COLLANA
STORIA D'ITALIA
Fatti e personaggi
nella famiglia
Marchionale
de NATALE SIFOLA GALIANI
discendente dall’ Imperatore
CARLO MAGNO
Patrizi
di Trani del Seggio di San Marco, baroni di Pietrapertosa, baroni di Ormeta, patrizi
di Casapulla, marchesi di Palazzo di Napoli, dei principi Colonna Romano di San
Giovanni a Teduccio già marchesi di Altavilla (Silentina) e baroni di Palizzi e
Pietrapennata in Calabria e grandi feudatari in Sicilia.
Con riferimenti alle famiglie
Menicillo di Macerata (CE), Marzano di Sessa Aurunca e
Caserta, de Rath di Caserta, Barile, Buonpane, Capece, ecc.Studi e ricerche
di
Ferdinando de NATALE SIFOLA GALIANI
Stemma
dei marchesi
de NATALE GALIANI
ossia
de NATALE SIFOLA GALIANI
A mio padre Giovanni
Avendo il
desiderio di entrare a far parte dell'Ordine
dei Cavalieri di Malta, come lo fu già il mio avo Bernardo, alcuni anni
fa, andai all'Aventino per
chiedere delucidazioni per l'ammissione a tale ordine: come persona
appartenente a famiglia patrizia. In questo luogo stupendo da cui si gode una
bellissima veduta della città eterna con una meravigliosa inquadratura della
cupola di San Pietro, incontrai il marchese Serlupi, il quale, con molta
affabilità e cortesia, dopo un breve colloquio, mi disse che quanto chiedevo
sarebbe stato possibile preparando una attenta documentazione probatoria.
Questa fu l'opportunità che mi spinse a visitare ed a mettermi in
corrispondenza con chiese, biblioteche, archivi di stato e archivi diocesani,
dove ho potuto fotocopiare: pubblicazioni, documenti e richiedere persino
fotografie di ritratti di alcuni miei avi e parenti conservati presso il museo
di San Martino di Napoli. Per la realizzazione di questa opera ringrazio il mio
amico casapullese don Felice Provvisto, parroco della Parrocchia di San Tammaro
(San Tammaro) diocesi di Capua, per la genealogia de NATALE, de NATALE
SIFOLA, de NATALE SIFOLA
GALIANI e per la Dissertazione
Istorica di Casapulla; mia zia Teresa, prof. di lettere e pianista
sorella di mio padre, che mi fornì la fotocopia del libretto La famiglia dell'abate Galiani ed
alcuni spartiti di musica del Barone Celestino Galiani di Montoro
Superiore(SA), dove sono riportate le dediche di detto barone alle sorelle di
mio nonno Carminio, Rosa, Margherita e Giovanna[1];
padre Goffredo dell'archivio Diocesano di Napoli per alcuni processetti pre
matrimoniali di miei avi; i funzionari degli archivi di stato di Roma-Eur e di
Trani per i documenti ivi conservati; i funzionari dell'Archivio di Stato di
Parigi per la loro cortesia e disponibilità. Da questo lavoro ho compreso che
dando un significato ai valori ed ai simboli delle famiglie, si riscopre la
storia e la cultura, e ci si riappropria del passato.
PIANTA DEL COMUNE DI CASAPULLA E
PAESI LIMITROFI FINE '700 PRIMI '800.
Base del 1815 - Aggiornamento ferroviario del
1886 - Autore: F.G.M.Collocazione
Biblioteca Campana.Capua,.documenti
anteriori al 1870.
…è nei ricordi che
troviamo noi stessi e quelle parti di noi che ci hanno fatto diventare quel che
siamo…Ed è nell'amore per il passato che troviamo
l'impegno per il presente e la speranza per il futuro…
(M.Shain).
La culla, del ramo
maschile, della mia famiglia de NATALE (Natalis), è stata dal XIII
al XX secolo il casale di Casapulla presso Capua. Questi sorge sul territorio
che fu interessato alla realizzatione della centuriazione dell’agro campano che
avvenne in epoca immediatamente posteriore alla fine della seconda guerra
punica, quando l’agro campano divenne ager
publicus. Detta centuriazione dovrebbe risalire
almeno al
CASAPULLA: Veduta
dall'Autostrada A1
Di questo villaggio ne parlano vari autori
antichi tra cui l’abate Vincenzio Maria NATALI-SIFOLA[2], dottor di Leggi de' Marchesi di questo cognome, nel libro: Dissertazione Istorica sull’Antica Esistenza di un Tempio di Apollo in
Casapulla[3].
