei confronti
di alcuni vassalli della chiesa di Caserta. La rapidità con la quale fu
definita la controversia fa ben capire quale scarso interesse avessero le
vicende casertane per Odolina di Chiaramonte che, passata a nuove nozze,
gestiva gli interessi del figlio cercando di avere meno seccature possibili; ciò
è bene evidente se consideriamo che una lite che si trascinava da anni venne
definita in pochi giorni con non grandi vantaggi per il piccolo Francesco. Nel
1329 re Roberto, a richiesta del giovane conte, ordinò che venisse rinnovato,
perché deteriorato, il privilegio reale del 12 novembre 1317 con il quale
veniva confermata a Diego de Racta ed ai suoi successori la concessione della
Contea di Caserta e la signoria della città di Montoro. Nel 1330 l’abitudine di
Odolina a trascurare le cose di famiglia fece sì che sia lei, che nel frattempo
era diventata signora di Mignano, baronia ereditata dal fratello Ugo, che
Francesco fossero morosi nel pagamento dell’adoa dovuta alle casse reali per i
rispettivi feudi tanto che il 7 marzo al giustiziere di Terra di Lavoro e della
contea di Molise fu ordinato di costringerli a pagare il dovuto entro il mese
successivo a pena della confisca dei feudi. Tra il 1330 ed il 1335 l’unico
documento dal quale si hanno notizie del Conte di Caserta è la conferma della
concessione di un feudo nel territorio di Monitoro fatta anni prima dal padre
Diego. Nel 1335 Francesco si sposò con Beatrice del Balzo che morì,
presumibilmente di parto, il 1° marzo 1336. Val la pena di ricordare la triste
vicenda delle spoglie della sfortunata Beatrice il cui corpo fu tumulato a
Napoli in Santa Chiara, nella cappella della sua famiglia, in un sepolcro
romano sul cui lato frontale erano stati scolpiti cinque archi divisi da una
piccola colonna; in ogni arco era rappresentato un santo: San Paolo eremita,
Sant’Agnese, Santa Caterina d’Alessandria e San Francesco

Combattimento
equestre
d’Assisi, mentre in quello centrale era
raffigurata

Sarcofago del 1359
di:
Francesco de La
Rath
conte di
Caserta
Duomo di Casera
Vecchia
§. III.
di Antonio[67]Conte II. Di Montoro, e di Caserta,e Conte II.
D’Alessano.
Antonio fu si devoto della Regina Giovanna I.
che per soccorrere alla necessità di costei, nel 1380. vendette
Q
3 §. IV
.di Francesco
ll[68]al più
chiamato Francesco IV.Conte di Caserta, e III. D’Alessano
Dimostrossi Luigi Francesco
vero, e degno figliuolo del Conte Antonio, non solo per esser succeduto agli
Stati, e titoli di colui; ma molto più per averne ereditato gli costumi, e’l
valore. Così volle essere egli sempre devotissimo della casa Angioina, come
n’era stato anche suo padre; Onde venendo in Regno il Duca Luigi d’Angiò, egli
l’accolse con tutto il campo a Caserta, donde quella gente diede molti assalti,
e molte scorrerie a Napoli, e luoghi circonvicini; Ma partitosi il Conte
coll’esercito da Caserta, le genti de’Casali di Napoli desiderosi di vendicarsi
degli oltraggi patiti, corsero in gran numero sopra Caserta: del che i
Casertani da principio ebbero timore; ma confortati poscia da Sandolo della
Ratta fratello del Conte, Cavaliere di molto valore, poste buone guardie ad una
delle porte della Città, uscirono guidati da Sandolo da una altra di quelle; ed
andati con grand’impeto addosso ai nemici. Gli sbaragliarono in modo tale, che
a Sandolo risultò grandissimo onore. Ma ritornando al Conte, dico, che dopo la
morte di Luigi d’Angiò fu egli eletto insieme con cinque altri Signori del Reno
a dovere attendere al governo del buono stato, fin’a tanto, che il figliuolo di
Luigi avesse potuto venire a pigliare la possessione come Re. Né contento
costui d’aver dato ajuto alla Casa Angioina coll’armi, volle anche sovvenirla
colla roba. Il che conosciuto da quel Signore, gli fu data in ricompensa,
benchè sotto nome di governo, la Città di Benevento. Fece acquisto oltre a ciò
questo Conte della Terra di Rocca di Vandri; e morendo lasciò da Isabella d’Artus
sua Moglie (la quale fu sorella del Conte di Santagata) tre figliuoli, cioè
Baldassarre, Antonello, e Giacomo.
Segue la linea diretta che si
estinguerà nei Gambacorta e questi negli Acquaviva:
§. V.
Di
Baldassarre[69]V. Conte di Caserta, IV. D’Alessano,e I. di Santagata.
Fu il Conte Baldassarre Cavaliere di molto
senno, e prudenza, partigiano anch’egli della Casa Angioina; onde venendo Luigi
III. D’Angiò nel Regno, egli insieme con Giacomo suo fratello, e Carlo d’Artus
Conte di Santagata lor cugino, e tutti lor vassalli, e seguaci furono dalla
parte di quel Principe, non senza gran danno della Regina Giovanna II. La
quale, partito Luigi dal Regno, ebbe caro aver costoro per suoi aderenti, e divoti;
e tutto per tema, ch’ella aveva della loro potenza. Onde fece generale Indulto
non solo al Conte, al fratello, ed al cugino, ma anche a loro Vassalli, e
seguaci, eliggendo oltre a ciò il Conte Baldassarre per suo Vicerè in Terra di
Lavoro, e nel Contado di Molise, e Giacomo fratello del Conte per uno de’suoi
intimi Consiglieri. Né fu ella da tale elezione ingannata. Imprciocchè a quella
guisa, ch’erano stati costoro fedeli a i Re Angioini, furono anche fedeli a
questa Regina. Del che fece esperienza ne’travagli, che ella ebbe dal Re
Alfonso d’Aragona; il quale benchè riducesse molti Baroni del Regno a sua
divozione, non vi potè però giammai ridurre questo Conte. Quinci nel tempo, che
la regina morì, lasciò sedici de’suoi più fedeli Baroni, che dovessero
attendere alla cura del Regno fin’a tanto, che ne venisse a prender la
possessione Renato d’Angiò, il quale ella n’avea fatto erede; uno de’quali fu
il Conte Baldassarre. Laonde dalla Reina Isabella moglie di Renato
Fu egli fatto Gran Giustiziero del Regno, ed
anche Gran Camerlingo. Ampliò questo Conte i suoi Stati con comprare la Contea
di Santagata dagli Artus suoi parenti; e di più il Vallo di Vitolano, Tocco,
Ogenti, Specchio, Minorvino, Marzano, e molte altre Terre di diversi Baroni. Ma
divenuto finalmente Alfonso assoluto Signore del Regno; conoscendo egli quanto
era espediente aver il Conte Baldassarre dalla sua parte, il creò suo
Consigliero per le cose degli Stati, e gli vendette a dolce prezzo molte Terre,
ch’erano state d’altri Baroni suoi ribelli, come furono Campagna, Evoli, ed
altre, donandogli ancora la Terra di Maddaloni. Morì questo Conte, lasciando di
Marita di Capua sua moglie due figliuoli, uno maschio chiamato Giovanni, e
l’altra femmina detta Isabella.
§. VI.
Di Giovanni
Conte
VI. Di Caserta, V. di Alessano,
e II. di Santagata
Ebbe il Conte Giovanni oltre
alla virtù dell’animo, ed alla bellezza del corpo, una tal gagliardezza di
membra, che non vi era Cavalier alcuno, che da lui, armeggiando, e giostrando,
non fusse stato buttato a terra. Onde per comune sentenza di tutta
§.VII.
Di Francesco lll[70]
Conte VII. Di Caserta, VI. Di Alessano,
e II. di Santagata.
Vedendo il Conte Giovanni, che
Francesco suo figliuolo, dopo la morte di lui, rimanea in età, che ancor da se
stesso non sarebbe stato atto a governare i suoi stati; confidando a meriti,
ch’egli aveva avuti appresso il Re Alfonso I. il lasciò raccomandato al Re
Ferdinando figliuolo di colui; da cui poscia gli venne dato per balio Giacomo
della Ratta Arcivescovo in quel tempo in Benevento, il quale fu figliuolo di
Sandalo secondogenito di Giacomo il vecchio, che come dicemmo, fu fratello del
Conte Baldassarre. Alcuni Autori, che scrissero le cose del Regno, vollero, che
questo Conte alla venuta di Renato d’Angiò si fosse più fiate rivoltato ora
alla parte di Renato, ed ora a quella d’Alfonso. Il che si vede essere
falsissimo; essendo che nell’anno 1458. costui facendo nota al Re Ferdinando la
morte del Conte Giovanni suo padre, ottenne la confermazione di tutti gli
stati, e titoli in sua persona. Nel quale tempo si asserisce essere fanciullo,
chiamandolo così il proprio Re con queste parole: Sane pro parte spectabilis, e Magnifici pupilli Francisci de Ratta
Comitis Casertæ. E poco appresso: Cumque
Spectabilis, e Magnus Johannes de Ratta Comes ejus pater. Il che si vede
ne’Registri della Real Cancelleria sotto li 30. del mese di Giugno del medesimo
anno. Sicchè essendo stato quel fatto, che essi raccontano nell’anno 1438., si
conosce chiaramente, che a quel tempo questo Conte non era ancor nato. Ben’è
vero, che a tempo, che Giovanni d’Angiò figliuolo del Re Renato venne alla
conquista del Regno, dopo ch’ebbe quella tanto celebrata vittoria appresso
Sarno, di cui poscia egli non seppe servirsi, si vennero a rendere a lui una
buona parte de’Signori del Regno, fra i quali vi fu questo Conte, menatovi dal
suo Balio, non essendo egli ancora d’età perfetta. Sicche fece l’atto più
scusabile, e fu cagione, che di là a poco gli fossero restituiti gli Stati dal
medesimo Re Ferdinando, che per tal’atto gliele aveva tolto. Fu moglie di
questo Conte Francesco la figliuola d’Indico Marchese del Vasto, e gran
Siniscalco del Regno; di cui egli morendo nell’anno 1480. non lasciò figliuolo
alcuno; benchè d’una altra donna gli fosse nata una femmina chiamata
Catarinella.
