Ma passiamo al
V. Capo.
A quale
giurisdizione sì Ecclesiastica,
che civile il
Villaggio di Casapullo
Appartenne
ne’tempi andati, ed appar-
tiene tuttavia.
Da tutto ciò, che si è
narrato nel Capo IV. antecedente in rapporto alla Chiesa Parrocchiale di Casapullo,
e dagli Ecclesiastici documenti ivi accennati, che la riguardano, ognuno può
ricogliere di per se senza che io mi affanni di vantaggio a dimostrarlo, che il
medesimo Villaggio fu sempre sottoposto alla spirituale giurisdizione del
Vescovo dell’antica, e nuova Capua e poi del di lei Arcivescovo, e
Metropolitano. Se non chè resta solo l’esaminare a quale de’due Vescovi,
costituiti insieme nel non secolo della Chiesa nella stessa Diocesi Capuana,
divisa temporaneamente in due, egli ubbidito avesse; il che tra poco io farò
più giù. Intanto non è men manifesto per quel che si rileva dal primo, secondo,
e terzo Capo, che il suddetto Villaggio fino da’suoi principj, fu sempre unito
all’antica Capua, ed essendo egli egualmente, che questa, di Etrusca origine,
come di sopra abbiam provato con sode, e ben fondate congetture, fu per
conseguente ancor soggetto alla civile Etrusco Campana polizia, e poscia a
quella stessa, che in Capua nelle varie di lei vicende si praticò. Venne poi
alquanto disturbata una siffatta polizia ne’tempi de’Longobardi, e propriamente
dappoichè incendiata nella maggior parte intorno all’anno 840. l’antica Capua
da’Saracini, Ausiliarj de’Longobardi Beneventani, e fondatasi la nuova
nell’anno 856. sulle rovine dell’antico Casilino alla sinistra riva del
Volturno dai figli di Landolfo, detto il Matico,
primo Conte di Capua indipendente, cioè dal Conte Landone, da Landonolfo, e dal
Vescovo Landolfo, che poi fu Conte anch’esso in quinto luogo, morto che questi
fu, si divisero i di lui nipoti egualmente fra loro nell’anno 879. la vasta
Contea Capuana, la quale allora molte Città comprendea; siccome abbiamo da
Erchemperto, num. XI. Laddove scrive: Videntes
autem Nepotes illius (Landulfi) depositionem, in unum collati, diviserunt inter
se sub jurejurando Capuam (i. e. Comitatum Capuanum) æqua distributione.
Pandonulfus (che fu figlio di Pandone, altro fratello del suddetto Vescovo
Landolfo) obtinuit Urbem Teanensem e
Casamirtam; Lando Berealis, e Suessam;
alter Lando Calinium, e Cajaziam: Athenulfus cœpit ædificare Castrum in Calvo
ec..
Avendo eglino
frattanto lasciata fuori di divisione la nuova Città di Capua, perché servisse
loro di comune abitazione, non altrimenti, che ai loro rispettivi Padri era
servita la Città di Sicopoli prima che fosse stata anch’essa incendiata dopo lo
spazio di anni 30. dalla sua fondazione. E qui debbesi avvertire, che il
Mazzocchi nel suo coment. in mut. Camp. Amph. Tit. pag. 137. della prima ediz.
Dice, che Landone, a cui spettò Berelai, o Berelasi, e Sessa, sia stato il
figlio di Pandonolfo (dovea dir Landonolfo) il qual Landone per la sua natural lentezza, ebbe il
soprannome di Pigro, e fu Padre di
Landolfo il giovane che poi nello Scisma Capuano, siccome appresso si vedrà, fu
vescovo di Berelai, o Berelasi, come di un luogo, al dir di esso Mazzocchi, che
al Padre si appartenea: ma il Pellegrino nella sua Face alla storia d’Erchemperto, ed il Rinaldi nelle sue memorie
ist. di Capua tom. I. pag. 440. affermano, che Landone il Pigro, figlio di Landonolfo, sortì Carinola, e Cajazzo, e che quel
Landone, a cui toccò Berelai, ossia Berelasi, e Sessa sia, stato il figlio di
Landone il Vecchio, e nipote del detto Landonolfo, e cognominavasi il Cirruto
dalla sua chioma crespa, e inanellata; come ben si rileva dal contesto del medesimo
Erchemperto. E che sia così, è da por mente, che dopo fatta la cennata
divisione, Atenolfo fratel germano di Landone il Pigro imprese a fabbricare un Castello nel luogo deserto, e
solitario, appellato Calvo, ove
sorgeva un tempo l’antica Cales, il qual luogo secondo le parole del Pellegrino nella detta sua Face, era allora per ventura
compreso intra fine Calinii, cioè
di Carinola; sed in confinio Capuæ;
ma Pandonolfo , a cui toccata era Casairta, e Teano, che frattanto amministrava
la comune Città di Capua, essendone stato intitolato il VI. Conte dopo la morte
del Zio Vescovo, credendo che quel luogo, detto Calvo a lui si appartenesse, vi accorse con un esercito, e tentò
impedirvi la fabbrica del Castello già incominciata, imprigionando il medesimo Atenolfo,
e un altro di lui germano. A sì fatto attentato scossosi però Landone il Pigro dalla sua natural lentezza, e
partito che si fu Pandonolfo, adunò un gran numero di Nobili, e di Plebei, e
divisigli in due schiere, impiegò i Plebei nel costruir con gran sollecitudine
il Castello, e nel ben munirlo di valli, e di muraglie, e mise i nobili
coll’armi impugno a proteggerli, e far fronte al nemico, se mai tornato fosse a
disturbarli, e così riuscigli di recare a compimento il medesimo Castello, il
quale poi essendo stato quasi dopo due anni incendiato, egli lo ristorò, e
fornillo di abitatori, come lo stesso Erchemperto riferisce nel num. 45.
Or non avrebbe
certamente Landone il Pigro avuto il
diritto di ciò fare, se egli co’suoi Germani sortito avesse il Gastaldato di
Berelasi, come pretende il Mazzocchi, e non già quello di Carinola, tra cui
limiti compreso era il luogo, appellato Calvo.
Ma veggiamo un poco quali luoghi si comprendevano sotto il nome di Berelai,
ossia Berelasi, che dinotava l’anfiteatro; imperciocchè nel suddetto
parteggiamento sarebbe stata una ridicola porzione quella di Landone il Cirruto, se gli fosse toccato in sorte
il solo anfiteatro. Adunque sotto quel nome, come osserva il Granata nella sua
storia civile di Capua tom. I. pag. 364. e il Pratilli nell’annot. 163. alla
cennata storia d’Erchemperto, s’intendevano gli avanzi dell’antica Capua, di
cui l’Anfiteatro era la parte più cospicua, uniti a tutti questi Villaggi, che
gli erano d’intorno: Collectio Veteris
Capuæ circumjacentium Pagorum: sicchè Casapullo, Sanprisco, ed altri
Villaggi, circonvicini insieme con quegli avanzi, consistenti ne’vichi di San
Pietro in Corpo, di Santa Maria de’Surj,
o de’Surichi, di Santerasmo, e di S.
Stefano, ossia di Berelasi, così propriamente detto, vennero a costituire un
particolare Gastaldato, che ubbidiva a Landone il Cirruto, figlio del Conte Landone il Vecchio; quindi è, che insorte
poi delle guerre civili tra suddetti fratelli cugini, gli abitatori di questi
luoghi, e de’vichi dell’antica Capua, per ben difendersi da’nemici, si
ricoverarono nell’Anfiteatro, ridotto già in una vasta, e ben munita
Cittadella, dove il nostro Landone co’suoi Germani si era fortificato, siccome
avverte anche il Pratilli nell’annot. 180. al num. XLIV. D’Erchemperto, scrivendo
così: Berelais nomen, quod a Longobardis
solummodo usurpari cœpit, destructa jam a Saracenis veteri Capua, Arcem
designabat, in quam, Urbe excisa, qui reliqui fuerunt in Pagis, Vicisque incolæ
(qui peculiare Gastaldatum constituebant) se receperunt, ut ita repellendis hostibus satis essent.
Ma non durò lungo
tempo sotto il dominio di Landone il Cirruto
l’Anfiteatro; poiché Atanasio Vescovo, e duca di Napoli, nipote dell’altro
Santissimo Vescovo di questo nome della medesima Città, ma da lui dissimilissimo
ne’costumi, dappoichè recati ebbe in diverse fiate de’gravissimi danni a queste
contrade co’suoi Napoletani, e spezialmente co’Saracini suoi confederati, fece
sembiante di voler rappaciare i sopraddetti Cugini Fratelli, ma per coglierne
soltanto fraudolentemente il suo vantaggio; e perciò nell’anno 882. indusse il
Conte Pandonolfo, che nella nuova Capua dominava, ad ammettervi di nuovo gli
esclusi cugini, cioè i due Landoni co’loro rispettivi germani, avendosi però
egli fatto prima consegnare da Landone il Cirruto
l’Anfiteatro, che poi mise nelle mani di un tal Guaiferio, diverso dal Principe
di Salerno dello stesso nome, essendo questi già morto in abito claustrale due
anni prima. Ma udiamo su questo fatto le parole d’Erchemperto al num. L. Tunc omnes Fratres in unum adunati, Capuam
adierunt, dato prius Amphitheatro eidem Atanasio, et ille Guaiferio ad
cohabitandum tradidit ad perpetuum capuanorum Jurgium. Il Mazzocchi nel
cennato coment. in mut. Camp. Amph.
Tit. Pag. 138. della prima ediz. È d’avviso, che non il solo Anfiteatro fu dato
da Atanasio a Guaiferio ad cohabitandum,
ma altresi tutti i vichi, che rimasi erano della vecchia Capua, e per
conseguente anche questi villaggi, che con quelli, come di sopra è detto,
componevano un solo Gastaldato; poiché presso gli scrittori di mezza età il
dare ad alcun Magnate delle Città, o Castella ad cohabitandum, ad
habitandum, ad convivendum,
significa per lo meno il dargli l’amministrazione di quei luoghi; ond’è, che
dal medesimo Erchemperto il detto Guaiferio viene appellato Præfectus Arenarum, i c. Amphitheatri, e
Proconsul; perché Atanasio, di cui quegli tenea la vece, come Duca di
Napoli, anche Console s’intitolava.