CASAPULLA: Veduta
dalla Nazionale Appia anno 1960
Lo studio monografico
di questa opera inizia con l’
AVVERTIMENTO DEL
MARCHESINO
BERNARDO NATALI SIFOLA GALIANI[4],
Cavaliere di divozione del sacro Militare Ordine
Gerosolimitano
ALL’ERUDITO, E
BENEVOLO LETTORE.
Don Bernardo ci informa in che modo è riuscito a
convincere lo zio a produrre la seguente opera:
Era
già scorso qualche anno, dacchè l’illustre mio zio paterno l’Abate D.Vincenzio Maria NATALI GALIANI, dottor dell’una, e
l’altra Legge, avea composta questa Istorica Dissertazione col disegno di pubblicarla per compiacere
alcuni Amici, siccome scorgerassi dalla lettura del di lei proemio, quando sì
per le sue passate letterarie applicazioni, sì per la forte, ed innata sua
ipocondria essendo stato sopraffatto da una nojosa languidezza la barbara
risoluzione da lui presa di non volerne saper più nulla, con una dolce, e
rispettosa violenza gliela cavai di mano, e di proprio pugno mi posi a
trascriverne i due primi capi, ed a distrigarli dalle molte cassazioni, che gli
rendeano quasi inintelligibili. A questo egli si scosse alcun poco, indi
deliberò di compiacermi, a patto però che io da lui non dovessi sperar note né
fatte, né da farsi, ma soltanto una superficiale limatura del nudo testo; e
perchè al dir di Orazio nel Lib.I. Epist.1.:
Est quadam prodire
tenus, si non datur ultra;
Io accettai la sua promessa; Laonde Egli misesi a limarla, e ad
aggiugnervi, e scemarne quelche più credette necessario. Eccovi dunque, mio benevolo
Lettore, la dissertazione, di cui finora vi ho parlato; nella quale fra le
altre cose interessanti ritroverete alcuni punti di Storia patria messi dal
suddetto mio zio in maggior lume, ed in chiarezza maggiore di tutto il corpo, e
da un gran mancamento di forze fisiche, né quella ritrovandosi peranche da lui
limata e corredata delle molte note, che egli in parte avea distese, ed in
parte divisava di distendere, l’avea perciò già condannata ad esser pascolo di
tignuole, e ad una eterna dimenticanza. Io, a cui forte rincresceva il veder
perire le non picciole fatiche da lui durate nel comporle, lo pregai più volte
a volerla limare a poco, a poco secondo che le sue fisiche indisposizioni gli
permettevano; perché poscia io mi avrei preso il pensiere di farla imprimere;
ma egli immobile nel suo proposito:
Quam fi dura filex, aut stet Marpesia cautes;
Nè punto, nè poco prestava orecchio alle mie
preghiere: dicendo, che la Repubblica letterata non avrebbe alcun danno
risentito dalla suppressione di questa sua Opericciuola: per la qualcosa
veggendo io non potere espugnarla (MANCA LA PAGINA N°5) quelche han fatto gli altri
Scrittori Capuani. Gradite intanto l’impegno, che ho avuto di porgervi alcun
pascolo non disgradevole di divertimento per qualche ora dopo il pranzo; e
vivete felice.
Verisimilia partim
movent suo pondere, partim, etiamsi videntur esse esigua per se, multum tamen
(movent) eum sunt coacervata.
Cicer. Partit. Orator.
In rebus tam antiquis si quæ similia veri sint, pro
veris accipiantur, satis habeam.
Liv. lib.V. Cap. XII. Num. 21.
……Si quid novisti rectius istis, Candidus imperti; si
non; his utere mecum.
Horat. 1. I. epist. 6.
Maxima de nihilo nascitur istoria.
Proper. 1. 2. ad Mæcen.
In tenui labor, at tenuis non gloria……..
Virg. Georg. 1. IV. Vers. 6.
Dell’ Autore
Nel sontuoso ristoramento intrapreso sin dall’anno 1789 dal
Comune di Casapulla della sua antichissima Chiesa Parrocchiale sotto il titolo
del Glorioso S.Elpidio,

Parrocchia di
Sant'Elpidio
la quale
e per la sua magnificenza, e pel nobile, e delicato gusto di architettura, onde
è stata già rabellita, apparisce di quante sono in queste Capuane Contrade la
più vaga, e la più leggiadra, venni io richiesto da chi per pubblico decreto
con generosa e fervida cura all’opera intenda, che una qualche iscrizione
composta avessi, che secondo il costume la di lei origine, il rifacimento, e ‘l
nome del Santo Titolare ne additasse.