§. VIII.
Di Catarina[71]
Contessa di Caserta, d’Alessano, e di
Santagata, e finalmente Duchessa d’Atri,
e Marchesana di Bitonto.
Morto il Conte Francesco, rimasero gli
stati,e titoli a Catarina sua prima sorella; la quale il Re Ferdinando diede
per moglie a D. Cesare d’Aragona suo figlio naturale, ed essa maritò Diana sua
sorella a Giovanni Francesco Sanseverino Conte di Cajazzo, e Catarinella della
Ratta sua nipote a Francesco Gambacorta. Soffrì questa Contessa nella venuta di
Carlo VIII. Molti travagli per cagione de’suoi stati; ma venendo poscia il Re
Federico suo cognato, non solo ebbe la confermazione di quelli, ma di più
Diana, e Capaccio. Discacciato dopo Federico del Regno dal Re Ferdinando
d’Aragona suo parente detto per soprannome il Cattolico, e ritornando in
Francia, ne menò seco D. Cesare suo fratello, il quale essendo morto per
viaggio, senza aver lasciato figliuoli, fu cagione, che la Contessa Catarina si
maritasse di nuovo con Andrea Mattei d’Acquaviva Duca d’Atri;La quale avendosi
allevata infino dalle fasce Anna Gambacorta figlia di Catarinella della Ratta
sua nipote, diede questa per moglie al Marchese di Bitonto, nipote primogenito
del Duca suo marito; patteggiando, che in caso, che essa non avesse fatti
figliuoli col Duca, a cui aveva ella donati tutti i suoi Stati, quelli fossero
del Marchese di Bitonto, purchè i discendenti del Marchese si denominassero di
Casa della Ratta. E succedendo, che il marchese avesse a fare restituzione
delle doti non fosse tenuto a restituire più, che diecimila ducati, e’l tutto
con assenso di D. Giovanni d’Aragona Conte di Ripacorsa, Vicerè a quel tempo
nel Regno. E perché in morte della Contessa Catarina i suoi Stati sarebbono
tutti scaduti al Re, essendo che Anna Gambacorta, per la madre n’era incapace,
ed il Marchese suo marito n’era estraneo; perlochè non potevano succedere; e
Giulio della Ratta per essere in grado rimoto, secondo le leggi del Regno non
si poteva pretendere, il Re Cattolico benchè consentisse a ciò, e per 34. mila
ducati, che ebbe per l’Assenso, tenne nondimeno per male, che D. Giovanni suo
Vicerè fosse stato Autore di questo fatto. Ed entrato in sospetto, che egli non
cercasse con tali andamenti di rendersi benevoli gli animi de Baroni del Regno,
per farsene egli un giorno Signore, il richiamò da tal Governo. Ma ritornando a
Catarina non solo fu ella chiamata Contessa di Caserta, d’Alessano, e di
Santagata; ma anche Duchessa d’Atri, e Marchesa di Bitonto. La quale finalmente
morendo senza lasciar figliuoli nell’anno 1511. fu seppellita nella Chiesa di
San Francesco di Napoli; Nel suo monumento scolpito sono le seguenti parole:
Catarina della Ratta, e morum probi-
tate
insignis, cujus majorum primus ab Hispania
Betica, Didacus nobilissimus Vir, e hoc
Regno,
sub Roberto Rege, Montorii, Casertæque
Comes,
ac Magnus Camerarius, e in Hetruria ac
in pro-
vincia Galliæ ejusdem Regis Vicarius.
Ipsa vero ex
fraterna successione Casertæ, Alessani,
e S.Agatæ
Comitissa, ac aliorum Domina, mortuo D.
Cæsare
Aragonio, Ferdinandus Regis filio ejus
primo Viro,
nupta iterum Andræ Matthæo Aquavive
Adriæ Du-
ci, absque prole ad superos migravit
Anno Domini
MDXI.
§.IX.
Della perdita degli Stati.
Ben dice il proverbio, che se
i Savj non errassero, i matti si ucciderebbono.Andrea Matteo Acquaviva Duca
d’Atri, fu uno de’più savj. E virtuosi Signori, che si ritrovassero a suoi
tempi nel nostro Regno. Il quale oltre al valore dell’armi, ch’egli più volte
aveva dimostrato, era anche ornato di molte lettere, che scrivendo di lui il
Sannazzaro fu spinto a dire:
Macte animo rigidum Musas, qui stringere
ferrum,
Qui Martem
doctos cogis amare choros.
Hæc Ducis
est virtus, non uni insistere palmæ,
Sed nomen
factis quærere, e ingeniis.
Costui avendo dato per moglie,
come dicemmo, al Marchese di Bitonto suo nipote natogli dal primogenito, Anna
Gambacorta con promessa della successione degli Stati della Contessa sua
moglie; vedendo il Regno in quei tempi stare in continue rivolture, come dovea
procurare, che pa promessione degli Stati si facesse a figliuoli, che avevano
da nascere da quel matrimonio, tanto maggiormente, che avendo egli il Vicerè
molto amico poteva riportarne l’Assenso, come più gli piaceva, volle, che si
facesse in persona del Marchese suo nipote; Il che fu cagione, che ritrovandosi
colui aver seguite le pedate del Re di Francia, e dichiarato ribelle
dell’Imperator Carlo V. perdesse non solo il Marchesato di Bitonto, ma anche le
Contee di Caserta, d’Alessano, e di Santagata, e tante altre Terre, e Città,
ch’erano state della famiglia della Ratta; Sicchè appena a Baldassare suo
secondogenito rimase la Città di Caserta per titolo di compra fatta per Anna
sua madre dalla Regal Corte per lo prezzo di ducati diciannovemila. Onde i suoi
figliuoli si ritennero il proprio cognome d’Acquaviva, che per non essere
succeduti agli Stati di Casa della Ratta, non erano obbligati all’osservanza
del patto.
§.X.
De’fratelli del Conte Baldassarre, onde uscirono quei
della Ratta, che allignarono in Francia, ed
anche quei, che sono nel nostro
Regno.
Antonello secondo figliuolo del Conte Luigi Francesco,
e fratello del Conte Baldassarre, fu Consigliere della Regina Giovanna seconda.
E per quello che gli toccava tanto de’beni paterni, quanto della dote di sua
madre,ebbe del Conte suo fratello
Francisco de Ratta
Equestris ordinis, qui Divam
Scripsit hæredem, Magistri ejusdem hunc
posuere
sepulchrum.
Giulio anche egli figliuolo di
Sandolo ebbe dal medesimo Conte Francesco, e dalla Contessa Caterina nel
Territorio di Caserta il Feudo di Macerata, e la Starsa di Cerasola nel
Territorio di Caserta. Costui menò fuori per la mano la Contessa Caterina,
quando colei uscì a maritarsi col Duca d’Atri. Fu carissimo al Re Ferdinando I.
sicchè tenendogli un figliuolo al Battesimo volle, che il chiamasse del suo
nome Ferdinando. Né fu men caro al Re Federico. Onde ad esempio di Ferdinando,
tenendogli anche egli un altro figliuolo al Battesimo, volle, che fosse
chiamato Federico; Questo Giulio poi per aver madre nobile Capuana, ed anche la
moglie di suo fratello di Casa d’Azzia, col frequentare a fare stanza in quella
Città per cagione de’suoi parenti, si ritrova aver goduto nella nobiltà
Capuana, come godono anch’oggi i suoi discendenti, ove nell’anno 1512.
ritroviamo essere stato Capocedola, che è la prima dignità, che si suol dare
a’nobili di quella. E benchè dal Vicerè di Napoli, che a quel tempo aveva
l’elezione del Governo di Capua, fosse stato posto il secondo nella lettera
dell’elezione; con tutto ciò, come dicemmo, sedette egli il primo; E ciò forse
per aver riguardo alla nobiltà della sua famiglia, ed alla discendenza, che
egli aveva delli Conti di Caserta; ed egli acconsentì di farsi Capuano per
godere de’privilegi, che hanno i Nobili Capuani a Caserta; ove son franchi di
tutti i pesi sopra li stabili, che si possedono. Ebbe costui due mogli; La
prima fu D. Lucrezia di vera figliuola del Barone di Cusano, e Tesoriere del Re
Ferdinando I., di cui ebbe tre figliuoli, Camillo, Antonio, e Girolama; La
seconda fu Marita Zurla, di cui ebbe Ferdinando, e Federico; de’quali si è
detto sopra. Camillo primogenito di Giulio succedette al Feudo, e Starza di suo
padre in Caserta: costui ritrovandosi aver presa moglie nella Città di
Monopoli, che fu D. Antonia Ferro nipote di D. Lucrezia Caraffa de’Duchi d’Ariano,
e Marchesi di Montesarchio, nella venuta di Monsignor di Lautrech con
l’esercito Francese, tenendo i Veneziani, e Francesi assediata la Città di
Monopoli d’Araldo Veneziano, ed avendo inteso il valore di Camillo, e che
teneva sua casa in quella Città, gli mandò a fare molte offerte, purchè volesse
voltarsi dalla sua parte, e servirlo in quella impresa. Ma egli come fedel
vassallo dello ‘Mperador Carlo V. suo Signore, non volle lasciare d’ajutare
quella Città, fino a tanto, che vi furono forze da poterla difendere: le quali
poi mancate, fu costretto a partir con sua moglie, e n’andò in Gallipoli.