Ma io non posso neppur qui acchetarmi intieramente a tutto ciò, che avverte il
Mazzocchi, poiché comunque voglia intendersi quella dizione: ad cohabitandum tradidit, non mi pare, che
Landone il Cirruto per rientrare
insieme cogli altri Fratelli a dimorare in Capua, loro Città comune, fosse
stato così balordo, e dappoco da farsi tor di mano da Atanasio l’intiero
Gastaldato di Berelasi, ossia dell’Anfiteatro, o per lo meno la maggior parte
di esso; ma che soltanto, come io m’avviso, si sarà fatto indurre da Atanasio a
depositare in man di lui il solo Anfiteatro, già ridotto in fortezza, o
Cittadella, che poscia questi consegnò a Guaiferio, perché in sua vece lo
custodisse.
Restò poi sotto
l’apparente deposito, e vero dominio di Atanasio, e per esso in mano di
Guaiferio l’anfiteatro per lo spasio di anni 6. cioè dall’anno 882. fino
all’anno 888. nel Novembre del qual anno 882. fu discacciato dalla nuova Capua
dai fratelli cugini, già pacificamente colà rientrati, il Conte Pandonolfo,
come appresso si vedrà, e ne fu riconosciuto per VII. Conte Landone il Pigro.
Intanto nel mese di Settembre dell’anno 885. Landone il Cirruto sorpreso da un assalto di apoplessia se ne morì, e
Landonolfo fratel germano del Conte Landone il Pigro, che ritirossi in Teano per cagione d’infermità, fece in
Capua le veci di esso suo germano per lo spazio di un sol anno, e mesi quattro,
cioè dal Settembre del suddetto anno 885. fino al 6. Gennajo dell’anno 887., e
perciò si vuole, che ne fosse stato l’VIII Conte; a cui finalmente succedette
Atenolfo, altro german fratello di Landone il Pigro, che di Capua appellar si fece il IX. Conte, e che nell’anno
888. dopo aver riportata nell’anno avanti una celebre vittoria dell’esercito da
sé sconfitto del Vescovo Atanasio di là dal fiume Clanio nel luogo, detto S. Carsio, ritolse dalle granfie di lui,
e del suo luogotenente Guaiferio l’Anfiteatro, e lo incorporò di nuovo alla
Dinastia Capuana.
Ma prima di passar
oltre è di mestiere l’osservare un poco qual sia l’origine più propria della
voce Berelai, o Berolasi; giacchè d’intorno ad essa varie sono state le oppinioni
degli Scrittori; fra le quali la più probabile mi sembra quella del dottissimo
Giuseppe Simonio Assemanni, che nel tom. I. Italicæ Hist. Script. Cap. XII. pag. 348.
deduce la parola Berolasis da due
voci arabiche, o sieno saraceniche; cioè da Bir,
seu Bera che significa Ædem rotundam, Amphitheatrum, e da Al-as, che vuol dir forte, munitum, onde Bir-al-as, seu Beralas (che con latina desinenza si pronunzia Biralasis, seu Beralasis)
val lo stesso, che Amphitheatrum forte,
cioè Arx rotunda, Castrum munitum, il qual nome composto
ci rappresenta l’anfiteatro convertito in Rocca, o Cittadella, come di fatto
avvenne. Indi poco appresso lo stesso Autore così soggiugne: Quod vero ab Arabico sermone id vocabulum
arcessiverim, nemo miretur; nam tunc id nomen exortum tunc inaudiri coeptum,
quum Radelchis una cum Saracenis totam devastavit Siconolfi regionem, Capuamque
pimariam redegit in cinerem: E più sotto:
Itaque cum Saraceni Campanas regiones ab anno 840. infestar cæperint, quumque
ab anno 882 usque ad annum 888. iidem una cum Neapolitanis Athanasii copiis
amphitheatrum ipsum insederint, mirum non est arabico illud nomine abiis
Birolasim, seu Berolasim appellatum, patrio scilicet vocabulo; non secus atque
iident Saraceni universis pene Siciliæ Oppidis nomina arabica indidere. Fù
poi ne’secoli posteriori la voce Birolasi,
o Berolassi pel facile scambiamento
delle lettere B. e V. dal Volgo accorciata in quella di Virlassi, o di Verlassi,
che poi corrottamente si pronunziò Verlasci.
Ma passiamo all’altro
punto da noi di sopra proposto, cioè a quale de’due Vescovi, nel nono secolo
contemporaneamente costituiti nella stessa Diocesi di Capua, questo Villaggio
di Casapullo prestato avesse ubbidienza; per bene intendere la qual cosa è
d’uopo che diamo de’passi indietro, risalendo al tempo della morte del Vescovo,
e Conte di Capua Landolfo il vecchio. Noi già dicemmo, che i di lui nipoti
Pandolfo, Landone il Cirruto, e
Landone il Pigro, trapassato, ch’egli
fu all’altra vita nell’anno 879. si divisero egualmente fra loro la Contea
Capuana; ora dobbiamo aggiugnere, che in quel tempo stesso concordemente
elessero Vescovo di Capua il giovinetto Landolfo, figlio di Landone il Pigro, come segue a narrare Erchemperto
nel suddetto num. II. in questi termini: Landulfum
autem adolescentulum Landonis filium alii sacramento, nonnulli assensa
unanimiter Pontificem constituerunt; sed segnitie proprii Genitoris, qua
naturaliter torpet, detentus, non est mox sacratus. Si noti qui di
passaggio, che il cennato Scrittore estima, che l'eletto Vescovo Landolfo per
pigrizia del Padre non fosse stato subitamente consegrato; ma io m’avviso, che
ne fù differita la consegrazione, perché forse non avea età legittima, essendo
questi ancor giovinetto, la qual età per decreto di Siricio Papa dovea essere
di anni quarantacinque, per la Nov. CXXIII. Cap. XIII. dell’Imperator
Giustiniano si volea di anni trentacinque; ma pel can. 17. del Sinodo Agatense,
tenuto nell’anno 506. bastava che fosse di anni trenta, e quest’età, richiesta
ancora dal Concilio III. Lateranense C. III. rimase poi invariabile ne’Vescovi;
quindi è, che Rainaldo, eletto Arcivescovo di Capua par nel principio del
secolo decimo; perché non costava se avesse, o nò, la detta età, dal Pontefice
Innocenzo III. con una lettera, indiritta al Capitolo Capuano, e rapportata da
Michel Monaco nel suo Sant. a pag. 241. fu dato in Procuratorem alla Chiesa di Capua, la qual parola comentando lo
stesso Monaco a pag. 248. dice così: Rainaldus
propter defectum ætatis datus est Ecclesiæ Procurator. Fuit ergo electus, e
confirmatus, non consecratus; ideo in instrumentis anni 1204. e 1207. dicitur
electus, sed in instrumento anni 1210. dicitur Archiepiscopus.
Quale però che fosse
la cagione, per cui il suddetto giovinetto Landolfo non fù subito consegrato
dopo la sua elezione, rottasi non molto stante la concordia tra Landone suo
Padre, e Pandonolfo suo zio Cugino, che la nuova Capua amministrava, fu da
costui discacciato dal Chiostro dell’Episcopio, che il Pellegrino nella sua
Face alla storia d’Erchemperto num. 7. interpreta: Ex ædibus e domicilio Episcopo, e Canonicis communi, e fu rinchiuso
nella Cella de’Ministerj, che era
forse la Sagrestia, ma egli essendone scappato via, si ritirò in Capua Vecchia
nell’antica sede Vescovile del Protomartire S. Stefano. Intanto l’ambizioso
Pandonolfo dalla di lui assenza da Capua nuova colse l’opportunità di
sustituirgli nel Vescovado Landonolfo suo Germano, tuttochè ammogliato,
inducendo con accorte maniere il Pontefice Giovanni VIII. a consegrarlo
Vescovo, onde poi scoppiar si vide un nuovo incendio di guerra civile in guisa
che il medesimo Pontefice per procurare di smorzarlo si portò due volte in
queste parti, e non trovando altro ripiego più opportuno, divise la Diocesi
Capuana in due, lasciando Landonolfo nel possesso della Cattedra della nuova
Capua, e costituendo Landolfo, eletto già prima di quello, Vescovo di Capua
Vecchia, ossia del Gastaldato di Berolasi; pel quale effetto solennemente il
consegrò nella Chiesa di S. Pietro Apostolo; ma di ciò non pago; anzi vieppiù
irritato il feroce Pandonolfo, per mezzo di una masnada di Saracini, inviatagli
dal buon Vescovo, e duca di Napoli Atanasio, mise a fiamme la cennata Chiesa,
che restò incenerita per metà.
Credono il Pellegrino,
il P. Pasquale, il Mazzocchi, il Pratilli, e il Rinaldi, che questa Chiesa,
detta ora di S. Pietro in Corpo, sia stata la celebre Basilica, edificata
nell’antica Capua da Costantino il Grande in onore de’ SS. Apostoli, che dal
nome di lui fu appellata Costantiniana, e della quale adesso altro non rimane,
che pochi avanzi maestosi, che ne additano l’antica magnificenza, essendosi nel
dippiù ridotta ad una picciola Chiesa Parrocchiale. Per contrario il Monaco, il
Vitale, il Granata, ed ultimamente il Marchese Mauri nelle sue notizie Istoriche e c, per lo patronato
Regio della Chiesa di Capua son d’avviso, che la Chiesa Costantiniana era
l’antica Cattedrale di S. Stefano non lontana dall’anfiteatro, la quale Chiesa
edificata già da Costantino in onore de’ SS. Apstoli, avesse ritenuto questo
titolo fino al sesto secolo; ma che allora le fosse stato cambiato in quello di
S. Stefano, e di S. Agata in occasione, che essendo ito il Capuano Vescovo S.
Germano in Constantinopoli, come accenna il Cardinal Baronio ne’suoi Annali tom. 6. pag. 395, qual Legato del
Pontefice Ormisda all’Imperator Giustino Primo, affine di ristabilir la pace
tra la Chiesa Orientale, e l’Occidentale, nell’accomiatarsi, ch’egli fece da
questo Imperatore, ne avesse ottenute in dono le Reliquie del S. Protomartire
Stefano, e della V. e M. S. Agata, le quali avendo egli trasportate nella sua
Cattedrale, col nuovo, e solenne culto, che ivi riscossero, state fossero
cagione del cambiamento del primo titolo della stessa Chiesa; pretendendo essi
di provare questa loro oppinione con un passo della Cronaca dell’Antonino Salernitano
nel Cap. XIX. ove leggesi così: Quadam
die dum (Arichis) cum suo principe Liutprando in Ecclesia B. Protomartyris
Stephani, quæ sita est in veterrima Urbe Capuæ ab Imperatore Helenæ Filio
Constantino, eamque in honorem omnium Apostolorum dedicari decrevit, licet
postea a Beatissimo Germano ejusdem Episcopo urbis collatas ab Imperatore
reliquias B. Protomartyris Stephani, nec non e B. Agathæ Virginis, proinde eam
in honorem Protomartyris Stephani vocari jussit e c.