E di fatto
essendosi quella debolmente da me composta sulla maggior porta della medesima
Chiesa così scolpita in marmo si legge:
TEMPLVM. HOC
OLIM. FANI APOLLINIS
FICTI. NVMINIS. RVDERIBVS SVPERSTRVCTVM
D. O. M.
IN. HONOREM. DIVI. ELPIDII. ANTISTITIS, AFRICANI
SÆC. CHR. V. DIVINA. AVRA
NAVIGIVM. ARMAMENTIS.
DESTITVTVM. GVBERNANTE
AD. CAMPANIÆ. LITTORA. CVM. SOCIIS.
APPULSI
PATRONI. PRÆSENTISSIMI. DICATUM
TEMPORIS. POSTEA. VETVSTATE. SQVALENS. ET. RVINOSVM
DECVRIONES[5]. POPVLVSQVE. CASAPVLLENSIS
ÆRE. PVBLICO. RESTITVENDVM
ET. AVGUSTIORI SPECIE. DECORANDUM, CURARUNT
ANNO. CI)I)CCLXXXIX.[6]
Alcuni amici stranieri di
gran riguardo avvenutisi per ventura in così fatta iscrizione, si son mostrati
bramosi di sapere, onde costi, che in Casapulla ci sia stato ne’ tempi antichi
un tempio di Apollo, sulle cui rovine innalzata si fosse la detta Chiesa
Parrocchiale. Or io veggendomi di onorato comandamento, per poter farlo nella
miglior maniera, che le dense tenebre dell’antichità, e la piccolezza del mio
ingegno mi permettono, e per disviarmi nel tempo stesso non senza qualche
utilità dagli studj più severi, ho preso volentieri il partito or che mi trovo
in Casapulla, di distendere la presente, qualeche sia, istorica dissertazione,
nella quale appunto m’ingegnerò di raccorre tutti quegli argomenti, che possono
indurci a credere senza difficultà, che qui nel vero esistette un Tempio ad
Apollo dedicato. E perché inoltre da quel tempio questo villaggio ebbe il
suo nome; proccurerò altresì di dare un breve non disgradevole ragguaglio di
tutto ciò, che non solo il nome, ma i principj, e lo stato ancora del villaggio
medesimo risguarda, distribuendo ne’ seguenti capi questa mia opericciuola; Nel
primo de’quali io proverò l’antica esistenza di un tempio d’Apollo in questo
luogo, e propriamente ove poi surse
CAPO I
Dell’antica
esistenza d’un Tempio di
Apollo nel luogo
stesso, ove poi
si edificò
chiale di S. Elpidio.
Tra i falsi numi,
che dalla cieca Gentilità riscossero culto, e adorazioni, non ve n’ha forse
alcuno, che tanto universalmente sia stato venerato, quanto Apollo, in guisa
che, come leggiamo nelle storie, quasi in ogni Città cospicua del Mondo allora
conosciuto vi erano de’ Tempj dedicati alla stessa falsa divinità; quindi è,
che in Roma dentro, e fuori delle sue mura, e molto prima di Roma nell’antica
Capua, fin dacchè non ancora avesse questa cominciato ad essere una delle più
grandi repubbliche del Mondo, come poi divenne, ebbe Apollo eziandio de’Tempj;
ma siccome è certo per testimonianza di molti antichi scrittori, e delle
antiche medaglie Capuane, che in queste nostre contrade sia stato Apollo tenuto
in culto, così da nessuno Capuano scrittore ci si addita altrove orma, o vestigio
di alcun Tempio di lui fuorchè in Casapulla. E nel vero che qui negli
antichissimi tempi ci sia stato un superbo Tempio ad Apollo dedicato, e
propriamente nel luogo, ove poi surse la Chiesa Parrocchiale sotto il titolo di
S. Elpidio, non puossi a buona equità negare da chi voglia por mente agli
incontrastabili indizj, che ne rimangono, e che io qui sono per rapportare.
Primamente adunque ci si offre ad osservare
un ceppo, ossia marmo terminale, che mostra avere un’età di molti secoli,
situato nel lungo, e largo atrio della cennata Chiesa, in cui si legge questa
doppia voce scolpita: Casapollo, che vuol dire Tempio d’Apollo, siccome appresso si farà chiaro; la qual voce leggesi benanche su due
antiche lapidi sepolcrali della stessa Chiesa, che appartenevano al Comune; e
che adesso nel di lei rifacimento sono state fuori di essa situate.