Perlocchè da nemici gli furono mandati le case per terra, trocati oliveti, e
fatti molti altri danni notabili ne’beni, ch’egli teneva in Monopoli, e nella Provincia
d’Otranto, Nardò, Ugento, Castro, ed altre Terre, che erano tenute da francesi,
e veneziani fino a tanto, che furono ricuperate dalla gente del suo Re. Servì
anche in tutte l’altre occorrenze di guerra, che a suo tempo successero, così
dentro, che fuori del Regno. E finalmente morendo nell’anno 1550. lasciò dopo
se tre figliuoli, che furono Giulio, Francesco, e Girolamo. Antonio figliuolo
del medesimo Giulio nel governo di D. Pietro di Toledo Vicerè del Regno, servì
con carico di Capitano a guerra, quasi nella Città stessa di Napoli, come fu
nella Montagna di Posilipo, fuori Grotta, in Soccavo, in Pianura, ed altri
luoghi nelle pertinenze di Napoli,nelle cui patente vi si leggono tra le altre
le seguenti parole: Considerando noi naturamente, a cui potessimo dar questo
carico di tanta confidenza; ma sete accorso voi Magnifico Antonio della Ratta
Nobile Napoletano dell’abilità, valore, strenuità, esperienza, e fedeltà del
quale siamo certi poterci ben confidare non altrimenti, che in noi medesimi; Per
tanto con autorità nel nostro Collateral Consiglio vi eleggiamo Capitano a
guerra in detti luoghi. Ebbe costui moglie in Napoli chiamata Girolama
Severina: e morendo nell’anno 1543., fu seppellito nella Cappella
dell’Annunziata di Napoli senza lasciare di se parola alcuna. Ferrante
figliuolo altresì di Giulio, sotto il Principe d’Oranges Generale
dell’Imperatore Carlo V. servendo con compagnia di fanti fatta a sue spese,
ricuperò il Castello di Airola da mano de’Francesi, ed unito poi con Giulio
Cesare di Capua, e Fabrizio Maramaldo similmente Capitano, tolse dalle mani
della medesima gente le Città di Capua, e di Aversa; e nelle guerre di Romagna
servì con una Compagnia di Cavalli, de’quali era egli Capitano. Finalmente
morendo in Napoli fu seppellito nella
medesima Cappella dell’Annunziata, e di se non lasciò figliuoli. Federico
ultimo figliuolo di Giulio nella medesima guerra de’Francesi servì di
luogotenente del Capitan Ferrante suo fratello; con la cui compagnia ricuperò
molte Terre, che si teneano da Francesi attorno Cerreto; fu poscia da nemici
ferito, e fatto prigione; perdè sette de’suoi corsieri, oro, argento, e molti
altri beni. Finalmente riscattato se ne morì, lasciando di Silvia di Rinaldo
sua moglie un fanciullo chiamato Giulio Cesare, che poi fatto maggiore servì da
Luogotenente nella Compagnia de’cavalli di Ferrante suo Zio nella guerra di
Romagna, e morì senza lasciar figliuoli. Giulio primogenito di Camillo servì
con compagnia di fanti sotto il governo del Duca d’Alcalà Vicerè del Regno, e morì
assai giovane, lasciando di Girolama Ruffa sua moglie un solo figliuolo
chiamato Camillo. Francesco similmente figlio di Camillo mostrò d’essere molto
inclinato alla milizia; però sorpreso da intempestiva morte non potè mandare ad
effetto cosa alcuna. Girolamo ultimo figlio di Camillo a tempo del Principe di
Petrapersia Vicerè del in questo Regno, fu Capitano del Battaglione
ne’Tenimenti di Monopoli, e di altre Terre convicine per molti anni di sua
vita, finchè morì. Scaramucciò molte fiate valorosamente con Turchi, i quali
scendevano a depredare in terra, e molti n’uccise. Finalmente morendo fu
seppellito nella Cappella dell’Annunziata. Camillo secondo di tal nome, ed
unico figliuolo di Giulio, per essere più inclinato alle lettere, che all’armi,
s’è dato allo studio delle leggi; nel quale fece molto profitto, chiosando, e
commentando molti Testi così Civili, come Canonici, ed altre cose del Regno, e
facendo molti Consigli. Vive egli oggi in Napoli, se non con quello splendore,
che se gli converrebbe, come nato da sì illustre famiglia, almeno con quello
onore, che può vivere ogni privato Cavaliere, non possedendo egli altro de’
suoi antichi Maggiori, che una buona parte della Starsa di Cajofola, e del
Feudo de’Mauratti nella Città di Caserta. Di Cola figliuolo di Giacomo con
Beatrice Stendarda nacquero Antonio, e Giovanni. Antonio fu Signore di Durazzo:
la quale Terra poi per macamento di Maschi rimase a Beatrice della Ratta, che
per trovarsi maritata colla casa di Loffredo, portò questa Terra a quella Famiglia
ecc
Il marchese[72]
dottor Berardo GALIANI[73]
nacque a Teramo il 19 dicembre del 1724, ove il padre era fiscale proprietario[74]. Si
addottorò in diritto civile e canonico verso il 1745. Fu archeologo di vaglia,
socio dell’Accademia degli Emuli 1750 ?, ascritto tra i soci di merito
dell’accademia di San Luca a Roma, il 13 aprile 1755; fondatore e socio
dell’Accademia Ercolanense dal 22 aprile 1758; traduttore e commentatore dell’Architettura di M. Vitruvio Pollione[75]; fu
il motivo per cui fu nominato socio della Crusca il 22 settembre 1759; nonché
autore tra gli altri scritti minori di una voluminosa opera Del Bello, restata per la maggior parte
inedita. Il Tanucci, qual Segretario di Stato di Grazia e Giustizia, lo propose
al Re per Ufficiale Maggiore di quella segreteria,
nomina approvata il 16 gennaio 1762. Già dallo stesso Re Ferdinando IV, nel
1754 gli fu rinnovato e spedito da Portici l’8 maggio 1753 il diploma di marchese[76] che
era stato concesso a suo padre Matteo[77] il
12 febbraio 1748 da Carlo III di Borbone per se ed i propri eredi e successori[78] da
intestarsi sul proprio cognome[79]. Nel
1770 fu nominato soprintendente della Casa Reale di Massa, e governatore
del Real Convitto nautico della Coccumella in Sorrento, istituito per
gli orfani di marinai del luogo e della costa amalfitana. Morto don Berardo[80], il
Convitto fu soppresso e trasferito nel Convitto nautico di Napoli istituito
dottor nell’abolito collegio gesuitico di San Giuseppe alla riviera di Chiaia,
e la Coccumella fu messa in vendita.
Nel giugno del 1766 veniva
recapitata al m.se i Berardo GALIANI una lettera. L’alto e potente Signore
Carlo Giacinto principe di Galléan, che vantava fra i suoi defunti ascendenti
un guerriero di Federico Barbarossa, e tra suoi viventi cugini una mezza
dozzina di teste coronate, gli scriveva da Mannheim d’aver fatto sulla sua
famiglia un lungo e poderoso studio, e d’essere venuto nella ferma convinzione,
quantunque gli mancassero i documenti, dei quali per l’appunto faceva
richiesta, che trà i Galléan di Mannheim ed i Galiani
montoresi-foggiani-partenopei vi fosse comunanza di ceppo[81]. Con
l’ubbia, allora assai diffusa, quantunque Giovan Battista VICO si fosse tanto
affaticato a confutarla[82], che
soltanto l’origine teutisca conferisce vera nobiltà[83]..
Sfortuna volle che il Gallèan, s’incontrò con una persona orgogliosa sì, ma
seria, la quale, sebbene soffrisse di velleità nobiliari, era stato sul punto
di mandare al diavolo il titolo marchionale concesso dal Re Carlo III di
Borbone a suo padre, pur di non essere costretto a sborsare, in un momento
molto difficile, le poche centinaia di lire occorrenti per la spedizione del
diploma[84]. Non
solo il principe non ebbe mai i documenti che desiderava, ma, per poco che
avesse potuto gettare lo sguardo su d’una sorta di Albero Genealogico dei
GALIANI, che Bernardo abbozzò su per giù verso quel tempo[85],
avrebbe provata la mortificazione di non veder fatto alle sue congetture di
parentela nemmeno il più piccolo accenno. Vero è che lo stesso trattamento di
oblio non venne risparmiato ai Galliani di genova, ai Gallèan de Guadagne
francesi, ai Galliano d’Agliano piemontesi, ed ai tanti altri Gagliani e Galliani
sparsi per tutt’Europa, non esclusi quei Galiani di Sicilia, dei quali
un’ignoto araldista settecentesco aveva preso le mosse per imbastire un goffo
romanzo genealogico[86], che
cominciava da un miles Aurelio Galiani, venuto nel Regno di Manfredi, e
terminava appunto con Berardo, discendente diretto di Guglielmo, che la
fantasia del genealogista, immaginava scampato miracolosamente, nel primo
cinquecento, all’eccidio di tutti i suoi e poi nominato nel 1550, Castellano di
Viesti. Ne per la discendenza di un esotico ceppo, si dimostrò troppo
entusiasta anche il fratello Ferdinando[87]. Ma
quando tra il 1770 ed il 1775 pratiche raggioni[88], lo
indussero a mettere insieme un processetto nobiliare dei suoi quattro quarti,
lasciò da banda non solo la Provenza, ma anche la Corsica che l’abate Astier,
regio professore nel collegio di Bastia, gli aveva additata come residenza di
una Giulia Galiani, fiorita nientemeno ai tempi dell’Impero Romano[89].
Ambedue i fratelli, come probabile loro capostipide indicavano il dott.