Ma questo sconnesso
luogo, secondochè l’interpreta il Pellegrino nelle sue annotazioni, altro non
par che suoni, se non sè: Constantinum
Magnum dicare voluisse omnibus Apostolis Basilicam a se Capuæ constructam, sed
propositum non perfecisse suum: illam vero S. Germanum ejusdem Urbis Episcopum
reliquiis consecrasse S. protomartyris Stephani conlatis sibi ab eodemmet
Imperatore, Sembra dunque, che il suddetto Anonimo riflettendo
all’antichissimo costume di dedicar le Chiese colle reliquie di quei Santi,
de’cui nomi si doveano intitolare, le quali reliquie si procuravano dall’Autore
stesso della nuova Chiesa, insieme con tutto ciò, che era necessario alla
Solennità della di lei dedicazione; si fosse indotto falsamente a credere, che
la Chiesa Costantiniana di Capua non
avesse sortito il nome degli Apostoli, che Costantino da principio si era
proposto di darle, perché questi non avesasi per ventura trovate pronte le
reliquie di tutti gli Apostoli, e che perciò in vece di quelle consegnato
avesse a S. Germano delle altre del S. Protomartire Stefano: Laonde eam (Ecclesiam) in honorem illius vocari
jussit, Posta questa interpretazione, che è la più naturale di qualunque
altra, che dar si possa ad un tal passo, ognun ben vede gli spropositi, e gli
anacronismi, che racchiude; e di fatto dice in prima l’Anonimo, che Costantino
determinò, che si dedicasse in Capua la sua Basilica ad onore di tutti gli
Apostoli, quandochè Anastasio Bibliotecario nella vita di S. Silvestro I., attesta, che il medesimo Imperatore: Fecit intra Urbem Capuam Basilicam
Apostolorum, e non già, omnium
Apostolorum, essendovi ben differenza tra l’una, e l’altra espressione,
poiché il nome indefinito Apostolorum non sempre dinota tutti e tredici gli
Appostoli, ma alla volte soltanto i primi due, cioè Pietro, e Paolo. E che sia
così, il Pratilli nel suo coment. al Cap. X. E XIX. della Cronaca del suddetto
Anonimo cita una pergamena, che si serba nell’archivio nel Monistero di S.
Giovanni di Donne Monache di Capua, dell’anno 1093. onde si rileva che la
diruta e vecchia Chiesa di San Pietro in Corpo,
che il Pellegrino, ed altri credono, come di sopra dicemmo, che fosse stata la
Basilica Costantiniana, riteneva ancora nelle fine dell’undecimo secolo
l’antico titolo degli Appostoli, che additar volea soltanto i primi due cioè
Pietro, e Paolo, leggendosi così in quella pergamena: Finis (di un certo orto) murus
veteris Ecclesiæ SS. Apostolorum, seu
S. Petri ad Corpus. Indi par, che l’Anonimo segua a dire nella sua Cronaca,
che Costantino volle poi, che dal Vescovo S. Germano colle reliquie di S. Stefano,
e di S. Agata, dategli da esso Imperatore, si consegrasse la detta Chiesa in
onore di S. Stefano, non intendendosi altrimenti, che in questo modo le di lui
parole secondo il loro suono; poiché quell’Imperatore
innominato non può ad altri riferirsi, che a Costantino dianzi accennato, a
cui del pari si rapporta il dedicari
decrevit in honorem omnium Apostolorum, ed il, vocari jussit in honorem Protomartyris Stephani. Or se è così,
l’Anonimo fa consegnare da Costantino a S: Germano due secoli avanti, che
questo Santo venisse al Mondo, le reliquie di S. Stefano, il cui Sacro Deposito
non erasi a quel tempo per anche discoverto. Ma senza più innoltrarci
inutilmente in questo gineprajo, conchiudiamo, che dal descritto passo
l’Anonimo altro non si ricoglie, che la di lui grande imperizia de’veri fatti,
ch’egli mesce, e confonde secondo le guaste, e mal intese tradizioni del Volgo,
le di cui favolette, come osserva il suddetto Pellegrino, ei bene spesso
adotta.
Il Marchese Mauri dopo
il Vitale, ed il Granata per fortificare un così logoro, e rovinoso sostegno,
che il citato Anonimo somministra alla loro oppinione, rapporta un luogo della
Cronaca Volturnese presso il Muratori tom. I. Script. Ital. Part. II. pag. 350. in questi termini: In Civitate Capuana Constantinus Augustus
Ecclesiam in honorem Apotolorum encitavit, quæ dicitur Constantiniana, postea
S. Stephani Protomartyris dicta fuit: ma qui egli ci dà piuttosto la sua
interpetrazione, che le parole genuine di quella Cronaca; poiché ivi leggesi
preciasamente, che Costantino edificò: In
Civitate Capuana Ecclesiam in honorem Apostolorum, quæ dicitur Constantiniana, * Stephani Protomartyris; le quai
parole il Mazzocchi nella sua diss. ist.
de eccl. Neapol. Pag. 6. diversamente interpreta così: Extruxit Constantinus in Civitate Capuana Ecclesiam in honorem
Apostolorum, quæ dicitur Constantiniana, * (alteram) Stephani Protomartyris,
e poi soggiugne nella nota (7). At
Capuani recentiore Scriptores Ecclesiam tantum Apostolorum a Costantino factam
Scripserunt; alteram vero S. Stephani
a S. Germano Episcopo ædificatam conjecerunt. Certe quod eos hujus Chronici locus, quem adscripsimus, fugerat. Crede dunque il
Mazzocchi, che il Cronista Volturnese abbia voluto dire , che Costantino oltre
alla Basilica principale in onore degli Apostoli, che dal suo nome si appellò
Costantiniana, e che fu la prima pubblica Cattedrale della vecchia Capua,
avesse ancora edificata un’altra Chiesa meno principale in onore del
Protomartire Santo Stefano.
Io però con buona pace
del Mazzocchi non meno, che del Marchese Mauri m’avviso che questa Chiesa di S.
Stefano fosse stata in realtà nel sesto secolo edificata dal Vescovo S.
Germano, e dedicata nel tempo stesso colle insigni reliquie del Lodato S.
Protomartire, e della V. e M. S. Agata, che quegli riportò senza dubbio da
Giustino Primo nella sua celebre legazione allo stesso Imperatore; e perché il
cennato S. Vescovo trasferì nella medesima Chiesa eziandio la sua Cattedra
dalla Basilica Costantiniana, ossia di S. Pietro Appostolo, senza però aver
quest’ultima del tutto abbandonata; perciò l’uso scambievole, che poi si fece
di queste due Chiese nell’esercizio delle sacre funzioni ad una stessa Cattedra
appartenenti, siccome venne ad unirle insieme, ed in un certo modo a
consolidarle in una, così dovette ancora dare occasione dopo più secoli di
confonderne i titoli, e i Fondatori al suddetto Anonimo Salernitano, Scrittore
del secol decimo, ed all’Autore del primo libro della Cronaca Volturnese, che
scrisse nel nono; essendo facili a rinvenirsi presso gli Scrittori de’tempi
barbari così fatte confusioni, come possono esserne d’esempio parecchi Atti di
Santi raccolti, o piuttosto rifabbricati in quella età, ne quali diverse gesta
di più Santi dello stesso nome vengono confusamente ad un sol di essi
attribuite. Quindi finalmente è da conchiudere che sia molto più probabile
essere stata la Chiesa di S. Pietro Apostolo la vera Basilica Costantiniana,
dedicata in onore de’ SS. Apostoli, che la Chiesa di S. Stefano, che poi con
quella fu confusa; non potendosi né dalla cronaca Volturnese, né da quella
dell’Anonimo Salernitano, altro più sicuro nostro proposito arguire, se non chè
la cennata Chiesa di S. Stefano fosse stata infatti, come testè dicemmo, da S.
Germano edificata nel VI. Secolo, e dedicata colle reliquie dello stesso S.
Protomartire, e di S. Agata, che dovett’egli ricevere nella suddetta sua
legazione dall’Imperator Giustino I. poiché sebbene le Cronache de’tempi
barbari scritte sieno per lo più senza critica, e senza discernimento, pur
nondimeno vi si ritrova qualche fondo di verità; mal per altro divisata dagli
imperiti loro Autori. Tanto che nel caso nostro vi son delle fortissime
congetture, onde confermasi tutto ciò, che abbiamo detto intorno alla
distinzione di quelle Chiese, tra le quali congetture la più gagliarda è, che
non sembra affatto verisimile, che Costantino abbia voluto lasciare un sito
così nobile, che non lungi era dal mezzo della florida antica Capua, ove ancor
sono in piedi i magnifici avanzi della Basilica di S. Pietro Appostolo, per
fabbricare la sua Chiesa in un luogo così infelice presso al muro
settentrionale della Città trà l’anfiteatro, in cui fino allora eransi dati
gl’infami spettacoli de’Gladiatori, e delle fiere, e ‘l Catabolo, ossia stalla
delle fiere stesse a quegli spettacoli destinate; che se poi da S. Germano vi
si edificò nel sesto secolo la sua Chiesa Stefaniana, della quale esiste ancora
l’intiera apside, e l’antico muro di
più palmi, che l’ampio piano ne racchiude, fu, perché di quei dì si erano
dismessi affatto i detestabili spettacoli gladiatorj, né più nel Catabolo vi
eran le fiere da custodirsi, e da nudrirsi. L’altra congettura non meno forte,
che anche giova al nostro intento, è che nell’atrio della Basilica di S. Pietro
Appostolo si rinvenne il deposito del Sacro Corpo del Capuano Vescovo S.
Rufino, che lo stesso Michel Monaco nel suo Sant. Cap. a pag. 45. scrive di
potersi ben giudicare essere stato ivi fatto prima dell’anno 440. cioè prima
della venuta di S. Prisco il giovane dall’Affrica, il qual corpo discoverto poi
da S. Decoroso ancor Vescovo dell’antica Capua nel settimo secolo, fu da lui
solennemente trasferito nella Cattedrale di S. Stefano; dalla qual cosa si
arguisce, che la basilica di S. Pietro Ap. sia stata Cattedrale prima di quella
di S. Stefano, e per conseguente la
Costantiniana.