Secondariamente usa il villaggio di Casapulla un antichissimo stemma, che si
vede anche scolpito a basso rilievo sulle due cennate lapidi, il qual consiste
in un

Stemma
del Comune di
CASAPULLA
CE
Tempio, che ha
sembianza di Castello sovra di cui assiso il Sole spande intorno i suoi raggi,
val quanto il dire, che dinota appunto un tempio di Apollo; poiché a tutti è
ben noto, che Apollo fu da’Pagani per lo stesso nume che il Sole comunemente
tenuto, siccome attesta Cicerone nel lib. 3.
de nat. Deor. §. 20., laddove
scrive: Solem Deum esse,
Lunamque, quorum alterum Apollinem Græci, alteram Dianam putant. E Platone nel Cratilo osservando i nomi dati ad Apollo, e la ragione
di essi, pruova evidentemente non essersi simboleggiato in questo Nume, se non
il Sole. Perciò dunque egli fu chiamato
E'χαεργος, cioè che opera di lontano; non
essendo mai i raggi solari per la distanza debilitati, e
Λοξίας, perché ha obliquo cammino
nell'Ecclittica, e Фоϊβоς, dallo splendore
della sua luce; e Δήχιος, perché le cose occulte
ci manifesta; e fu creduto autore delle pestilenze, e della sanità, perché col
suo calore promuove in alcuni luoghi le pestifere esalazioni della terra, ed in
altri la feconda, e le fa produrre delle erbe medicinali, e tutto ciò, che al
sostentamento della vita si richiede; e Dio della musica, come centro del
sistema planetario, e della celeste armonia, che sognò Pitagora ne’movimenti
delle sfere, la di cui Scuola Italica, ed in essa spezialmente il celebre
Filolao di Cotrone, che fiorì 450 anni avanti l’Era Cristiana, coltivò l'antica
ipotesi, detta ora Copernicana, che suppone fisso il Sole nel centro del sistema planetario, e che la
Terra prima giri nello spazio di 24. ore intorno al suo asse, e poscia nello
spazio di un anno giri con moto spirale intorno al Sole. Questa ipotesi colla
dismissione della cennata Scuola Italico Pitagorica andò in oblio; ma poi fu
rinnovata dal Cardinal di Cusa nel suo libro De docta
ignorantia; indi da Niccolò Copernico, e dal Galilei. E
per tornare a noi, fu creduto anche Apollo inventore della cetra di sette
corde, cioè regolatore dei sette pianeti, che soli allora erano conosciuti; e
finalmente giovane di lunga, e non mai tosata capellatura, per ispiegar la
forza de’raggi solari. In quanto poi al Tempio, che nello stemma sopraccennato
ha figura di Castello, non s’ignora dagli Eruditi, che tralle altre forme, che
davano gli antichi a tempj de’ loro Dei nel costruirli era quella di un
Castello, o di una torre. E di fatto in
Cuma Città un tempo alla nostra antica Capua sottoposta, nel lato orientale di
un cole sorgeva appunto un Tempio d’Apollo, a guisa di una rocca, di cui parla
Virgilio nel lib. VI. dell’Eneade, laddove canta:
….Arces, quibus altus
Apollo Praefidet.
Il qual tempio era formato del sasso stesso della
Rupe, e come nella medesima incavato, siccome si ricoglie dall’orazione
Parenetica di S. Giustino Martire che fiorì circa a cento sessant’anni dopo
Virgilio sotto l’Imperatore Antonino Pio, e che afferma aver veduto questo
Tempio; e come da Agazia nel lib. I. della storia, ne’di cui tempi sembra che
sia stato distrutto, o ad uso di Rocca soltanto destinato. Né fa meno al
profitto, che in Troja aveva Apollo un altro Tempio nella Rocca stessa, ossia
Castello della Città, dove finge Omero, che questo nume avesse posto in sicuro
Enea, e che da Latona sua Madre, e da Diana sua sorella gli avesse fatto curar
le ferite, che ricevute aveva nel combattimento con Diomede. Ed in Atene
Minerva ancora aveva un tempio nel Castello di essa; onde leggesi presso Livio
nel lib. XXXI. Cap. XXVI. Num. 30. Eodem
scelere Urbem colentem hos Deos, præsidemque ARCIS Minervam petitam. E Giunone altresì
ne avea un altro nella Rocca Vejentana, come scrive lo stesso Livio nel. Lib.