Ambrogio GALIANI, marito di Renza, la quale secondo un’iscrizione citata da
entrambi, come ancora esistente, avrebbe nel 1350 fatta scolpire una’immagine
della Vergine sulla colonna del fonte lustrale, fondata e dotata una cappella
nella Chiesa di San Pietro a Risicco[90], uno
dei più antichi e pittoreschi tra i quindici Casali di cui si compone l’altra
volta ed ora il doppio Comune di Montoro (Avellino)[91]. Il
modo migliore per giungere al vero tra queste differenti versioni, fu di
recarsi sul posto, e sebbene la chiesa dedicata ai Santi Pietro e Paolo, venne
rifatta quasi ex novo ed allungata nel 1865 e non conserva se non frammenti di
vecchi altari e la pila dell’Acqua Santa, sopra di questa è infilata nel muro
una piccola lapide recante in caratteri elzeviri maiuscoli le tre righe che
seguono:
UXOR QUONDAM V.I.D. AMBROSII GALIANI
ANNO
NATIVITATIS DOMINI M CCC L
Che forse fu posta a ricordo di altra più
antica col nome Caliano andata distrutta. Infatti presso la chiesa parrocchiale
esisteva un’altra cappella sotto il titolo di Santa Maria dei 7 dolori, che
venne abbattuta per la costruzione della piazza antistante.Il notaio Nicola
Moarvero, nell’atto del 17 marzo 1759, riporta:
A richiesta del Rev. Don Felice Gervasio, ci siamo conferiti nella ven.
Cappella di Santa Maria dei 7 dolori, eretta poco discosto dalla ven. Madre
Parrocchiale Chiesa di San Pietro a Risicco, in dove nel muro a mano destra
dell’altare, di sotto ad un impresa, è stesa la sguente memoria[92]:
AEDICULAM HANC SUB PIETATIS TITULO
DICATAM, UT MAGIS PIETATI DEVOTI SUPPLEANT
AEDIFICATAM RESTAURATAMQUE CURAVIT
NOBILIS
FAMILIA CALIANI AD MDLII
CALIANO e non GALIANI era il
cognome della famiglia raddolcito verso la fine del 1600 in GALEANO ed anche
GALIANO[93],
come si firmava Monsignor Cappellano Maggiore del Regno di Napoli Celestino[94] e
diventato nel ‘700 avanzato GALIANI. Il che indurrebbe a congetturare che il
cognome stesso derivasse da quello che verisimilmente fu il luogo di origine
della famiglia, e cioè da Caliano, altro casale di Montoro, molto vicino a San
Pietro[95];
tanto più che un diploma angioino del 27 dicembre 1300, tra vari homines e
vassalli di Montoro, fa menzione per l’appunto degli heredes Bartholomei de
Caliano e di quelli vassalli de Caliano[96].
Tutto si riduce al seguente filum sanguinis trovato tra le carte di
Monsignor Giuseppe Galiani:
Ambrosio (1320)
Marsilio (1360)
Rinaldo (1410)
Teseo (1450)
Ferrante (1480)
Rinaldo (1520)
Ferrante (1550)
Cesare (1580)
Geronimo (1600)
Annibale (1620)
La maggior parte di questa genealogia, le cui
date si riferiscono probabilmente al tempo della morte dei singoli individui, è
ricavata da tradizioni di famiglia; pure gli ultimi tre nomi ricorrono in fonti
coeve. Infatti una numerazione di fuochi, eseguita in Montoro in anno incerto,
ma che si può assegnare su per giù al 1540[97],
testimonia che nel Casale di San Pietro dimoravan tra molti altri Caliano, tre
fratelli: Chimento di anni 33, Annibale di anni 20, Cesare di anni 17, il quale
ultimo sposato con Andriella di Gibello, e mantenuta a suo carico la vecchia
madre Renza Peronto, potrebbe essere colui che Monsignor Giuseppe Galiani
additava come padre di Geronimo ed avo di Annibale. Così ancora ricordando uno
stato degli aggravi della Terra di Montoro, senza data, ma forse non anteriore
di troppo al 1599[98] dove
si da per morto un Gironimo Caliano, gli antichi libri parrocchiali di San
Pietro facevano menzione fino a circa il 1880, giacché andarono distrutti in un
incendio[99], della morte di
Gironimo avvenuta nel 1594, che pochi anni prima, faceva rogare dal notaio Gian
Giacomo Pepe di Montoro il suo testamento[100], da
cui appare che avesse quattro figli maschi: Felice, sposato con Silvia Pironti;
Angelo, Gramuzzo, e per l’appunto Annibale. E che codesto Annibale iuniore
fosse proprio come l’abate GALIANI afferma, padre del suo bisavolo
Stefano, quale risulta in modo palmare dal testamento del medesimo Annibale nel
quale costui, oltre che dei suoi figliuoli, tra i quali non manca Stefano,
parla di tre fratelli, i cui nomi coincidono con troppa nettezza con quelli
degli altri tre figli di Geronimo, perché vi possano essere dubbi sull’identità
della persona. Annibale lasciò alla sua morte avvenuta il 28 gennaio 1620
cinque figli tre femmine Beatrice, Isabella e Olimpia; e due maschi Vincenzo,
nato il 22 giugno 1608 e Stefano nato il 2 giugno 1614[101], i
quali ultimi ebbero la saggezza di non procedere mai alla divisione dell’asse
ereditario, nemmeno quando ciacuno fu giunto all’età maggiore ed ebbero preso
moglie; il primo Silvia Mastrangelo, il secondo Geronima di Marino Grimaldo[102] che
recò 750 ducati in dote. I tempi volgevano molto tristi per Montoro, oltre che
per le calamità comuni a tutto il Regno, una prima carestia nel 1605, la famosa
eruzione del 1631, che coprì il paese di ceneri e lapilli, e due altre carestie
a breve distanza, avevano ridotti alla miseria e nello squallore quei luoghi[103], e
col crescere delle difficoltà s’era intensificato quel fenomeno economico della
emigrazione che portò alcuni componenti di questa famiglia a Foggia, il maggior
emporio commerciale del mezzogiorno d’Italia, a cui la dogana delle pecore e la
diretta comunicazione con l’Abruzzo assicuravano il primato del l’industria,
così redditizia, della lana. Colà si trasferì Stefano Caliano, che con la
moglie verso il 1652 si trasferiva a Foggia[104],
ove mise su con anche il denaro di Vincenzo, un fondaco di pannilani, condotto
con amministrazione così oculata, che pochi anni dopo il fisco poteva
attribuire a lui ed al fratello un capitale imponibile di 1500 ducati[105],
che per quei tempi era un patrimonio tutt’altro che spregevole.
Morto Stefano prima del 1679, lasciò tre
figli: Giustina che sposò il dottor Giovanni Andrea Serafino, il dottor
Guglielmo e Domenico, che circa nel 1680 sposeranno le due sorelle Anna Maria e
Gaetana Tortorelli; le quali insieme con le altre due germane, Antonia Mobilia
e Cornelia s’erano divisa, nel 1671, l’eredità del padre Matteo, ricco notaio
di San Giovanni Rotondo ed erano in attesa di dividersi quella della madre,
Giovanna Coda, sorella di Marcantonio Coda, che fu avvocato famoso ai suoi
tempi ed autore, trà l’altro, di un libro sulla dogana delle pecore di Foggia,
nella quale suo padre era stato cancelliere[106].
Da Guglielmo nacque Stefano iuniore, dottore
anch’egli di ambo le leggi, decurione di Foggia nel 1728 e già morto nel 1738,
nel cui matrimonio con Lucrezia de Luna generò Giuseppe, nato in San Giovanni
Rotondo il 12 febbraio 1708, guardia dei corpo del Re Carlo III Borbone,
sottotenente di fanteria nel 1740 e morto nella peste di Messina nel
1744[107].
Dalle nozze di Domenico GALIANO che, come il fratello Guglielmo ed il nipote
Stefano, conduceva la vita tra Foggia e San Giovanni Rotondo, nacque Nicola[108],
che fu uomo di infaticabile operosità, di vastissima dottrina, e di numerose
benemerenze verso la cultura
nazionale.
Il secondo, Matteo,
dopo aver conseguito la laurea in utroque jure, vale a dire in diritto
sia civile che ecclesiastico, cominciò, in anno incerto, la lenta e normale
carriera del magistrato provinciale, che aveva inizio allora dal grado di Regio Uditore[109] nella città di Teramo, conferito di
volta in volta per un biennio e poi a Trani. Nel 1712, era a Lucera, ove sposava Anna Maria di Domenico Ciaburri nata nel
1692 a Lucera (Foggia), e si rendeva colà così benemerito da conseguire,
qualche anno dopo (1718), dagli eletti Lucerini un diploma di cittadinanza
onoraria. Nominato nel 1717 uditore presso l’udienza provinciale di Chieti, veniva trasferito nel 1719 ad
Aquila, e poi nel 1721 nuovamente a Chieti,
e nel 1723 a Teramo, e nel 1725 a Trani, e nel 1727 per la terza volta
a Chieti, ove lo raggiunse la
promozione a fiscale
proprietario[110]
presso quella udienza con le prerogative e preminenze di
giudice di Gran Corte della Vicaria.
Inviato, pochi mesi dopo, alla fiscalia di Lecce
e di là, nel 1731, a quella di Trani, veniva promosso, nel 1733 a Caporuota
della Regia Udienza di Salerno[111] e,
conferitagli l’anno appresso, di reggente, ancora una volta, la fiscalia di Lecce,
ove
lo trovò il felice mutamento del 1734. Il 27 maggio 1741 fu nominato Giudice
della Gran Corte della Vicaria e si trasferì definitivamente a Napoli. Quando
la morte lo colse nella capitale borbonica (1748) gli erano stati conferiti il
titolo di Marchese e la carica di Consigliere del tribunale di Santa Chiara

Matteo Galiani
marchese di Palazzo[112]





L’appressarsi a Napoli delle armi spagnole(1741), non turbarono troppo Matteo,
il quale era già tanto nella buona grazia del conte di Santostefano, che
il principe di Sant’Angelo credeva dovuta, ai buoni
uffici del fratello mons.Celestino GALIANI presso l’onnipotente ministro di
Carlo III di Borbone
la propria inclusione nella Giunta di Stato[113].