Al che si aggiunga,
che in detta Chiesa di S. Pietro Ap. Il Pontefice Giovanni VIII. Consecrò
l’eletto Vescovo di Berolasi Landolfo il Giovane, non ostante che fosse in
piedi la di lui Cattedrale Stefaniana, ove si era ricoverato. Né qui deesi
tener conto della frivola congettura, che fa il Vitale nella sua Dissertazione
sulla Basilica Costantiniana dell’antica Capua, cioè che Erchemperto
nell’accennare, che Landolfo, eletto vescovo di Berolasi fu consecrato dal Pontefice
Giovanni VIII. Nella Chiesa di S. Pietro
Capuano, avesse forse piuttosto scritto in
Ecclesia S. Petri Antiniani, poiché, dic’egli, nell’antica Tassa delle
Decime dell’Arcivescovo Stefano si fa menzione d’una Chiesa di S. Pietro del
distrutto Villaggio d’Antignano, dove si fermò il Pontefice quando venne in
Capua a compor lo scisma. Ma appunto, noi rispondiamo, che per distinguere
dalla Chiesa di S. Pietro di Antignano quella di S. Pietro della vecchia Capua
dovette dir l’Erchemperto, come si è letto sempre nella sua storia, in Ecclesia S. Petri Capuani, e
quantunque nella nuova Capua vi fossero delle altre Chiese di S. Pietro;
nondimeno neppure per alcuna di quelle Chiese può intendersi la Chiesa di S.
Petri Capuani, perché in Capua nuova avea già il Pontefice costituito Vescovo
Landonolfo fratel germano del Conte Pandolfo fiero nemico di Landolfo eletto
Vescovo di Berolasi, onde di certo Pandonolfo impedito avrebbe che Landolfo
fosse ivi consegrato. Adunque resta fermo, che nella Chiesa di S. Pietro
Appostolo, detta ora di S. Pietro in Corpo
di Capua vecchia, seguì la mentovata consecrazione. Ma per non più dilungarci
ommettendo a bella posta altri validi argomenti, torniam da questa disgressione
in sul sentiero intralasciato.
Or vuole il Monaco, e con
esso anche il Mazzocchi, che dopo l’incendio della Chiesa di S. Pietro Ap.
recatole dal feroce Pandonolfo, come di sopra si è veduto, il novello Vescovo
Landolfo avesse trasferita la sua Cattedra nella Chiesa di S. Maria delle
Grazie, oggi Collegiata, detta de’Surj,
o de’Surichi, che fu edificata dal
Vescovo S. Simmaco intorno all’anno 430. in più angusta forma di quel che si
vede di presente, sopra l’antica Cripta,
ossia Catacomba, ove adunavansi i
primitivi fedeli Capuani in tempo delle persecuzioni per esercitarvi il Divin
Culto; e credono essi di provarlo col titolo dell’epistola del Pontefice
Giovanni VIII. al detto Vescovo Landolfo: Reverendissimo,
ac Sanctissimo Landulfo, Episcopo Suricorum; ma egli era da
avvertirsi, che quell’Epistola fù data nella XIII. indizione, cioè nell’anno
880. che è quanto dire prima della consegrazione di Landolfo, e prima
dell’incendio della Chiesa di S. Pietro Appostolo accaduto nell’anno 881. e per
conseguente fu data un anno avanti che la supposta translazione fosse addivenuta;
né quell’Episcopus Suricorum, vuol
dire altro, se non Vescovo degli avanzi dell’antica Capua, tra quali eravi la
contrada de’Surj, o de’Surichi, non molto lontana dalla prima, e più antica
Cattedrale, che era la suddetta Chiesa di S. Pietro Ap: tanto più, che dopo
quell’incendio il medesimo Landolfo vien appellato Vescovo di Berolasi dallo
stesso Pontefice in un’altra epistola data nel mese di Aprile nella XIV.
indizione, ed indiritta: Omnibus
Episcopis Cajetam, Neapolim, Capuam, Berolasim, e Amalphim, Beneventum, e Salernum incolentibus. Adunque dobbiam dire che Landolfo non mai
rimosse la sua fede dalla Chiesa di S.Stefano della stessa antica Capua, ove da
principio si era ritirato, la quale non sappiamo, nè dobbiam presumere senza
autorità, che sofferto avesse qualche sciagura, simigliante a quella della
Chiesa di S. Pietro Ap., e se in questa egli fu consegrato, ciò non fu, perché
quivi propriamente ei risiedesse; ma perché essendo stata la prima, e più
antica Cattedrale di Capua vecchia, se ne volle così riconoscere la
preeminenza, non altrimente, che suole anch’oggi costumarsi nelle antiche
Cattedrali, che son rimase in piedi in Città dirute, e disabitate del nostro
Regno, come quella di Anglona; nella quale ogni novello Vescovo di essa prende
il possesso del suo Vescovado, tutto chè poi risegga in altra Chiesa, e di là
governi la sua diocesi; non negando (per tornare al nostro intento) il medesimo
Mazzocchi nel suo coment. ad mut. Camp. Amph. tit. pag. 138. della prima ediz.,
che la fede del Vescovo di Berolasi, cioè di Landolfo: in Ecclesia Stephani fuit, cujus etiam num baud procul Amphitheatro
vestigia visuntur. Or premesso tutto ciò, che è detto, rimane al fine fuor
di dubbio, che alla spirituale giurisdizione di Landolfo Vescovo di Berolasi
cioè del Gastaldato di Berolasi, questo Villaggio di Casapullo fosse stato
soggetto, poiché di esso, come di sopra si osservò, e degli avanzi della antica
Capua, e degli altri Villaggi circonvicini componevasi il medesimo Gastaldato.
Non era però soltanto
fra questi limiti ristretta la Vescovile potestà di Landolfo; ma molto ancora
più oltre si estendeva; imperciocchè vastissima era di quei dì la Diocesi
Capuana al dire del Pratilli nell’annot. (195.) al num. 47. d’Erchemperto,
laddove scrive così: Capuana Diœcesis,
quæ tunc temporis multo amplius protendebatur, totam fere Liburiam, Liternum,
Vulturnum, ac Calinium, Sinuessamque, Theanum usque ab Aquilone, urbes
continebat, unde conjici facile potest Landulfo Episcopo Berolasim, seu Veteris
Capuæ agrum illum, totamque Regionem ab oriente Nolam versus, Acerrarum urbe
inclusa, ad occasum Vulturnum inter e Clanium fluvios sitam:
Landonulfo vero eam Diœcesis partem
obtigisse, quæ trans Vulturnum Boream, Occidentemque prospiciebat. Nè dee
recar maraviglia, che si vasta fosse la Diocesi Capuana; poiché, come avverte
il medesimo Pratilli, sotto il dominio de’Longobardi non tutte le Città
Vescovili aveano, come prima, i loro Vescovi; conciossiachè parecchie di esse o
erano state da Barbari devastate, o abbandonate da’loro Pastori per le
incursioni de’Nemici. Al che si aggiunga, che siccome i Vescovi erano allora
riputati altrettanti Signori anche temporali, così i Conti Longobardi per
mantenerli a sé subbordinati, non permetteano, che se ne eleggessero in altri luoghi,
fuorchè nelle Città principali, ov’essi Conti risedevano, come in Teano, in
Aquino, in Cajazzo, e in Capua che di tutte le altre era stimata la Capitale.
Ma finalmente questa vasta Diocesi, divisa in due nella forma sopraccennata,
non molto stante si vide riunita; poiché ammessi di nuovo, come si disse
addietro, dal Conte Pandonolfo nella nuova Capua i suoi cugini fratelli ad
insinuazione del Duca, e Vescovo di Napoli Atanasio, costoro di concerto
imprigionarono lo stesso Pandonolfo, e’l Vescovo Landonolfo di lui germano, e
poscia in Napoli gli rilegarono; ond’è che ‘l Vescovo Landolfo s’impossessò di
tutto il Capuano Vescovado; ignorandosi poi se il detto Landonolfo ne avesse
più ricuperata la sua metà, o ne avesse soltanto ritenuto il titolo. In si fatta
guisa questi Villaggi, e le reliquie della vecchia Capua insieme con Capua
nuova riconobbero in avvenire uno stesso Vescovo, che in quella Città fissò per
sempre la sua residenza; siccome anche dopo alcuni anni colla stessa nuova
Capua furono essi sottoposti ad un medesimo sovrano, che fu il Conte Atenolfo,
già di sopra memorato, sotto i cui successori la Capuana Diocesi divenne
celebre, ed illustre principato, il titolo del quale servì poscia di
caratteristica ai Serenissimi Principi del Sangue della Real Corona delle due
Sicilie.
CAPO
VI. ED ULTIMO
Dal pregio, che
ha Casapullo di costituir
con tutti gli
altri Villaggi Capuani un corpo
solo insieme
colla Città, e di esser quin-
di considerati
come un sol Comune, go-
dendo
indistintamente da quella, degli stes-
si insigni, e
numerosi privilegj, di cui
va decorata: e
de’pregi più particolari di
questo medesimo Villaggio.
Ridotti al fine, come
già osservammo, questi Villaggi Capuani insieme colla nuova Città di Capua
sotto lo stesso Sovrano Dominio, vennero a formare colla medesima un sol corpo,
e quindi a costituire anche in quanto all’Economia una sola Università, la qual
perciò sin ne’secoli a noi vicini, siccome attesta Michel Monaco nelle
Ricognizioni del suo Santuario, e propriamente nella ricogniz. 4. pag. 5. non
solo era governata da uno stesso Politico Magistrato, come lo è tuttavia; ma
altresì da un medesimo Magistrato Economico, composto di persone, che nel tempo
stesso dalla Città, e da’Villaggi si eleggevano; per bene intendere la qual
cosa è da premettersi, che
Lin. 4. vers. Ad corpus. Dicimus Ecclesiam Sancti Petri vocatam ad Corpus, quia erat in corpore,
idest in meditullio Civitatis. Meditullium intelligimus non florentis, sed
collabentis Capuæ. At vero, quia juxta vulgare nostrum idioma FARE CORPO est
facere conventum, e ipse locus dicitur corpus, ut il CORPO DI GUARDIA, locus
ubi sunt milites congregati custodiæ causa: ideo vicus, in quo est Ecclesiæ
Sancti Petri, potuit dici corpus, quia cives eo loco ad colloquia publica
congregarentur: id quod maxime convenit proxime elapsis seculis, quando HÆC
EXTANS CAPUA UNAM CUM SUIS CASALIBUS UNIVERSITATEM CONSTITUEBAT: tunc enim
Casalia Terræ Lanei erant Capuanæ Universitatis una Pars, quæ eligebat ad
CONREGIMEN unum ex suis. Capita-vero Casalium oportuit fecisse corpus, idest
conventum in Casali S. Petri, ut in Florentiore, cum Casale Sactæ Mariæ non
esset, ut nunc est, ampliatum e c.