5. Cap. 12 n.21. Cuniculus delectis
militibus eo tempore plenus in æde Junonis, quæ in Vejentana ARCE erat, armatos
repente edidit. Similmente in Alessandria di Egitto il Tempio di Serapide, che non ceda
in grandezza, e magnificenza, se non al Campidoglio di Roma, e secondo alcuni
eziandio l’uguagliava, era pur formato a mo’ di rocca, o cittadella, e come
tale appunto servì a quei sediziosi Idolatri, che si sollevarono contra i
Cristiani, essendo Imperadore Teodosio il Grande, e Vescovo di quella Città di
Teofilo, siccome narra il Cardinal Orsi nel tomo IX. Della sua storia
Ecclesiastica § XVII. Pag. 54., e ‘l Signor Le Beau nel tom. VI. Della
continuazione della storia del Basso Impero tradotta dal francese in italiano
idioma lib. 24. pag. 20. e 27. dell’edizione Nap. E in Apamea, una delle
principali Città della Siria, anche il Tempio di Giove esser doveva a modo di
Castello, mentre il lodato Signor Le Beau nel citato luogo pag. 40. così
brevemente lo descrive: “Questo era un solido,
e magnifico edificio, fabbricato di grosse pietre, legate insieme con ferro, e
con piombo; per demolire il
quale secondo gli ordini di Teodosio non vi volle meno di un miracolo del
Vescovo S. Marcello, come attesta Teodoreto, dopo esservisi impiegati con poco
frutto, ed i sudori di molta gente.
Finalmente in Atene, oggi detta Sertines, esiste tuttavia la
celebre Torre di Andronico, che appellavasi il Tempio de’ Venti, i quali erano
colà tenuti, piucchè altrove, in rispetto, e venerazione nella sommità della
qual Torre vi sono a basso rilievo mirabilmente, e con leggiadria, fantasia, e
greco gusto rappresentati gli otto principali venti, sei dei quali si
distinguono assai bene, ma gli altri due sono ricoperti
da un muro di un contiguo edificio fabbricatovi da Turchi, che nulla prezzano,
né conoscono la veneranda antichità. Di questa Torre favellò Vitruvio nel lib.
I. Cap. VI le cui parole piacemi qui rapportare secondo la nobile traduzione
fattane dal Marchese D. Berardo
GALIANI[8], suocero
del Marchese D. Marcello
NATALI-SIFOLA[9] mio
fratello. Ei dunque così traduce a pag. 35., «I più esatti (di coloro che
indagarono i venti) ne danno otto, frà quali specialmente Andronico Cireste, il
quale eziandio ne eresse in Atene per esemplare una Torre di marmo, a otto
facce, in ciascheduna delle quali fece scolpire l’immagine di ciascun vento
dirimpetto alla sua propria direzione: terninava la Torre in un lanternino di
marmo, sopra del quale situò un tritone di bronzo, che stendea colla destra una
verga, accomodato in modo, che dal vento era girato, e fermato dirimpetto al
soffio, rimanendo colla verga sopra l'immagine di quel vento, che soffiava:”
Veggasi la Mitologia dell’ab. Banier tradotta in italiano com. I. part. II.
Lib. II. Cap. V. pag. 427. dell’edizione nap. Annot. (a).
Oltre a quello che fin qui è divisato, si conferma, che d’Apollo il
Tempio, della cui antica esistenza in questo luogo or ora molte altre pruove si
addurranno, esser dovea costruito a modo di un Castello, o di una Torre, qual
si ravvisa nello stemma, di cui ragioniamo, dall’essersi lo stesso tempio con
tutta probabilità qui edificato dagli antichi Tirreni, o sieno Etrusci Campani;
giacchè di caratteri etruschi, o sian tirrenici si veggono fregiate le antiche
medaglie Capuane, appartenenti ad Apollo, che in queste contrade si sono
rinvenute, e si rivengono tutto dì. Ora i Tirreni aveano il costume di
fabbricare delle Torri, che essi i primi introdussero nell’Italia, onde
munivano le lor Città, dalle quali Torri trassero appunto il loro nome; come
avverte il Capaccio nel lib. 1. della storia Napoletana Cap. III. Laddove
scrive: Ad Tyrrhenorum mores
fortasse Lycophron resperit, qui turribus Civitates more græco munibant, hinc
quod Τύρσις, turris est, Tyrrhenos dictos asserit