Che anzi un disegno di riforma, compilato da Matteo
in quel tempo, richiamò su di lui l’attenzione della nuova amministrazione, la
quale dopo averlo inviato, nel 1734, caporuota a Montefusco, e poi,
nel 1736, a Trani e ancora, nel 1738, a Salerno,
gli permise finalmente, agosto 1738, di sedersi tra i suoi colleghi della Vicaria
Criminale a Napoli, e il 27 maggio 1741 fu
nominato Giudice della Gran Corte della Vicaria sempre a Napoli ove si trasferì
definitivamente. E dove 10 anni dopo, gennaio 1748, da Re Carlo III di
Borbone gli veniva concesso il titolo
di marchese. La morte gli troncò la carriera nel
1748[114]. Matteo GALIANI ebbe 7 figli: 5
femmine e due maschi. Una di esse Settimia la prediletta zia dell’abate
GALIANI, la nominò nel 1787 sua erede usufruttuaria, era in quell’anno vedova di Andrea Alfani[115], oltre Maria Giacinta,
Maria Francesca e Teresa Margherita, tutte e tre monache di casa, che
ricevettero a morte dell’abate GALIANI una pensione vitalizia
di dodici ducati
annui; sulla quarta figlia buio pesto anche per il nome. Si sa che si maritò
perché da Lei discese Margherita Baldelli, maritata con il barone
Lorenzo Ripa, che l’abate nel suo testamento chiama pronipote alla quale, o alle sue due figlie Maria Gaetana e Maria
Giuseppa, dispose che ricadesse, dopo la morte della ricordata Settimia, la sua
eredità[116]. Soltanto dodici anni
dopo di matrimonio, e cioè il 20 dicembre 1724, Matteo GALIANI ebbe il primo
figlio, Berardo, vale adire il marchese Berardo GALIANI. Berardo nel 1738
acquistò la badia di Santa Maria a Celano, che nel 1745 cedette al fratello
Ferdinando che si trovò per tal modo abate. Egli dopo aver intrapreso la
carriera giudiziaria finì per contrarre nel 1748 un matrimonio d’amore con
Agnese Mercadante-Capece[117],
fonte per lui di infiniti debiti e maggiori preoccupazioni che gli troncarono
la vita l’11 marzo 1774[118].
E finalmente il 2 dicembre 1728, il giorno
giovedì, a nove ore e mezza, nella chiesa di Sant’Agata di Chieti, Matteo GALIANI
salutava la nascita del suo ultimo figlio, a cui il giorno dopo, il vescovo
teatino, monsignor Gaetano Asterio, imponeva i nomi di: Ferdinando,
Ernesto, Giustino, Francesco Saverio e Pier Celestino[119]
[1] Cognome che diventerà nel 1700 de NATALE SIFOLA GALIANI
[2] Già nel
[3] G. Iannelli: mss, fasc.
Cattedrale. Si pensa che, per la sua dottrina, egli fosse magister scholarum,
o come allora correntemente si usava dire, magischola, e pertanto
l'autorità ecclesiastica «che sovraintendeva alla scuola e conferiva il diritto
di insegnare, a chi, secondo le prescrizioni papali, petita licentia,
intendeva in qualsiasi luogo di aprire scuola». Il magiscolato nelle chiese
cattedrali era divenuto a poco a poco una dignità tra le più insigni e quel che
più conta, tra le più lucrose.
[4] Il loro palazzo aveva sei ingressi, il perimetro si
svolgeva dall’attuale Via Vescovo Natale a tutta via G. Stroffolini per poi
proseguire per via A.Diaz. All’interno si trova la più bella galleria con
pitture murali di tutto il casertano. L’ingresso principale era situato su via Vescovo Natale
venendo dalla Via Appia nel punto in cui la strada devia a sinistra. Nel 1813
fu diviso in due porzioni uguali tra i fratelli Carminio (1743-1833) e
Marcello. Nel 1833 passò interamente in eredità al figlio di quest’ultimo
Benedetto Natale-Galiani (1780-1851). Nicola Santoro (1822-1896)ne divenne
proprietario sposando nel 1846 Amalia Petitti (1829-1905), nipote della baronessa
di Verrazzano Luisa Petitti, vedova di Benedetto Natale-Galiani morto senza
figli.
[5] Fonte: Sacerdote don Felice Provvisto: Donato
Giannotti (1828-1914) fondatore delle Ancelle della Immacolata, Edizione a
cura della Congregazione delle Ancelle dell'Immacolata. Santa Maria Capua
Vetere 1988.
[6] Discendente dal
fratello di Santo Stefano Menicillo.
[7] ,Già più volte
citato in quest’opera. (1560-1635?).
[8] Egli fu
iuspatrono del Benefizio del
Santissimo Presepio dentro la chiesa parrocchiale di Sant’Elpidio.
Lasciò con Istrumento dell’08 dicembre
1649 per notar Sebastiano Buonpane di Casapulla, la cui scheda originale fino
all’anno 1891 era conservata presso il notaio Pasquale Monaco del fu Pasquale
di San Prisco, un capitale di 2208 ducati con una rendita di 169 ducati ed un
tarì in circada dividersi in porzioni uguali a tre cappellani, salvo a
concedersi 10 ducati in oiù, in tutti i futuri tempi al primo investito dei
tre. con l’obbligo a ciascuno di essi di celebrare 200 messe ogni anno e con
altri obblighi , assistenziali
istruttivi e liturgici, fra cui quello della ciaramella ed alle zampogne da
suonarsi sull’altare del Presepe la notte ed il giorno di Natale[8]
. Il patronato lo ebbe il fondatore riservato prima a se stesso, da
trasferirsi, dopo la sua morte, il dritto di nomina e presentazione, per una
parte alla signora Dionora de Natale sua nipote, e per ciascuna delle altre due
parti, ad uno delli suoi parenti di casa Natale più stretto e più antico delli
loro figli mascoli tantum, e non delle femmine, cioè di ogni parte di essi lo
primogenito , rimase a questa, in seguito di tempo, il mascolo tantum: ita, et
taliter, che sempre debba essere uno per parte, e non più; debba essere lo
primogenito,alli quali abbia a competere in futurum, toties quoties casus
occurrerit, jus praesentandi li cappellani alle Cappellanie predette, e tutte
le altre onorevolezze e prerogative, che competono a patroni; riservando
all’Arcivescovo di Capua, come de jure, la spedizione delle bolle. Qualora poi
mancasse alcuna delle dette parti, o tutte e tre queste parti, questo
juspatronato di presentare i Cappellani alle Cappellanie predette sia degli
Economi della Venerabile Cappella del Monte dei Morti, sita dentro la detta
Parrocchiale chiesa di Casapulla. Come in effetti, per mancanza seguito di
tempo, il diritti di tale presentazione.di quelli, rimase a questa.
[9] Fu sepolto nella chiesa della Santissima Concezione di Nostra Signora fondata nel
[10] pare che Calazia,
oggi distrutta,si trovasse ad occidente di Maddaloni, nel luogo detto Le
Galazze, e più comunemente San Giacomo, dalle rovine di una chiesa, che si
credeva fosse stata il suo Episcopio(V.Pratilli, della Via Appia, lib.3, CA,
p.359)
[11] Che scrisse
sull'antichissima città di Caiazzo.
[12] DE SIMONE V:
SUPER STATUTIS MUNIC. CIV. CAL, p.25 S.S.
[13] Discendente della
famiglia di Santo Stefano Penicillo.
[14] Dalla quale non
ebbe figli. Donna Beatrice fece testamento a favore del marito 5 agosto 1669 -
11 novembre 1669. Carminio erede di D.Beatrice con testamento 14 marzo 1679 - 8
novembre 1679. Carminio esegue la volontà della moglie e fonda il beneficio di
Sant'Antonio di Vienna il 20 maggio 1702. Del beneficio fu investito Benedetto
che muore il 6 dicembre 1752. Morto questi il beneficio passa a Vincenzo Maria
NATALI-SIFOLA, che muore il 30 dicembre
[15] Libro dei
matrimoni pag.14 Parrocchia di Sant'Elpidio del Casale di Casapulla
[16] Nata in Casapulla
nel 1687 ed ivi deceduta il 19 novembre 1762. Moglie e marito sono sepolti
nella chiesa della Santissima Concezione di Nostra Signora in Casale di
Casapulla.
[17] Libro 6° dei
battezzati pag.22.
[18] Libro dei
battesimi registrazione del 7 agosto 1711; prima registrazione del foglio,
madrina Brigida Buonpane, parrocchia di Sant'Elpidio.
[19] Libro dei morti
pagg.52 e 53 Parrocchia di Sant'Elpidio in Casale di Casapulla.
[20]. Nel 1752 don Bernardo fece
realizzare, nella chiesa parrocchiale di Sant'Elpidio l’altare dedicato alla Madonna
della Pietà e vi legò un beneficio ecclesiastico per i suoi discendenti; il
dipinto su tela posto sull’altare raffigurante un ovale con all'interno
[21] Il matrimonio tra
Bernardo di Natale ossia de NATALE e Geronima Sifola si trova lel libro 3° dei
matrimoni alla pagina 61 posizione 32 conservato presso la parrocchia di
Sant'Elpidio di Casapulla CE.
[22] Marchesa.
[23] deceduta in
Casapulla il 6 Settembre 1784
[24] Oggi Caserta.