S’introdusse poi il
costume che tanto la Città, che ciascun Villaggio eleggesse il suo proprio
Magistrato economico, da cui particolarmente fosse governato, essendosi altresì
fra l’una, e gli altri proporzionevolmente i pesi fiscali distribuiti, forse
perché cresciute le Popolazioni, si rendeva incomodo quel governo generale, ne’
ciascun Luogo poteva esserne per ventura molto ben servito. Ma non per questo
cessaron mai i Capuani Villaggi dall’essere considerati insieme colla Città
come una sola e medesima Università; poiché oltre all’essere universalmente a
quella dallo stesso Politico Magistrato anch’oggi governati, si è sempre in
essi, e nella Città un sol comune riconosciuto da i Sovrani di questo Regno,
dai quali e gli uni, e l’altra sono stati indistintamente decorati degli stessi
insigni, e numerosi privilegi, onde han goduto sino ad ora, e godono tutta via.
E per qui rapportarne alcuni de’principali, i di cui originali documenti si conservano
nella Cancelleria della medesima Città, dico, che Alfonso I. d’Aragona Re di
Napoli, ritrovandosi nella Città di Gaeta nell’anno 1436. spedì di quindi a 4.
Aprile un Real Diploma in favor di Capua egualmente, che de’di lei Casali, in
cui frà le altre molte grazie, che gli concede, vi sono le seguenti, cioè, che
Capua, e i Casali di essa sieno del Demanio, e dominio della sua Real Corona, e
che i loro Uomini a nessuno sieno tenuti ubbidire[1],
fuorchè a sua Maestà: inoltre che gli uomini di Capua, e de’di lei Casali sieno
Cittadini in tutto il Regno citra e ultra farum, e godano di tutte le immunità,
esenzioni, e franchigie, di cui godono gli altri veri Cittadini, ed oriundi di
ciascuna Città, Terra, e Castella del detto Regno. Ma veggiamo intorno a
ciò le parole, espresse nel diploma; Item
quod dignetur dicta Regia Majestas ex speciali privilegio suæ immensæ
benignitatis, quod hominem e personæ
dictæ Civitatis Capuæ, e sui
Districtus , e Pertinentiarum sint
Cives in toto Regno Siciliæ citra e ultra Farum, ita quod a die concessionis hujus modi dicti homines Civitatis Capuæ, e ejus Foriæ habeantur e reputentur ut Cives in qualibet Civitate, Terra, Castro, vel Loco Regni
Prædicti tam demaniali, quam ad
quemcunque spectant: e quod dicti
homines dictæ Civitatis, e ejus Foriæ
illismet immunitatibus, exemptionibus, e franchitiis potiantur e gaudeant, quibus
alii veri Cives e oriundi cujuscunque Civitatis, Terræ, Castri, e Loci dicti Regni potiri soliti sunt, e debent, ac potiuntur, e gaudent;
al che segue la Regia decretazione: Placet
Regiæ Maiestati. E appresso: Item
quod dignetur dicta Regia Majestas graciose concedere hominibus dictæ Civitatis
Capuæ, Casalium, Pertinentiarum, e Districtus ejusdem, quod homines ipsi extra
dictam Civitatem Capuæ sint franchi e immunes a solutione omnium e quarumcunque
gabellarum, Passagiorum, Scafarum, Dohanæ, Fravelli in toto Regno Siciliæ citra
e ultra Farum, e in quacunque Civitate, Terra, Castro, e Loco Regni prædicti
tam Demanii, quam quorumcumque aliorum Dominorum. Al che segue pur la Regia
decretazione. Placet
Regiæ Maiestati.
Il medesimo Re Alfonso
I[2].
confermò in Capua di parola in parola alla stessa Città, ed agli uomini di
essa, e de’dilei Casali, Perinenze, e distretto i suddetti due Capitoli di
Cittadinanza, e di esenzione insieme colle altre grazie sotto il dì 8. Maggio
dell’anno 1437. Una simile conferma ne fu fatta dal Re Ferdinando I. di lui
figliuolo mediante lettera Regia, indiritta al Presidente della Regia Camera
della Sommaria Cobello Barnaba, ed al Razionale della medesima Leonardo
Campajuli, spedita il dì 12. di Novembre dell’anno 1454. la quale conferma fu
poi reiterata dallo stesso Re nel Castello di Capua il dì 15. di Luglio
dell’anno 1458. Similmente Carlo VIII. Re di Francia dopo di essersi impadronito
di questo Regno confermò a Capua e a’di lei Casali mediante Real diploma,
spedito dal Castello di Capuana di Napoli il dì 2. di Marzo dell’anno 1495.
tutte le grazie, e i privilegi di qualsivoglia natura, che ad essi erano stati
conceduti da’Re antecessori. Pel modo stesso Federico d’Aragona succeduto al Re
Ferdinando II. suo nipote in questi Dominj con lettera Regia in forma di
Privilegio, indiritta a Giovanni d’Andrea di Pozzuoli, Presidente della Regia
Camera della Sommaria, ed al Notaio Marino Saffo di Nola, e spedita dal
Castello Nuovo di Napoli il dì 7.di Decembre dell’anno 1500. oltre ad altre
grazie confermò di parola in parola i sopraccennati due Capitoli di
Cittadinanza, e di estensione a Capua e a’di lei Casali, e Distretto, e ne
ordinò l’esatta osservanza juxta eorum
tenorem, e consinentiam pleniorem, e saniorem. E Ferdinando il Cattolico,
terzo di questo nome nella serie de’Re di Napoli, per mezzo del suo Vicerè
Consalvo di Cordova nell’anno 1504. rinnovò fra gli altri il Privilegio: Che
Capua, e i di lei Casali fossero nel Dominio, e nel primo e perpetuo Demanio
della Real Corona; nè si potessero vendere, nè impegnare, nè commutare, nè
donare, etiam pro statu Regni. E nel
caso di qualche contraria concessione, questa s’intendesse nulla. Indi confermò
tutti gli altri Privilegj concedutegli da’Re Aragonesi. Lo stesso fece
l’Imperator Carlo V., il quale oltre ad aver confermato a Capua, ed a’Casali
tutti gli antichi privilegj, gliene concedette ancor de’nuovi. Lo stesso ancora
praticò Filippo II. di lui figliuolo, e lo stesso altri Re successori, frà
quali spezialmente è da rammentarsi Carlo il Grande, Figliuolo del Re Cattolico
Filippo V. ed Augusto Genitore del nostro amabilissimo attual Sovrano
Ferdinando IV., il quale dopo aver gloriosamente conquistato questo Regno,
entrato in Capua il dì 22. di Decembre dell’anno 1734 con dimostrazioni di non
ordinaria benignità, e clemenza confermò alla Città, ed a’Casali tutte le
grazie e i privilegi, onde i Re antecessori gli aveano ricolmati.
Intanto chi vago fosse
di sapere oltre agli accennati, i moltri altri speciosi privilegj, che il
Comune Capuano dalla munificenza de’i Re di Napoli meritò di ottenere mercè la
sua fedeltà, attestava loro col proprio sangue, e con tanti devastamenti
de’propri poderi, sofferti in tempo di guerra, gli potrà riscontrare nella
Cancelleria della Città medesima, ove originalmente se ne conservano i
documenti raccolti in un volume, volgarmente appellato il libro d’oro; come pure nel tomo 2. della storia Civile di Capua del
chiarissimo Granata, che io qui per iscemar la noja a’miei Lettori di buon
grado gli strasando; se non che a patto alcuno dispensarmi non posso dal far
motto di un altro privilegio in materie ecclesiastiche, che la Città eziandio,
e i dilei Casali egualmente risguarda; affinchè si scorga, che non solo
nell’ordine civile; ma benanche nell’Ecclesiastico l’una, e gli altri una
medesima, ed indistinta università costituiscano. Adunque è da sapersi, che il
lodato Carlo il Grande allor che felicemente dominava in questo Regno, si
compiacque di fare istanza per mezzo del suo Ministro di Roma il Duca di
Cerisano al gran Pontefice Benedetto XIV., che tutti i beneficj Ecclesiastici
Residenziali della Città e della Diocesi di Capua, e le pensioni, che potessero
ad essi apporsi, si fossero in avvenire conferiti a’soli Cittadini nati, ed
oriundi della Città, e della Diocesi medesima; e di fatto il cennato Pontefice
accordò benignamente un tal privilegio con solenne Breve, che incomincia: Quo majores, spedito il dì 15. di Marzo dell’anno
1755., e poi bentosto esecutoriato dalla Real Camera di S. Chiara; nel qual
Breve leggesi così….. Pro parte Carissimi
in Christo filii nostri Caroli Utriusque Siciliæ, e Hierusalem Regis
Illustrissimi nobis nuper fuit humiliter Supplicatum, ut infrascripta beneficia
Ecclesiastica Capuanæ Civitatis e Diœcesis, nec non pensiones, quas super
ipsis, e eorum fructibus ac proventibus imposterum reservari contigerit, solis
Clericis, atque Præsbyteris ejusdem Capuanæ Civitatis, e Diœcesis, conferri, ac
eorum dumtaxat favore reservari posse statuendo concedere, e indulgendo
decernere dignaremur. Nos itaque caussas, quæ dicti Caroli Regis animum
impulerunt, ut nostram super hac re auctoritatem imploraret, debita
consideratione perpendentes, pensantesque eas æquitati e rationi consentaneas, illius Votis libenter annuendo ex
certa scientia nostra, e Apostolicæ Potestatis plenitudine statuimus e
decernimus, uc deinceps omnes e singulæ Dignitates, etiam post Pontificalem
Major in Cathedrali, e Principales in Collegiatis, ac ipsius Cathedralis, e
Collegiatarum Ecclesiarum Canonicatus, e Præbendæ, ac Mansionariæ, Cæteraque
Beneficia Ecclesiastica in dicta Cathedrali, e Collegiatis, ac Receptitiis
Ecclesiis in dicta Capuana Civitate, e Diœcesi consistentibus fundata e sita,
quæ Chori servitium annexum habeant, e personarum residentiam requirant, nec
non Parochiales Ecclesiæ in eadem Civitate, e Diœcesi existentes, quotiesque, e
quandonque illa e illæ deinceps per cessum, vel decessum, seu liberam, seu
conditionalem resignationem, aut privationem, seu quamvis aliam dimissionem,
vel amissionem, e quovis modo ex
quorumvis Personis etiam nostrorum e successorum nostrorum Romanorum Pontificum
pro tempore existentium, vel cujusvis S. Romanæ Ecclesiæ Cardinalis etiam tunc