Dionysius: E ‘l dottissimo Mazzocchi nella sua I. Tirrenica dissertazione rapportata nel tom. II. degli opuscoli, pag. 83. alla nota (I) anch’egli scrive così: Tirrhenos ipsos ab Turribus suum nomen mutuatos scimus: mostrando nella pag. 90. alla nota (I) che lo avessero preso
dall’Ebraico vocabolo,
הרוט Tira, sive
דוט Tur, che significa Arcem, Turrim……. . En quo Turris Latinorum,
Græcorum autem Tύρσις nata sunt :
Per la qualcosa egli è ben verisimile, che i medesimi Tirreni essendo
usi picchè ogn’altro Popolo di costruire quella sorta di edificj, avessero
eziandio a mo’di Torre, o di Castello il suddetto Tempio, ed altri ancora
edificati. Ma torniamo al nostro stemma. Or, che questo ci somministri una
delle più forti congetture, che qui fosse stato un Tempio ad Apollo dedicato,
d’intorno al quale ab antico esistito avesse questo villaggio, come appresso
meglio dimostreremo, non può recarsi in dubbio, se col lodato Mazzocchi noi
riflettiamo, che allorchè le Città, ed altre culte Comunità cominciarono a far
uso di siffatte insegne, ebbero in mira il farle alludere alle proprie antiche
origini, come di fatto la Città di Cadice, quantunque Cristiana, usa tuttavia
nel pubblico sigillo un Ercole con questa iscrizione. Hercules Cadium fundator dominatorque: siccome leggesi nel tom. XI. Biblioth. Selectæ Clerici, pag. 3. Dal che
deduce il lodato Mazzocchi, che lo stemma della Città di Capua, che rappresenta
una tazza con entro sette serpenti ritti in sulla coda, voglia significare che
i primi abitatori della nostra Campania (di cui Capua divenne la Capitale)
furono gli Opici; poiché colla razza s’indica la Campania, che un tempo era
appellata CRATER cioè tazza per la curvatura del suo littorale in forma di cratere, e
con quei serpenti si dinotano gli Opici, così detti quasi Opbici dal greco
őφις, che vuol dir serpente. Riscontrisi, se così piace, la
spiegazione, che il cennato scrittore fa del basso rilievo del Proscenio
dell’antico Teatro Capuano in fine del suo coment. in mut. Camp. amphit.
titulum pag. 159. della prima edizione. Gli altri indizj, che ne convingono
dell’antica esistenza in questo luogo d’un superbo Tempio, sono tante selci di
smisurata grandezza, parte delle quali compongono l’antichissimo muro
settentrionale della suddetta Chiesa Parrocchiale, e parte veggonsi impiegate
nel formare il primo ordine del di lei campanile, oltre ad un enorme
piedistallo quadrato, che senz’uso nell’atrio della stessa Chiesa si osserva;
le quali selci non furono certamente qua trasportate allorchè la medesima si
edificò; poiché nella sua rimota origine fu meno ampia della terza parte di
quel che è di presente, e fu di semplicissima architettura, la qual punto non
era alla grandezza di quelle moli rispondente: Né un ristretto villaggio benchè
antichissimo, quale era questo, dopo aver partecipato delle frequenti
desolatrici calamità avvenute alla vicina antica Capua, siccome appresso si vedrà,
potea soffrire l’esorbitante dispendio, che richiedevasi per l’acquisto, e
trasporto di quelle, e di altre ancora, che inutili e senza uso vi si veggono;
tanto più che con tenuissima spesa potea farsi condurre il tufo dalle vicine
miniere.
Ed è ancor degno di
riflessione, che nelle dette enormi pietre si veggono pur gli antichi incavi
per incastrarvi col piombo i ferri, onde tenerle ben connesse, non altrimenti
che erano unite insieme le pietre del Tempio di Giove d’Apamea da noi di sopra
mentovato; anzi in alcuni di questi incavi osservansi peranche l’estremità de
ferri, rotte nel piombo stesso, onde erano state incastonate; quindi è, che
bisogna pur confessare che siffatti macigni esser doveano qui presistenti, e
che pria formato avessero un gran Tempio degli Etrusci Campani ad onor di
Apollo edificato.