[25] Dal Catasto di
Caserta del 1655 à riportato che Nicola di an.3 era figlio del dott. fisico
Alessandro Sifola del q.m Francisco an.38 e di Virginia Timotei di
an.37.Aveva come fratelli Francesco di an.9 Giuseppe di an.5 ed Eleonora di
an.7. Il dott. Alessandro possedeva in Casola una Terra detta allo Melanito de
m.5 in c.a red.a alla principal Corte in gra.19 10/12,
et alla Chiesa parr.le de S.to Marco Evangelista in on.10
di Cera ded.s ded.s = on.1 tr20; et per un’altraterra di
m. Sei in c.a parte montuosa,et parte Lavorandina red.a
alla principal Corte in Gra-quattro,et alla Mensa Vesc.le in Gra.7½
nel Loco detto alla Tellana ded.s ded.s on.2 tr.15 = on.4 tr.5.
[26] Località che si
trova in territorio capuano.
[27] pag.43.
[28] Caserta.
[29] Come da scrittura
presso il notar Francesco Antonio della Costa anno 1764; la donazione dovrebbe
essere precedente a questo anno.
[30] Sacerdote ed erudito 1706-1787
[31] Oggi: Caserta
[32] Nel registro dei
matrimoni della parrocchia di Sant’Elpidio in Casapulla nell’atto di matrimonio
della figlia è citato con il nome di: Nicola.
[33] Leggesi
Casapulla.
[34] I longobardi
erano detti anche Winnili, ossia "cani folli" in quanto tra loro vi
erano guerrieri cinocefali, la vista dei quali era sufficiente a spaventare a
morte i nemici.
[35] Inquisizione
de'baroni fatta per ordine del re Carlo lº.
[37] Privilegio di
Filippo Imperatore di Costantinopoli.
[38] Privilegio el processo tra Giulio SIFOLA con
[39] Privilegi di
cittadinanza e di nobiltà in Lombardia.
[40] Secondo
privilegio spacciato in Napoli nel Castel Nuovo a 22 di Marzo 1536.
[41] Testamento della
detta Virginia del 1553.
[42] Processo già
compilato della lite trà Giulio SIFOLA con la piazza di Capuana nella Banca del
S.R.C. di Roppolo.
[43] Cioè della
famiglia Sifola di Pietrapertosa.
[44] de NATALE vedesi registri di nascita. Citato in più fonti
come NATALI SIFOLA
[45] Nel libro dei
battesimi è così registrato: Marcellus Maria, Joseph, Antonius, Raimundus,
Nicolaus, Elpidius, Vincentius, di NATALE, libro dei battesimi anno 1740
foglio 55 posizione 460,Parrocchia di Sant'Elpidio (Casapulla); NEI REGI
QUINTERNIONI COL COGNOME natali sifola; negli atti di matrimonio presso
l'archivio diocesano di Napoli come NATALE SIFOLA.
[46] . Morì nel
palazzo di famiglia sito nella strada Casa Natale. E' sepolto nella chiesa
della Santissima Concezione di Nostra Signora che fu edificata dai suoi avi nel
1627. La chiesa è situata fuori del proprio palazzo.
[47] Libro 7° dei
battesimi p.68 a tergo n.588.
[48] de NATALE SIFOLA.
[49] Diritto
ecclesiastico e civile
[50] de NATALE.
[51] de NATALE SIFOLA.
[52] Don Marcelo è
registrato col titolo di marchese nei regi quinternioni al fol.5 pag. 196,
conservati presso il grande archivio di Stato di Napoli. In Napoli don Marcello
risiedeva nel distretto di San Tommaso a Capuana
[53] Libro XVIII dei
matrimoni foglio 41, settembre 1774; altri documenti presso l’Archivio Storico
Diocesano di Napoli, lettera anno 1774; i di lui testimoni furono il Marchese
don Giuseppe Buonpane di Casapulla e don Ferdinando de Leon avvocato fiscale
della Regia Camera della Sommaria.
[54] Che fu retta fino
al 1753 da Celestino GALIANI zio paterno della moglie.
[55]
Anna Maria Galiani fu amica di Eleonora
Fonseca Pimentel alla quale, dopo la morte del marito di questa avvenuta nel
1785, da parte del marchese Marcello (de) NATALE SIFOLA, fu confermato
l’affitto del quartino da lei occupato nel palazzo alla salita Sant’Anna di
Palazzo sita vicino alla traversa di via Chiaia nel quartiere detto degli
spagnoli.
Il marchese Marcello de
Natale Sifola aveva ereditato la casa dalla moglie che a sua volta l’aveva
ereditata dal padre Berardo in quanto erede dello zio il cappellano maggiore
del regno di Napoli Celestino Galiani con assenso del papa Benedetto XIV di cui
era amico .
Eleonora Fonseca Pimentel per le sue idee
repubblicane fu arrestata il 5 ottobre del 1798. Appena scarcerata pagò
l’affitto arretrato ed il 21 aprile 1799 lo rinnovò sino a settembre del 1799.
Riprese le riunioni politiche che avevano animato il suo salotto. In quella
casa il Cimarosa compose la musica dell’inno della libertà. La casa era frequentato
da quasi tutti gli uomini di cultura del tempo desiderosi di un cambiamento
istituzionale; fu sede della redazione de “Il monitore napoletano” da Lei
fondato che compilò dal 2 febbraio 1799 all’8 giugno 1799.
Nel
(Anna Maria Galiani fu amica di Eleonora
Fonseca Pimentel alla quale, dopo la morte del marito di questa avvenuta nel
1785, da parte del marchese Marcello (de) NATALE SIFOLA, fu confermato
l’affitto del quartino da lei occupato nel palazzo alla salita Sant’Anna di
Palazzo sita vicino alla traversa di via Chiaia nel quartiere detto degli
spagnoli.
Il
marchese Marcello de Natale Sifola aveva ereditato la casa dalla moglie che a sua
volta l’aveva ereditata dal padre Berardo in quanto erede dello zio il
cappellano maggiore del regno di Napoli Celestino Galiani con assenso del papa
Benedetto XIV di cui era amico .
Eleonora Fonseca Pimentel per le sue idee
repubblicane fu arrestata il 5 ottobre del 1798. Appena scarcerata pagò
l’affitto arretrato ed il 21 aprile 1799 lo rinnovò sino a settembre del 1799.
Riprese le riunioni politiche che avevano animato il suo salotto. In quella
casa il Cimarosa compose la musica dell’inno della libertà. La casa era
frequentato da quasi tutti gli uomini di cultura del tempo desiderosi di un
cambiamento istituzionale; fu sede della redazione de “Il monitore napoletano”
da Lei fondato che compilò dal 2 febbraio 1799 all’8 giugno 1799.
Nel
[57] E' sepolta in
Casale di Casapulla nella chiesa della Santissima concezione di Nostra Signora
di proprietà della famiglia del marito
[58] de Rath, detta
anche de Larath, oggi volgarizzato in della Ratta.
[59] Ragione per cui
il figlio Bernardo NATALI(de NATALE) SIFOLA GALIANI fu ammesso
nell'Ordine dei Cavalieri Gerosolimitani.
[60] Fonte: Scipione
Ammirato libro Ì Delle famiglie nobili napoletane MDLXXX.
[61] Genealogia Marzano ramo che interessa alla nostra
famiglia Galiani: Riccardo, signore
di Tufara e Marzano, Tommaso, primo
conte di Squillace 1313, grande ammiraglio del regno di Napoli, sposa in prime
nozze Giovanna di Capua figlia di Bartolomeo di Capua protonotario del regno di
Napoli ed in seconde nozze sposa Simona Orsini fglia di Romanello Orsini conte
di Nola e grande giustiziere del regno di Napoli coniugato con Anastasia de
Monfort contessa ereditaria di Nola. Goffredo,
secondo conte di Squillace, signore di Maida 1330, grande ammiraglio del regno
di Napoli deceduto dopo il 16 gennaio 1343, sposa Giovanna Ruffo figlia di
Giovanni Ruffo signore di Policastro e conte di Catanzaro sposato con Francesca
di Licinardo. Giovanna Ruffo era vedova di Tommaso Stendardo. Tommaso, primo conte di Alife 1345 gran
camerario del regno di Napoli. Goffredo,
secondo conte di Alife 1403 sposa Ceccarella de Janville Margherita, sposa Antonello della Ratta (de Ruth) conte di
Caserta.(Rilevato da internet alla voce famiglia Marzano 13 Marzo 2003)
[62] Diego de Racta
nel marzo del 1297 si trasferice in Italia al tempo dei Vespri Siciliani.
Proprietario di alcuni beni ad Egea de los Caballeros nei pressi di Saragozza,
giunge in Sicilia al seguito dell’infanta Violante d’Aragona, sorella del re
Federico. .Nel
[63] Odolina
Chiaramonte signora di Mignano, figlia di Riccardo, signore di Vasto, e di
Egidia Sorella, signora di Mignano (+ post 1328/1330).