viventis Familiaribus, e continuis commensalibus, vel nostris, e Sedis
Apostolicæ Notariis, Protonotariis nuncupatis, aut alias quovis modo
qualificatis, e reservationem, aut affectionem Apostolicam inducentibus, e tam
in mensibus Nobis, e Successoribus nostris prædictis reservatis, quam in aliis
ordinariis nuncupatis, ac etiam apud Sanctam Sedem Apostolicam vacaverint,
illorumque, ac illarum collatio, provisio, ac omnimoda dispositio sive ad nos,
e prædictos nostros successores, sive ad Venerabilem Fratrem nostrum modernum,
e pro tempore existentem Archiepiscopum Capuanum, aut alios Prælatos, e
inferiores Collatores, seu præsentatio Personæ idoneæ, ac alias certis modo, e
forma qualificatio ad aliquas personas Ecclesiasticas, etiam per modum
Collegii, e per secreta suffragia, aut aliquam personam Ecclesiasticam
singulariter, dictis reservationibus, e affectionibus Apostolicis cessantibus,
respective spectat, e pertinet, nonnisi Clericis, seu Presbyteris in eadem
Civitate, vel Diæcesi Capuana ortis, vel oriundis tam per nos e successores
nostros Romanos Pontifices pro tempore existentes, quam per archiepiscopos,
aliosque Prælatos e inferiores Collatores prædictos conferri, e ad illos, e
illa per personas seu personam Ecclesiasticam hujusmodi nonnisi Clerici, seu
Præsbyteri, ut præfertur, qualificati ejusdem Capuanæ Civitatis, seu Diœcesis
eligi, nominari, seu præsentari possint, e valeant. Utque etiam pensiones annuæ
super dictarum Dignitatum, Canonicatuum, e Præbendarum, Mansionariarum,
aliorumque Beneficiorum, Chori servitium annexum habentium, ac personalem
residentiam requirentium, nec non Parochialium Ecclesiarum hujusmodi fructibus,
e proventibus quibuscumque Apostolica auctoritate reservandæ, nonnisi in
favorem Clericorum, seu Præsbyterorum prædictæ Civitatis, vel Diœcesis eadem
auctoritate reservari queant, ita ut ram dictæ Dignitates, * Canonicatus, ac
Præbendæ, nec non Mansiorariæ, Cæteraque Beneficia prædicta servitium chori
annoxum habentia, e personalem residentiam requirentia, dictæque Parochiales Ecclesiæ,
quam pensiones super illorum e illarum fructibus, redditibus, e proventibus
dicta Apostolica auctoritate, ac earumdem tenore præsentium concedimus, e
indulgemus. Ac propterea dicto Moderna, ac pro tempore existenti Archiepiscopo
Capuano, ac Ecclesiæ Capuanæ Præsulibus, seu Administratoribus pro tempore
existentibus; nec non aliis Prælatis, e inferioribus Collatoribus, ad quos
cujusvis ex Dignitatibus, Canonicatibus, e Præbendis Mansionariis, ac
Baneficiis Choralibus e residentialibus, seu Parochialibus Ecclesiis prædictis
Collatio, Provisio, e Dispositio præfata, nec non Personis Ecclesiasticis, ad
quas seu communiter, sen particulariter electio, nominatio, seu præsentatio ad
illas e illa, cessantibus reservationibus, e affectionibus prædictis, spectat,
e pertinet, eisdem auctoritate e tenore districte inhibemus, ne de illis
quandocumque ut præfertur, vacaverint, in favorem Clericorum, e Præsbyterorum
qui prædictæ Civitatis, vel Diœcesis non sint, etiam sub Clypeo quorumcumque
privilegiorum, e indultorum ipsis Præsulibus e Collatoribus ab Apostolica Sede
Prædicta sub quibuscumque tenoribus e formis forsan concessorum providere aut
alias de illis disponere, seu respective ad illa, e illas Clericos, seu
Præsbyteros, qui præfatæ Civitatis, aut Diœcesis Capuanæ non sint, eligere,
nominare, seu presentare audeant, vel præsumant; decernentes ex nunc omnes, e
singulas collationes, provisiones, e quasvis alias dispositiones de prædictis
Dignitatibus, Canonicatibus, e Præbendis, Mansionariis, aliisque Beneficiis Choralibus,
e Residentialibus hujusmodi, dictisque Parochialibus Ecclesiis, nec non ad
illa, e illas electiones, nominationes, e præsentationes, ac Pensionum
quarumvis super eorum e earum fructibus, reditibus, e proventibus reservationes
præter, e contra præsentium litteralem tenorem, eticam per Nos, e sedem
prædictam, seu alios quaslibet faciendas, nullas, e invalidas, nulliusque
roboris, e momenti fore, e esse, nullumque per eas cuique jus acquiri, vel
etiam coloratum titulum possidendi, seu respective pensiones hujusmodi exigendi
tribui posse; præsentes quoque Litteras semper e perpetuo validas e efficaces
esse e fore e c. Datum Romæ apud Sanctam Mariam Majorem anno Incarnationis
Dominicæ 1755. Idibus Martii, Pontificatus nostri anno XV.
Rimane omai per quel,
che abbiamo divisato, fuori d’ogni controversia la generale egualità de’dritti,
e delle prerogative, che competono ad un’ora tanto a Capua, che a’di lei
Casali, come constituenti un sol comune; la quale egualità viemaggiormente si
conferma dalla chiara, e incontrastabile dottrina del celebre Regente Sanfelice
nella decis. 189. num. 6. in cui così si legge: Casalenses quamvis extra moenia, e suburbia Civitatis sint, tamen
VERE CIVES ipsius Civitatis sunt, e gaudent omnibus honoribus, privilegiis,
commoditatibus, quibus gaudent ipsimet Cives e c. Finalmente da i privilegj
già rapportati, e più ancora dagli altri molti, che per amore della brevità ho
lasciati nella penna, apparisce altresì, che la Diocesi, ossia il contado di
Capua, fra tutti gli altri del Regno cotanto contraddistinto insieme colla
Città da’Serenissimi Re di Napoli, si sia renduto per tal verso, piucchè
qualunque altro, ragguardevole, e singolare; quindi è, che non dee recar
maraviglia, se molte ricche e nobili Famiglie, che si veggono in esso dimorar
tuttavia con fasto e splendidezza, non curino di trasferire il loro domicilio
in Città laddove al pari di ogn’altra Famiglia Nobile far potrebbono la stessa
luminosa figura; poiché mercè de’sopraddetti privilegj non van soggette a
veruna taccia benchè frivola, ed apparente, che la Gente di corto pensare suol
dare a quelli, che vivono ne’Villaggi; tanto più, che ci è tra loro l’antico,
ed universal costume di educare i proprj Individui nella Capitale del Regno;
ond’è, che poi si ammira in esse la stessa politezza di maniere, e lo stesso
signoril trattamento, che in ogn’altra Nobile Famiglia delle Città più culte si
osserva. Senzachè non v’ha chi possa a buona equità negare, che il vivere in
qualunque Villaggio non reca punto di pregiudizio ai pregi di Nobiltà,
acquistati dalle Famiglie; giacchè vivendo esse anche in Contado, non le si può
contendere a patto alcuno il titolo di Nobili,
siccome avverte Gio. Giacomo Dongone, de
origine e jure Patriciorum lib. 3. Cap. III. ove scrive così: Accidit mos inveteratus, juxta quem ubique
ferme Locorum obtinet distinctio, ut Nobiles Urbani dicantur Patricii; Campestres vero, sive Ruri degentes Equitum,
sive speciali NOBILIUM nomine veniant,
qui mos pro veritate habendus. Quindi è che nella Francia prima della sua
rivoluzione i Signori più rispettabili non isdegnavano di vivere ne’Villaggi,
ove possedessero de’poderi; anzi si pregiavano talora di aver sortito in quei
Luoghi i lor natali.
Ma è
tempo omai di metter fine a questa, quale che sia, dissertazione; il che faremo
conchiudendola con una breve descrizione del sito di Casapullo, e degli altri
pregi particolari, che gli conciliano un non picciolo riguardo in preferenza
degli altri Luoghi. Giace adunque questo Villaggio di Casapullo nel più bel
sito della nostra Felice Campania, che da Cosmo Anicio presso il Capaccio nel
Lib. I. Hist. Neap. vien chiamata Orbis
Sol, Ocellus, e nitor; in mezzo a una pianura più
florida e ridente in tutte le stagioni, e la più feconda di ogni sorta di
derrate, di cui Polibio così favella: Planities
circa Capuam (cioè l’antica) pars est
Italiæ totius nobilissima. Regio bonitate, atque amoenitate præstans; in
una comoda lontananza dalle falde degli ameni Colli Tifatini, ingombri di
sceltissimi oliveti, che a guisa di delizioso teatro gli fan corona; sotto il
clima il più soave, e temperato, che mai vi sia; adorno non solamente d’una
Chiesa Matrice, che ha sembianza di splendida Cattedrale, in cui si veggono
fondate insigni, e decorose Confraternite, e più antichi Beneficj patronati, ma
ben anche di altre esteriori, e nobili Cappelle; di magnifici Palagi; di
fruttiferi, e vaghi giardini (adiacenti ai nobili palazzi); di acque limpide, e
sincere, di strade spaziose, e lastricate di ben commesse selci; abitato da
duemila, e più cantinaja di Cittadini culti, in industriosi, di vivace, e
creativo ingegno, e dediti alle arti ed al commercio, ed oltre a questi da un
Clero numeroso, ed erudito, che in varj tempi ha dati molti Canonici mitrati
alla nostra Chiesa Metropolitana, e parecchi Parrochi alle Parrocchie sì della
Città, che di altri Luoghi della Diocesi; e finalmente abitato da alcune
antiche, e Nobili Famiglie; ragguardevoli e distinte e per gli antichi
Giureconsulti, ed altri Valentuomini, che in esse son fioriti, e per quelli,
che tuttavia vi fioriscono, e pel passesso di antiche Cappelle gentilizie[3],
fregiate de’loro proprj stemmi, (di alcuna delle quali, cioè di quella
dell’Immacolata Concezione di Nostra Donna, fondata da’miei maggiori nell’anno
1627. più celebri Canonisti de’secoli scorsi ne rapportano i privilegj); e per
gli antichi, e moderni parentadi, contratti con famiglie illustri, ed anche
originarie da cospicui sedili provinciali, come è quello di Cosenza, quel di S.