Il che confermasi viemaggiormente dall’essersi anche osservati, molti
anni addietro, sotto al pavimento della nave settentrionale della suddetta
Chiesa nella profondità di palmi 6., o là intorno, parecchi altri grossissimi
macigni, bene aggiustati, che ivi giaciono tuttavia sepolti; essendo stati gli
antichissimi Etrusci usi appunto di adoperare si enormi pietre nella
costruzione delle loro fabbriche, come quelli, che più badavano alla sodezza, e
perennità di esse, che alle decorazini, ed agli ornamenti; usati poi da’Greci,
e da’Romani; ond’è, che il primo de’quattro ordini di architettura il più
semplice bensì, ma il più robusto, e forte si appellò poscia Ordine Toscano, siccome avverte il Mazzocchi nell’edizione al cennato suo comment. In Mut. Campani Amphit. Tit. not. (78), pag. 136. della seconda edizione, dove parlando del primo
ordine di architettura del Capuano Anfiteatro, edificato dalla Colonia Capua
scrive così: Ad haec præter
Tuscanici Ordinis characteres, qui in ima columnarum serie deprebenduntur,
ipsum etiam structuræ genus ad Etruscæ architectonices ingenium, atque indolem
exigi posse mihi videtur: quippe cum non extimus tantum ambitus, sed e
quodcumque in interiore fabrica marmoreum est sane plurimum, e tam grandibus
vastisque saxis, seu verius rupibus compactum fuerit, ut nemo sit, qui non
obtutu obstupescat. A qui eum structuræ modulum
Etrusci observarunt, quantum quidem e Leone Baptista Alberto discimus,
qui prægrandibus quadratis lapidibus uti in publicis operibus vetusta
consuetudine Tuscos consuevisse Lib. VII. Cap. II. Suæ Architecturæ docuit,
exemplo ductus murorum Urbium Etruriæ nonnullarum, veluci Volaterrarum,
Fesularum ec. Indi dando ragione perché
Tralascio poi di far parola delle altre grandi selci scorniciate, delle
basi di colonne di bianco marmo, e degli spezzoni di gran cilindri di granito
orientale, che fin’ora si son veduti dispersi in varj luoghi di questo
villaggio, e che del tempio d’Apollo esser doveano ancor reliquie. Ma non sono
da trasandare due rottami di fabbrica laterizia, che formano l’ingresso
nell’atrio di questa Chiesa dalla parte di Settentrione, il quale ingresso era
forse uno di quei, che al detto tempio introduceva; poiché egli è ben risaputo,
che ove incontransi fabbrica a mattoni perpendicolari, o a scacchi, o a
romboide, ivi sieno manifesti segni d’una rimota antichità. Né poi qui mancano,
oltre alla tassellata; anche vestige di fabbrica romboidale, e propriamente nel
suddetto muro settentrionale della stessa Chiesa, sebbene ora nella di lei
rifazione sieno state inconsideratamente ricoperte di mistura di calcina, e
sabbia insieme colla maggior parte delle enormi selci di sopra mentovate; e
quel che è più da dolere, i cennati rottami non sono anch’essi per incontrare
sorte migliore; Poiché già da parecchi anni in qua dalla non repressa licenza
d’insolenti giovinastri appoco appoco disfatti, e malmenati attendono d’ora in
ora la lor totale demolizione per darsi nuova simmetria al detto Atrio, e così
perirà ben anche quest’altro antico monumento.
Finalmente per non ommettere un’altra osservazione,
che molto giova al nostro intendimento, aggiugnamo, che intorno all’anno 1726.
essendosi ritrovato trà lo sfasciume del Capuano Anfiteatro presso alla porta
meridionale un mezzo busto di marmo, attaccato a una parte dell’arcale,
rappresentante un bellissimo giovane crinito, e coronato di alloro, fu d’avviso
il Mazzocchi nel suddetto suo comment. Pag. 132. della prima edizione, che
fosse appunto un simulacro di Apollo
προςατηίγ, cioè presidente; poiché
siccome Diana era creduta presedere alla caccia, ed agli spettacoli de’gladiatori,
e delle fiere, che sotto il nome pur di Venagione
si comprendevano, così lo era benanche Apollo, che Euripide appella
άγρευτάυ ond’egli argumenta, che il
detto simulacro fosse stato situato sulla stessa porta meridionale, presso alla
quale fu rinvenuto, non altrimenti, che quello di Diana dovea esser collocato
sulla porta Boreale; e che siccome l’immagine di questa Dea era rivolta al suo
tempio nella pendice occidentale del Tifata, così quella di Apollo dovea
risguardare il tempio, che egli avea in Cuma: ma qui il Mazzocchi con sua buona
pace non dovea far tanto stancar la vista ad Apollo, col fargli portar lo
sguardo fino in Cuma per mirarvi il suo Tempio in così grande lontananza,
mentre Diana non istancava molto la sua per mirar il suo Tempio Tifatino: Per
la qual cosa è ben più verisimile, che Apollo col volgere un pochino i lumi a
sinistra avesse risguardato un altro tempio più vicino, cioè quello appunto,
che dovea avere in questo luogo, che pur era situato dalla parte di mezzo
giorno del suddetto Anfiteatro, sebbene alquanto verso l’Oriente, non essendo
neppur il Tempio Cumano situato perfettamente al cennato mezzo giorno; ma per
l’opposito verso l’Occidente. Quel’ che sin ora abbiamo detto, viene
avvalorato, da un altro avviso del medesimo Mazzocchi, il quale vuole, che la
Colonia di Capua, che edificò l’Anfiteatro, adottato avesse per suo Tutelare Apollo; or se è così, dovea
esserci di necessità in queste parti qualche magnifico, e superbo tempio allo
stesso Nume dedicato; ma in tutto il Contado Capuano non ven’ha orma, né
memoria alcuna, fuorchè in questo Villaggio di Casapulla; adunque qui senza
alcun dubbio, ed in si comoda vicinanza all’antica Città di Capua, doveva
esistere questo Tempio.