[64] I Chiaromonte
erano una dinnastia franco-normanna originaria di Val d’Oise in Francia di
stirpe Carolingia (notizia rilevata da documenti relativi alla donazione della
Chiesa di Santa Maria di Kyrzosimo alla badia di Cava nel 1088 cfr.L.Mattei
Cerasoli, “La badia di Cava e i monasteri greci della Calabria Superiore ecc.
in A.S.L., Vlll (1938) doc.,
[65] Nel 1266 Alessano fu data in feudo a Rodolfo D’Aunay
(cognome italianizato in d’Alneto) familiare di Carlo ll d’Angiò. A Rodolfo
successe il figlio Gerardo e da questi morto senza discendenza maschile, pervenne alla figlia Caterina, alla quale il re Roberto concesse
il titolo di Contessa: Caterina sposò nel 1336 Francesco di Diego de
[66] Tutti gli
autori di cose Sicule convengono esser questa una mobilissima famiglia francese
derivata dalla città di Clermont in Piccardia. Ebbe inizio in Sicilia con Ugo
1° detto il”Monocolo” discendente dell’imperatore Carlo Magno re di Francia ed
Imperatore del Sacro Romano Impero. Di questa famiglia si ricordano:
Federico ed Antonio Chiaramente palermitani patriarchi di Alessandria nel 1219;
Nicolo vescovo di Frascati e cardinale di Santa Romana Chiesa nel 1219; Giacomo
governatore di Nicosia con privilegio di far coniare monete con la sua effige e
con lo stemma della sua famiglia, dette monete jacobine; Federico armato
cavaliere dal pontefice Onorio lll, e quale discendente di detto imperatore
Carlo Magno ricevé la rosa papale promettendo di impugnare il suo valoroso
brando contro gli scismatici; Manfredo figlio del precedente, che eresse la
città di Modica colle altre ville a titolo di contea mercé la concessione di re
Federico ll 1300 e fu gran siniscalco del regno; Giovanni marchese di Ancona,
maresciallo dell’Impero e generale delle truppe imperiali nella Marca;
Manfreduccio Chiaramente e Palizzi vicario generale del regno, gran
contestabile e siniscalco 1351; Simone Chiaramente ed Aragona cavaliere aurato
e gran siniscalco del regno; Federico Chiaramente e Palazzi cameriere maggiore,
vicario generale e maestro giustiziere del regno 1363; Manfredo Chiaramente e
Ventimiglia, grande almirante e vicario generale del regno 1391 il quale perdé
la testa sul palco innanzi al suo palazzo in Palermo nel 1392 e tutti i suoi
stati caddero nelle mani del fisco. Arma: Campo di Rosso, con cinque monti
d’argento. Corona di Conte.
[67] Terzo
conte di Caserta della Casa della Racta fu Antonio figlio di Francesco e di
Caterina d’Aunay, contessa di Alessano. Succeduto al padre nel 1359, già nel
1360 risulta essere conte di Caserta e signore della Baronia di Mignano. Fu
l’ultimo grande della famiglia; ottimo diplomatico e perfetto cortigiano fu
molto stimato dalla regina Giovanna verso la quale dimostrò sempre una fedeltà
ed una devozione che parrebbe quasi adorazione. Anche il papa Innocenzo Vl
dimostrò averlo in grande considerazione quando con una lettera del 15 febbraio
1361 gli chiese di intervenire in aiuto della regina e del marito nella lotta
contro alcune bande di tedeschi e di ungheresi che avevano invaso il Regno. Per
poter tratteggiare una breve biografia del conte Antonio è però necessario
ricordare i turbolenti avvenimenti che si svolsero nel regno di Sicilia al
tempo di Giovanna. Nel 1359 alla ribellione del duca Luigi di Durazzo aderirono
molti esponenti della nobiltà napoletana che si portarono presso di lui in
Puglia. Ai ribelli si aggiunse nel 1360 una compagnia di avventurieri tedeschi
comandata da Haneken von Bogart 8detto anche Anichino di Bongardo o Annecchino
di Borgarten) che nel 1361, con il rinforzo di un consistente contingente
ungherese, arrivò a minacciare Napoli. E’ di questo periodo la lettera del Papa
al de Racta che si innanzi ricordato. Per salvare la capitale fu necessario
dividere gli assalitori; si aprirono trattative con gli ungheresi che vennero
assoldati ed inviati a combattere il Durazzo ed i tedeschi di Anichino, questi
ultimi l’anno successivo furono sconfitti ripetutamente e costretti a ritirarsi
in Puglia e poi ad arrendersi. Il Durazzo fu preso prigioniero, condotto a
Napoli in catene e rinchiuso nel carcere della Vicaria. Pacificato il regno,
nel 1362 la regina Giovanna e re Luigi convocarono, nell’aprile, un parlamento
generale per cercare con l’aiuto di tutti di rimettere in sesto il Regno che
usciva da dieci anni di guerre e distruzioni. Nel maggio però, re Luigi venne a
mancare lasciando sola Giovanna che trovandosi di fronte all’eventuale,
probabile, ripresa delle ostilità da parte del Durazzo, nel frattempo liberato,
alle beghe di suo cognato Filippo di Taranto e del di lui fratello Roberto,
pensò bene di sposarsi una terza volta facendo cadere la sua scelta su Giacomo
di Maiorca, giovane figlio di Giacomo ll. I calcoli di Giovanna, che pensava di
porre al suo fianco una persona indebolita nel corpo e nello spirito dai
patimenti di ben 13 anni di carcere per governare finalmente da sola, si
rivelarono ben presto errati. Il sistema nervoso logorato e forse anche un
principio di pazzia di Giovanna portarono i coniugi a continui litigi con grave
pregiudizio della conduzione del Regno. Nel 1365 Giacomo, non intendendo essere
ridotto al ruolo di principi consorte, lasciò improvvisamente la corte e se ne
andò in Spagna al servizio del pretendente al trono di Pastiglia, ed in Spagna
morì nel
[68] Dopo la conquista di Napoli nel 1381 da parte di Carlo
lll di Durazzo e la morte della regina Giovanna, nel 1382, quasi tutti i baroni
del regno prestarono l’omaggio ed il giuramento di fedeltà al nuovo re tranne
il conte di Fondi, il conte di Ariano ed il conte di Caserta Francesco ll de
Racta, succeduto al padre Antonio deceduto esule in Provenza ai principi del
1382. I tre conti rifiutarono di riconoscere Carlo lll quale sovrano e
presidiarono armati i loro feudi in attesa della venuta nel regno di Luigi l
d’Angiò che Giovanna aveva adottato. IL Durazzo per rendere a più miti consigli
il de Racta pose l’assedio a Caserta che riuscì a resistergli fino all’arrivo
dell’Angiò il quale dopo essere passato per Milano, Rimini ed Ancona entò negli
Abruzzi dove sostò A L’Aquila che aveva alzato le sue bandiere e dove vennero
ad ossequiarlo buona parte dei baroni partigiani della defunta regina. L’Angiò
dopo qualche tempo riprese la marcia verso Napoli, attraversò il Fucino e la
valle del Liri, passò per San Vittore e San Pietro, infine e finalmente il 14
ottobre 1382 giunse a Maddaloni dove pose il campo. Da Maddaloni,
inspiegabilmente, l’Angiò invece di
attaccare Napoli incominciò a ritirarsi verso
■ DA ANTONELLO DISCENDE
[69] Con Francesco ll della Racta terminò il periodo eroico
e di maggior spendore della Famiglia casertana. Nel regno di Napoli i baroni,
che tendevano a ricavare profitti dai continui disordini e dall’instabilità del
governo centrale per crearsi un dominio quasi completamente indipendente dal
re, portarono al caos l’Italia meridionale. La più grande aspirazione dei
grandi feudatari era, fin dall’epoca delle prime lotte tra gli Angioini ed i
Durazzo, quella di bilanciare la potenza degli uni e degli altri facendo s^ che
ciascuno di essi mantenesse quanto possedeva senza giungere al dominio
sull’intero regno, in tal modo restava a loro, i baroni, la gestione del
rimanente. I regnanti, d’altra parte, non avendo ben stabilizzato il potere,
avevano scarse possibilità di imporre la loro volontà e di far cessare
l’irritante comportamento dei poteri feudatari; inoltre avevano anche
pochissime possibilità di controllare questi arroganti Signori dei quali
avevano allargato il numero ed accresciuto la forza con la concessione di nuovi
feudi. Come se non bastasse, con le finanze del regno esauste e la impellente
necessità di pagare le numerose compagnie di ventura necessarie a garantire la
stabilità del trono, al sovrano raramente riusciva di sfuggire alle imposizioni
ed ai ricatti dei feudatari che, come già detto, si schieravano ora per l’uno
ora per l’altro dei contendenti quando ne trovavano la convenienza a farlo.
Come si vede il modo di vivere era enormemente cambiato rispetto all’epoca
precedente: l’onore e la fedeltà erano virtù ormai in disuso. A questo nuovo
sistema di vita che esltava il tornaconto personale non sfuggì il conte di
Caserta, Baldassarre de Racta, che era succeduto al padre Francesco ll, morto
nel 1399. Nel 1403 si vede Baldassarre rispondere alla chiamata generale per la
difesa del regno da parte di Ladislao di Durazzo contro Giacomo ll di Borbone
conte della Marca. In seguito con un’accorta politica di compra-vendita di
feudi il conte di Caserta si seppe rendere estremamente utile a re Ladislao ed
ai suoi successori che, alla perenne ricerca di denaro trovavano comodo avere a
portata di mano un fedele feudatario pronto a rimpinguare le loro casse o,
all’occorrenza, a cedere un ricco feudo a prezzo magari vantaggioso, salvo poi
ripagare il fedele suddito con ulteriori concessioni o incarichi prestigiosi.