Marco di Trani, quello di Capua, quel di Sessa, e quello dell’antichissima, e
nobilissima Città di Messina (che contende il primato di tutto il Regno di
Sicilia di là dal Faro alla Città di Palermo del pari Nobile, ed antica,
intitolandosi la prima: Regni Siciliæ
Caput[4];
e per lo splendido, e decoroso mantenimento, che mercè le loro antiche rendite
patrimoniali han sempre usato di fare, lasciando io per non più dilungarmi, di
far parola di altri loro pregi anche maggiori degli accennati; i quali in parte
sono a tutti ben noti, e in parte possono rilevarsi da’documenti, che dalle
medesime famiglie si conservano; e qui si noti da passaggio, che le suddette
Famiglie Nobili fra le altre loro prerogative hanno il vanto di essersi sempre,
e costantemente mantenute fedelissime ai lor Sovrani; ed alcuni individui di esse
si sono anche segnalati in così bel pregio, come fu Giulio Antonio (de)Natale
bisavolo del Canonico della nostra Cattedrale D. Francescantonio, e de’suoi
fratelli, il quale Giulio Antonio essendo Alfiere di Cavalleria sotto il Re
Cattolico Filippo IV. d’Austria, Padrone allora di questo Regno di Napoli, nel
tempo dell’antica rivoluzione Popolare, detta volgarmente di Masaniello, mostrò il suo gran valore
nel combattere in difesa del suo Sovrano contra i Ribelli Napoletani, ed i
Francesi, siccome costa dagli onorifici attestati, che ne fecero più Supremi
Officiali di quei tempi, cioè il General Luigi Poderico, il Capitan di Corrazza
D. Pietro Vello-Molina, e ‘l Commissario Generale di nuova leva Cesare Zattara;
e per qui rapportarne alcuno, piacemi di trascrivere l’attestato di Cesare
Zattara, formato in lingua Italiana, essendo gli altri in idioma Spagnuolo:
Cesare Zattara, Commissario Generale della Cavalleria
della nuova leva di questo Regno di Napoli per S.M.
Fo fede di aver visto
servire a S.M. Giulio Antonio di Natale[5],
Alfiero della Compagnia di Cavalli del Capitano Paolo Murichio in tutte le
occasioni, che sono occorse nel tempo della rebulutione di questo Regno, come
fu nella intrata della Città di Aversa, nella scaramuzza di Marano, nella
rotta, che si diede al Popolo di Napoli a Scaffare, nella presa di S.
Anastasio, nella rotta, che se diede al Duca di Guisa en Aversa, in tutte le
sortite, che se fecero in Aversa, e Capua, e mi costa marciò colla sua
Compagnia a Orbitello in quelle Truppe, che andorno a soccorrere detta Piazza,
quando stava sediata da Francesi, e colla sua Compagnia prese una Torre
guarnita da Francesi, che fu di molta importantia. Fu impiegato molte volte a
riconoscere lo Nemico, e sempre ha dato intiera soddisfazione di tutto quello
li fu ordinato. Lo giudico meretevole di quella mercè, che Sua Maestà restarà
servita farli. Ed in fede ho la presente firmata di mia mano, segilata con il
segilo delle mie armi: data in Napoli a 28. di Ottobre 1648.: Cesaro Zattara”
Indi si vede impresso il di lui sigillo.
Né poi (tornando al
nostro intento) tutti gli odierni Individui delle suddette Nobili Famiglie
hanno punto tralignato dai lor Maggiori; giacchè egualmente, che questi, han di
presente lo stesso zelo, attaccamento, e fedeltà dimostrata alla Real Persona
del nostro amabile Sovrano Ferdinando IV. nella guerra sostenuta contro dei
Francesi nel 1799. e nelle turbolenze di questo Regno che l’hanno accompagnata,
e l’han seguita, avendo gl’Individui sopraccennati ben volentieri somministrato
non solo alle straniere Reali Truppe in massa, qua capitate, alloggi, viveri, e
quanto loro bisognava, ma molto più avendo ciò praticato colla Truppa in massa
di Casapullo, in ossequio, e servizio del nostro Re raccolta, e comandata
dall’altro Casapullese, e coraggioso Alfiere di Cavalleria Niccolò Jannotta,
che cinque, o sei anni addietro essendo marciato di real ordine con altra
Cavalleria in ajuto dell’esercito Imperiale, in Lombardia, fece ivi insieme
co’suoi commilitoni prodigi di Valore; il che lo stesso general nemico fu
costretto mal suo grado a schiettamente confessare, e come poi universalmente
lo attestarono i pubblici foglietti di là venuti. E a tal proposito, perché si
vegga sempre più qual presenza di spirito, e coraggio nutriscano i guerrieri Casapullesi,
io dirò un fatto veramente maraviglioso, ed è, che un giovinetto, chiamato
Elpidio Musone, di questo luogo, Trombetta della Real Milizia, essendosi
trovato a cavallo, solo in una strada, vide di lontano venir verso Casapullo
una Colonna di Francesi, che sortiti erano da Capua col reo disegno di
sorprendere, e di saccheggiare questo medesimo Villaggio; ond’egli lasciatigli
avvicinare, e scorrendo sù e giù col suo cavallo quella strada, toccò colla sua
tromba una strepitosa marcia militare. A quel suono bellicoso, ed improvviso
credendo i Francesi, che venisse contro di loro una numerosa Cavalleria,
voltate subito le spalle, disordinatamente si misero in fuga per rientrare in
Capua, ed evitare il gran pericolo di essere da quella immaginaria Cavalleria
circondati, e fatti in pezzi. E così il Musone venne in un certo modo a
rinnovare fra noi l’antico esempio di valore di Orazio Coclite, che solo sul
ponte Sublicio di Roma, al dir di
Livio, di Dionigi Alicarnasso, di Plutarco, e di altri autori, fece fronte ad
un intiero esercito di Toscani del Re Porsenna finchè alcuni suoi compagni non
ebbero l’agio di rompere il detto ponte dietro alle sue spalle per impedirne il
passaggio a quell’esercito, che assalir volea la stessa Roma, ed
impadronirsene.
Ma lasciando ciò in
disparte, non è egli da tacere, che oltre alle sovraccennate Famiglie Nobili
qui esistenti, hanno fatto in questo Villaggio di tempo in tempo anche
soggiorno diverse altre rispettabili Famiglie straniere, e fra queste la
rinomata famiglia del Balso, che nelle età passate vi possedeva un comodo
Casino nella strada detta della Arena
di contro alle amene pendici de’colli Tifatini, e la nobilissima famiglia
Molina de’Marchesi di Toccanisi, che venuta dalle Spagne in Regno da due secoli
e mezzo addietro, o là intorno, fissò qui in Casapullo il suo perpetuo
domicilio avendosi edificato un Magnifico Palagio nella stessa strada dell’Arena; ond’è che nelle antiche
numerazioni delle Università del Regno ritrovasi connumerata tra le famiglie di
questo luogo. Una tal famiglia frà gli altri gran Personaggi, che produsse,
diede una Viceregina alla Sicilia; e ‘l Sommo Pontefice Benedetto XIII. Orsini
con cui essa famiglia era in qualche grado di parentela, nell’andar che fece la
seconda volta in Benevento nell’anno 1729[6].
passando per di quà, l’onorò de’suoi colloquj, essendosi fermato colla sua
carrozza davanti al di lei Palagio. La medesima famiglia si estinse qui
ultimamente in persona del Marchese D. Pietro Molina.
Dimorò inoltre in questo Villaggio per buona parte della sua vita il
celebratissimo Camillo Pellegrino, da noi più volte citato addietro, il qual vi
ebbe un nobile Casino, o per dir meglio, un famoso Museo, in cui oltre ad una
gran quantità di antiche monete, d’idoli, di vasi etruschi, e di altri rari
e pregievoli monumenti, vi raccolse quanto mai potè rinvenire nel
Contado Capuano, e in altri luoghi di antiche iscrizioni, e specialmente
sepolcrali, di teste di marmo antiche, e di bassi rilievi, altri rappresentanti
varj giovinetti, ed altri alcuni artieri cogli strumenti dell’arte loro, le
quali cose in buon ordine disposte, fece incastrare nelle pareti del medesimo
Casino, e dalle quali dopo la di lui morte, quantunque in parte malmenate e
distrutte ha ritratto un grato pascolo l’erudita curiosità di Nobili
Viaggiatori, che son venuti a bel diletto ad osservarle. Egli adunque qui
dimorando solea tenervi frequenti, ed erudite conversazioni con diversi Amici
letterati, e fra gli altri con Erennio (de)NATALE il vecchio, rinomato
Giureconsulto di questa età. Qui ancora compose i celebri suoi Discorsi della
Campania Felice, e compilò la storia de’Principi Longobardi, che già diede alla
luce; e qui la di lui serva credendolo in una grave infermità già presso a
morte, eseguì l’incauto, e detestabile di lui comando di dare alle fiamme altre
stimabilissime opere da lui composte, ma non ancora pubblicate, fra le quali
eravi la storia di Capua in tre volumi distribuita, ed un trattato del Capuano
anfiteatro. Il suddetto Casino era stato vagamente rimodernato dal di lui
Pronipote D. Camillo Pellegrino, Patrizio Capuano, ma dipresente per una fatal
disgrazia è quasi ricaduto nelle primiera squallidezza. Similmente è stata usa
di far soggiorno in questo Villaggio la Famiglia Granata-Capua, Patrizia
Capuana, che vi possiede tuttavia un Comodo Palagio, e fra gli altri di lei
individui il fu Monsignor D. Francesco, Vescovo di Sessa, Autore della Storia
Civile, e della storia Sacra di Capua, il quale ben volentieri veniva ogn’anno
a respirare questo salubre aere per quel tempo, che il suo Sacro Pastoral
Ministerio gliel permetteva; anzi la di lui pronipote D. Antonia Granata Capua,
Dama di molto onesti, e virtuosi costumi, negli anni addietro qui s’impalmò con
D. Erennio (de)NATALE, terzo di questo nome, nipote del Canonico D.
Franescantonio, da noi di sopra mentovato. Potrei in ultimo soggiungere esser
concorsi a rendere viepiù celebre questo luogo più Consiglieri Governatori di
Capua, i quali successivamente per la maggior parte dell’anno qui risiedendo,
vi han tenuta pubblica Ragione; ond’è che di continuo si è veduto questo
Villaggio frequentato da ogni ceto di persone, che dalla Città non meno, che da
tutto il resto della Diocesi qui convenivano pe’loro affari contenziosi. Ma
quelche supera finalmente tutti gli altri pregi di questo medesimo Villaggio, è
appunto l’essere stato, alcuni anni addietro, spesse volte illustrato dalla
Real presenza, e dalla dimora di più ore del Serenissimo Real Principe delle
due Sicilie Leopoldo, e delle Reali Principesse di lui Sorelle Maria Cristina,
Maria Amalia, e Maria Antonia, le quali vennero mediante la gradevole, e
benigna permissione de’loro Augusti Genitori a visitare in casa del Canonico
della nostra Cattedrale D. Pietro Paolo di Stasio, e del di lui nipote D.