Tutto ciò permise a Baldassarre de Racta di raggiungere alti gradi nella
gerarchia del regno: tra il 1407 ed il 1408 fu Giustiziere della Terra
d’Otranto e nel 1410 del Principato Citra. Tra i principali scambi nel
commercio dei feudi in cui fu maestro si possono ricordare: nel 1407 vendette
[70] Era ancora minore quando ereditò la contea di Caserta
ed il re Ferdinando d’Aragona nominò suo tutore il vescovo di Benevento Giacomo
della Racta, il figlio di Antonello fratello del nonno Baldassarre. Nella lotta
tra re Ferdinando e Giovanni D’Angiò, figlio du Renato re spodestato dagli
Aragona, Giacomo della Racta ed il pupillo si schierarono con l’Angiò che
sembrava avere la meglio ma quando nel novembre 1460 Ferdinando entrò nelle
terre del conte di Caserta sia Francesco lll che la madre Anna Orsini furono
costretti alla resa ed a prestare il ligio omaggio per poter conservare i
feudi. Nulla di notevole si conosce della sua vita che anch’egli trascorse la
maggior parte a corte e nel feudo di Sant’Agata de Goti nel quale morì nel 1479
dopo aver dettato le sue ultime volontà. Nel testamento, stilato nel castello
di Sant’Agata dal notaio Nardo Parrillo di Roccaromana alla presenza tra gli altri
testimoni del vescovo di Caserta Giovanni de Leoni Galluccio, Francesco lll de
Racta dispose che erede universale dei suoi beni fosse il figlio o la figlia
nascituri dalla moglie Francesca de Guevara. Tra le cause testamentarie
Francesco stabilì che se il nascituro fosse nato morto subito dopo la nascita,
cosa che avvenne, tutti i suoi beni sarebbero passati in eredità alle sorelle
Caterina e Diana. Nello stesso testamento il conte legò alla chiesa maggiore
del vescovado di Caserta i casali di Puccianiello e di Pozzo Vetere. Si pose
così fine ad una lunghissima vertenza tra i de Racta ed i vescovi di Caserta
che era iniziata oltre 150 anni prima. Francesco ebbe anche una figlia naturale
di nome Caterina che sposò Francesco Gambacorta dal quale ebbe una figlia,
Anna, che erediterà nel 1511 la contea di Caserta.
[71] Morto senza eredi Francesco lll de Racta, nella
titolarità della contea di Caserta subentrò la sorella Caterina che sposò in
prime nozze Cesare figlio naturale del re Ferdinando l d’Aragona e poi, dopo la
morte di Cesare avvenuta nel 1504, sposò nel 1509 Andrea Matteo Acquaviva duca
dìAtri. Caterina morì nel 1511 senza lasciare eredi diretti e la contea, come
previsto nel contratto matrimoniale tra lei e l’Acquaviva passò in eredità ad
Anna Gambacorta che aveva sposato Giulio Antonio Acquaviva, conte di
Conversano, nipote di Andrea Matteo.
[72] Berardo Galiani
ed Agnese ebbero altra figlia Maria Gaetana,Camilla nata in Napoli alle ore
12,30 nell’abitazione a costo a Sant’Anna di Palazzo (libro dei battesimi a
fol. 152 novembre 1753) sposò in prime nozze il marchese Andrea di Sarno morto
il 4 ottobre 1785 ed in seconde nozze Giulio Venuti il 5 giugno
[73] Di don Matteo e
di donna Anna Maria CIABURRI di Domenico, nata in Lucera nel 1692.
[74] Un quissimile di
procuratore del Re.
[75] Opera pubblicata
la prima volta in Napoli dalla stamperia Simoniana nel 1758 e dedicata a Carlo
III di Borbone; una copia è conservata presso
[76] Il diploma è
depositato presso l'Archivio Centrale dello Stato Italiano di Roma‑Eur,
ufficio Consulta Araldica fasc. 6303: intestato "SIFOLA‑GALIANI"
ossia "de NATALE SIFOLA GALIANI"
[77] Regio Consigliere
della Camera di Santa Chiara.
[78] Ex legibus.
[79] Archivio di Stato
di Napoli fondo, Regia Camera della Sommaria, refute dei Regi Quinternioni Vol.
234 pag. 194‑196v‑197v; altro documento Regia Camera della
Sommaria, Cedolari vol. II pag.482r.
[80] L’ 11 marzo 1774.
Fu sepolto nella chiesa della Vergine Madre, adiacente al collegio, dove una
lapide, con inciso lo stemma della propria famiglia, lo ricorda ancora oggi
1997.
[81] Fausto Nicolini
"La famiglia dell'Abate Ferdinando
Galiani”, Firenze 1920 Regia deputazione Toscana di Storia Patria. Il
Nicolini ha consultato i manoscritti di Celestino, Berardo e Ferdinando Galiani
posseduti dalla Società Napoletana di Storia Patria e parecchie carte di
famiglia custodite a Montoro dal Rev.do Giovanni Galiani e dal giornalista
Aurelio Galiani, parente di quest’ultimo. Altre in: Società Napoletana di
Storia Patria, Vol. seg. XXXI, A, 8,
[82] Scienza Nuova,ed Nicolini, Bari, Laterza. 1911 - 16, pp. 1163 sgg.
[83] Cfr. Ferdinando
GALIANI, Orazione citata in una assemblea del capo dell'anno MDCCLIX in
occasione di tirare a sorte i cicisbei e le cicisbee, S.1. n. a., Napoli 1789
circa, pp. 9 seg.)
[84] Cfr. passim. le
inedite lettere scritte da Bernardo GALIANI da Sant'Agata di Sessa, nel 1760‑61,
a Domenico Amato, Biblioteca Nazionale di Napoli, busta segn. XIII, B, 37.
[85] Soc. Nap. di
Storia Patria, XXX, C,
[86] Soc. Nap. Di
Storia Patria XXXI, Aff. 197 segg.
[87] Alludendo alla
pretesa parentela coi Galléan, l'abate Ferdinando scriveva al fratello Berardo
da Parigi il 1 settembre 1767: «È stata qui una principessa di Galléan,
moglie del nostro parente maggiordomo maggiore dell'elettor palatino. Era
bella, ma non si è curata di stringere con me la parentela» Soc.Nap. di
Storia Patria XXXI. B,
[88] E forse il suo
antico, ma non mai appagato desiderio di entrare nell'Ordine di Malta: Cfr. la
sua lettera al Ministro Tanucci del 27 marzo
[89] Soc. Nap. di
Storia Patria XXXI, A, 13, inc.3.
[90] Rio Secco.
[91] Su Montoro fino
al
[92] Arch. Not. Avel. Prot. Not. Nicola Moavero,
n'782, sala XIII fol.100.
[93] Per le varie
forme del cognome Cfr. passim. I fuochi ed i catasti.
[94] Dall'atto di
battesimo Nicola.
[95] Colombo op. cit.
Soc. Napol. di Storia Patria, XXXI, A,
[96] Colombo, in
archivio di Stato di Napoli, Registri angioini, vol. CVI, f. 24 b.
[97] Grande Archivio
di Stato di Napoli, fuochi di Montoro, fuochi prima numerazione Vol. 639,
frammento di numerazione di anno incerto fol. 389 n'574‑76.
[98] Grande Archivio
di Stato di Napoli, fuochi di Montoro, fuochi prima numerazione Vol.639,
frammento di numerazione di anno incerto, f. 389 n° 574-76.
[99] Uno spoglio relativo
ai Galiani in fondo Giovanni Galiani.
[100] Un riassunto in
fondo Giovanni Galiani.
[101] Cfr. Il citato
spoglio dei libri parrocchiali ed il riassunto del citato testamento di
Annibale, in fondo Giovanni Galiani di Monitoro.
[102] Uno spoglio
relativo ai Galiani in fondo Giovanni Galiani.
[103] Un riassunto in
fondo Giovanni Galiani.
[104] Cfr. Il citato
spoglio dei libri parrocchiali ed il riassunto del citato testamento di
Annibale, in fondo Giovanni Galiani di Monitoro.
[105] Fuochi di Montoro
numerazione anno 1658 loc.cit.; fuochi di Foggia secondi: fuochi seconda
numerazione, fascio 143. Numerazione d'anno incerto, n°779; altra del tardo
seicento, n°713.
[106] Fuochi di Montoro
e fuochi di Foggia secondi, loc. cit.; Fuochi di Foggia primi, numerazione
1630, n°542; Soc. Nap. di Storia Patria, XXX, c,
[107] Soc.Nap. di
Storia Patria XXX, c,
[108] Che prenderà il
nome di Celestino nel farsi monaco dell'ordine di Celestino V.
[109] Presso a poco di un odierno giudice di tribunale.
[110] Un quissimile
di procuratore del Re.
[111] Presidente di
sezione di tribunale.
[112] Detto di Palazzo perché il titolo si sarebbe dovuto
intestare su feudo nobile.
[113] Cfr. 8 lettere
del Sant'Angelo
al GALIANI, dicembre 1734 - maggio 1736, Soc. Nap. di Storia Patria, XXX,
c,
[114] I documenti
relativi alla sua carriera sono sparsi in Soc. Nap.
di Storia Patria XXXI, A, 8 ff, 209 – 254 segg; XXX, C,
[116] Ademollo, op.
cit., p. 655.
[117] Che Giacomo
Casanova, nelle sue Memorie, descrive come angelo di bontà)
[118] Su Berardo
GALIANI Cfr.Ferdinando GALIANI, Cenni
biografici di G.B., Biblioteca Naz. di Napoli, busta segnata XIII, B, 66;
Lo stesso, CORRESPONDANCE, ed. Perey‑Maugras,
II, pp. 304 sgg.; Diodati, Vita dell'ab.
Ferdinando GALIANI, Napoli, Orsino, 1788, passim; CASTALDI, Storia dell'Accademia Ercolanense,
Napoli 1840, ad nom.; SCHIPA, Il Regno di
Napoli al tempo di Carlo III di Borbone, Napoli 1905, cap. ult..; CROCE, in
Rassegna critica della letteratura
italiana, VII ( 1902 ), p. 10, nota, e in Problemi di etica, Bari, Laterza, 1909, pp.390‑92. Si veda
inoltre il citato carteggio di Berardo
GALIANI con Amato, e l'altro carteggio
del ministro Tanucci con Ferdinando GALIANI; nonché Soc.Nap. di Storia
Patria, XXXI, A, 8, passim, specialmente ff. 100 sgg. e 263, dei manoscritti di
Berardo, parte è alla Soc. Nap. di Storia Patria, parte alla Biblioteca Naz. di
Napoli.
[119] Copia della fede
di battesimo in Soc. Nap. di Storia Patria, XXX, A,
Articolo letto: 6602 volte