Gianfelice la prima, e savia loro Camerista, volgarmente detta l’Asasatta. D. Maria Luisa Micherou,
che quivi da più tempo si tratteneva a
respirare questo salubre aere; in memoria del quale onore ricevuto dalla casa
del cennato Canonico, e di suo nipote l’altro eruditissimo Canonico di lui
Collega D. Stefano Gaeta compose un elegante iscrizione da solpirsi in marmo, e
situarsi in fronte alla scala del Palagio Stasiano, che qui reco per corona di
questa mia Opericciuola:
FERDINANDO. IV. ET. MARIÆ. CAROLINÆ
DOMINIS. NOSTRIS. PIIS. FELICIBVS. AVGVSTIS
QVOD. IPSIS. ANNVENTIBUS
LEOPOLDVS. CHRISTINA. AMALIA. ANTONETTA
OPTIMÆ. SPEI. FILII
EX. CASERTANO. PRÆTORIO. ANIMI. GRATIA
DE. MORE. EGRESSI
IN HANC. STASIANAM. DOMUM. SÆPE. DIVERTERINT
VT. RARISSIMAM. FEMINAM. SALUTARENT
M. ALOYSIAM. MICHERVSIAM. SUAM. EDVCATRICEM
QUÆ. HEIC. E. CASAPULLENSIS. COELI. SALVBRITATE
RECIPERATÆ.
VALETVDINIS. VTILITATEM. PERCEPIT
PETRVS. PAVLLVS. STASIVS. CANONICVS. CAMP
FELIX. ET. RELIQVA. STASIORUM. FAMILIA
TAM. INSIGNI. AVCTI. HONORE
REGIIS. PARENTIBUS.
INDVLGENTISSIMIS
DEVOTI. NVMINI. MAIESTATISQVE.
EORVM
IL FINE

Cappella di Santa Croce
in Casapulla,
La strada a sinistra era
l'antica via Casa Natale chiamata dopo il 1627 Via Santissima Concezione dalla
chiesa omonima;
oggi via Giacomo Stroffolini
il secondo palazzo a sinistra
dopo la stada
è parte del complesso abitativo
dei de Natale
discendenti da Gennaro de
Natale (A.D.1600)
nel quadro sono rappresentati
tutti i ceti sociali
Il vescovo Michele Natale non
parente dei de Natale Sifola Galiani arringa la folla per sollevarla contro la
famiglia di Borbone
anno 1799
(quadro sito nella Casa Comunale)

EMBLEMA [7]
dei fratelli Gennaro
ed Alicordio
"
de Natale
A.D.1627"
L'emblema
dei patrizi de NATALE è algamonico, cioè parlante in quanto allude al nome
della famiglia che lo spiega. Il campo si dice scudo piano e può essere a volte rosso ed a volte azzurro
indifferentemente. Giovan Battista Vico per quanto riguarda il colore azzurro
in La Scienza nuova prima nel libro III capo XXX alla suddivisione 334
scrive: «...il più nobile di tutti i colori è l'azzurro, significante il
colore dei cielo, dal quale furono appresi i primi auspici cò quali furono
occupate le prime terre del mondo; onde vennero le insegne reali nè secoli
barbari, quali si veggono ornate in capo con tre piume; talché il colore
azzurro significa signoria sovrana ricevuta da Dio». Nel campo sono poste TRE
CORONE D'ORO disposte 1 e 2, che significa la disposizione ordinaria di tre
pezzi, uno dei quali verso il capo dello scudo e due verso la punta[8].
Le corone nell'arme furono introdotte come contrassegno di ricompensa al
valore, o di vittorie riportate o di reale origine. Essendo d'oro le corone
sono simbolo di forza, di fede, di ricchezza, di comando delle più elevate
virtù. Sul punto d'onore è posta una COMETA al naturale, ad otto punte
ondeggiante in palo. La cometa è una pezza di prim'ordine ed è una figura
naturale di tipo araldico. Il numero delle punte della Cometa ha significato di
fama; inoltre è simbolo di altezza, splendore, e gloria. La disposizione della
stessa, nello stemma, si dice in Palo, in quanto disposta verticalmente ed
occupa la terza parte di mezzo dello scudo. Si vuole che il palo rappresenti la
lancia del cavaliere oppure il palo che i feudatari facevano piantare dinanzi
al ponte levatoio in segno dì giurisdizione. Probabilmente la cometa significa
che i de NATALE parteciparono alle Crociate. Tutte le pezze sono
sormontate da una bandiera riportante il motto REGIBUS IPSE PAVOR. Lo
scudo è a testa dì cavallo. Esso si presenta accartocciato, avendo i lembi
accartocciati su loro stessi a guisa di cartoccio; è proprio degli uomini di
toga e di lettere, volendo la sua forma ricordare i rotoli di manoscritti e di
legge. Lo scudo è sormontato da una CORONA D’ORO PRINCIPESCA ARCAICA a
cinque punte di cui la punta centrale riporta un fiorone. Il tutto è
posto al centro di un manto di ERMELLINO che è il più nobile delle pellicce
araldiche; è indizio di alta nobiltà, perché serviva a foderare le vesti dei
personaggi eminenti. L'uso dell'ermellino sulle armi risale al secolo XIII e
non è molto frequente sulle armi italiane. Il Manto di Ermellino a tre
acchiappature due laterali ed una centrale più grande legate ciascuna con un
nastro svolazzante. Il lobo centrale è sormontato da tre grandi penne:
le laterali pendenti verso l'esterno e la centrale ritta che significano
autorità reale[9].
Stemma
"de Natale"
Secolo XV-XVI.
,
posto sulla volta di uno degli ingressi del complesso abitativo di detta
famiglia. L'ingresso è il primo a destra superata la chiesa della Santissima
Concezione provenendo dalla piazza.
Descrizione Emblema
Inquartato
al 1° di rosso, a tre corone d'oro poste due ed una, sormontate in capo da una
cometa[10]
ad otto raggi al naturale posta in palo. Al 2° d'azzurro con mezzaluna
crescente d'oro rivolta a sinistra posta in capo al cantone sinistro
accompagnata a destra da due stelle al naturale ad otto raggi. In basso il sole[11]
di rosso figurato dal volto umano posizionato a mezzogiorno sorgente dal mare
azzurro, contornato di 16 raggi d'oro, metà dei quali diritti e metà
serpeggianti. Al 3° d'azzurro, alla banda d'oro[12].calante
da sinistra a destra, sormontata da una cometa al naturale ondeggiante in palo,
tra due stelle ad otto raggi sempre al naturale. Al 4° d'oro alla croce rossa[13]
caricata da cinque bisanti[14].
Gli stemmi dei SIFOLA e dei GALIANI incorporati in quello dei "de NATALE" sono armi di sostituzione in quanto furono assunte per l'estinzione delle famiglie di cui si è assunto il cognome. La famiglia de NATALE SIFOLA GALIANI ebbe origine nella metà del 1700 nella persona del dott. di legge, cavaliere Gerosolimitano m.se Bernardo Maria. Detto don Bernardo nacque in Casapulla, diocesi di Capua, il 06/08/1775*[15]. Fu battezzato nella cattedrale del luogo dedicata al vescovo Sant'Elpidio, figlio del m.se Marco Marcello Maria de NATALE SIFOLA[16]e della m.sa Anna Maria GALIANI[17].. Il ramo maschile è "de NATALE", le cui più antiche origini risalirebbero a Lucera di Puglia, dove avrebbe goduto gli onori della più alta nobiltà. Apparterrebbero[18] a questa famiglia personaggi illustri, quali: …Costantino NATALE sic dicencium quod excellens dominus Comes Sinopulis de facto et absque aliqua iusta… ecc; Datum in Terre Sancte Euphemie, Il iunii prime indictionis 1453[19], Alberto cardinale di S.R.C., Pietro vescovo di Aquileia, Gerardo generale dell'ordine domenicano, Protasio generale dell'ordine degli olivetani, Girolamo NATALE(NADAL) 1507/1580 teologo gesuita coadiuvò Sant'Ignazio di Loyola nella compilazione della costituzione della Compagnia di Gesù e ne curò la divulgazione. Fu teologo del Papa presso la dieta di Augusta e presso il Concilio di Trento, nonché rettore del Collegio Romano. Illustri personaggi nella dignità militare furono NATALE(de) JOVE signore in Calabria che entrò in conflitto col marchese di Crotone della potente famiglia CENTELLY[20] e lo sconfisse, Ferdinando signore di Palate e Tavenne nel contado del Molise, Raimondo che al tempo di Re Roberto e della Regina Sancia fu da questi mandato al Re di Cipro per negoziati[21], Antonio de NATALE delle falangi moderatore dello stesso Re Roberto[22], U.I.D. Giovan Geronimo applicato nella disciplina legale fu decorato prima della carica di Avvocato Fiscale del Real Patrimonio di Napoli nell'anno 1610 e poi nel 1617 di Presidente del Tribunale della Sommaria, sposò l'unica figlia del marchese D'Apice dell'illustre famiglia GALLUCCIO del Seggio dei Nido[23]. Altri avvocati fiscali della stessa famiglia furono altro Geronimo che si sposò in Veglio provincia di Lecce che fu fiscale dell’udienza di Lucera città principale di Capitanata. Questi generò Cesare e Raimondo soprannominato Mondillo, che sposò in Veglio provincia di Lecce con donna nobile di casa Capece chiamata donna Isabella, don Cesare divenne uno dei più eruditi ed eccellenti avvocati che si siano veduti nei tribunali di Napoli e nel 1689 fu decorato da S.M. della carica di Presidente della Regia Camera della Sommaria. La di lui figlia sposò Matteo Vernassa Marchese della Terra d'Acaja[24]. La famiglia de NATALE fu imparentata con le nobili famiglie CARAFA, d'ALESSANDRO, FREZZA e nel 1627 il giorno 17 del mese di novembre fu ascritta al Seggio di San Marco di Trani. Altro componente della famiglia fu don Orazio de NATALE Barone di FORCELLE. Per le disavventure che accadono ai regni, alle città ed alle famiglie i de NATALE passarono altrove, alcuni si trasferirono nella provincia di Lecce con Giovan Geronimo che godeva gli onori dei sedile di questa città e da cui discesero molti togati tra cui don Cesare Regio Consigliere; altri passarono nella stessa provincia di Bari e probabilmente[25] GENNARO con il fratello ALICORDIO Canonico della chiesa Metropolitana di Capua si trasferirono nel territorio di CASAPULLA[26]. In una lettera[27] indirizzata al Sig. D. Tommaso Jannotta, parroco della venerabile chiesa di Sant’Elpidio in Casapulla, alla pagina 12 si legge ... veggo che nella nostra patria anch’in questo c’è l’ordi