Ma
quello che finisce di convincerci dell’esistenza del medesimo in questo luogo,
è appunto la proprietà del sito; per intendere la qual cosa è da por mente al
costume degli antichi Idolatri d’innalzar de’tempj ad alcune false Deità in
certi luoghi determinati secondo i varj loro attributi, che da quei luoghi
venivano indicati. Ond’è, che ad Apollo soleano per lo più edificarglieli
ne’boschi; poiché al par di Diana, come di sopra è detto, ei presedeva alla
venaggione, ed altresì, perché Duce era, e maestro delle muse, che in luoghi
ameni e solinghi amavano di albergare. Quindi è, che il Cellario Geograph. Ant.
Lib. 3. Cap. III. Pag. 63. scrive, che nell’Eolia, e propriamente nella Città
di Grine vi era un Tempio di Apollo con Oracolo in un antico sacro bosco: di
cui facendo Virgilio menzione nell’Eglog. 6. v. 72. così canta:
His
tibi Grynæi Nemoris dicatur origo,
Ne
quis sit lucus, quo se plus jactet Apollo.
E Strabone nel lib. 14. dal greco trasferito in latino idioma scrive
similmente così.Colophon Urbs Ionica,
e ante eam Clarii Apollinis lucus.
E nel lib. 16. racconta che in Seleucia vi era un pago detto Daphne, divenuto famoso pel bosco, e per
i Templi, che in quello erano di Apollo, e di Diana. Pel modo stesso il
celebre Rueo nelle sue note al lib. II. dell’Eneade di Virgil. al vers.
785. osserva, che ebbe Apollo parimente un Tempio con un bosco nel Monte
Soratte nella Toscana, oggi appellato Monte
di S. Silvestro. E per qui tacere più altri tempj in altri boschi ad Apollo
consecrati, accenno soltanto quello che era tuttavia in piede nel sesto secolo
della Chiesa in Monte Casino nel Lazio Nuovo, cinto pure intorno intorno da
boschi, il quale al riferir di S: Gregorio il grande nel lib. 2 de’suoi
dialoghi Cap. VIII. fu cambiato in Chiesa da S. Benedetto, l’Idolo di Apollo fu
fatto in pezzi, l’Ara distrutta, ed i boschi furono messi a fiamme; affinchè (credo
io) non avessero gli Idolatri opportunità di fabbricarvi un nuovo Tempio.
Or ciò posto, era ben proprio secondo quel costume, che qui ad Apollo si
fosse il Tempio edificato poiché questo luogo negli antichissimi tempi venia
quasi da boschi circondato, cioè dalla parte dell’Oriente, e dal mezzo giorno,
siccome costa da un antica tradizione, anzi residui de’suddetti boschi sino nei
secoli a noi vicini son pur durati nella parte d’Oriente, come ben si ricoglie
da un istromento in pergamena del Monistero di S: Giovanni di donne monache di
Capua stipulato nell’anno 1408., in cui si fa menzione di un pezzetto di terra
data a cenzo, sterile, e boscosa nel
luogo detto Majano in pertinenza di
Casanova: qui si noti di passaggio che
il campo di Majano, che ora è nel distretto di Casapulla, dovea essere più
vasto, e giugnere fino a Casanova, che lo attraversa da Settentrione a mezzo
giorno; o piuttosto era la via dell’entrarvi, e dell’uscirne mentovata nel
diploma di donazione fattane al cennato Monistero da Roberto II. Principe di
Capua, di cui appresso farem parola. Similmente da altri istrumenti del
medesimo Monistero degli anni 1413., e 1450. rilevasi lo stesso, cioè che più
porzioni del suddetto campo all’Oriente di Casapulla erano in quel tempo
tuttavia boscose. Ma possiamo a vieppiù convalidare quanto sinora abbiamo detto
intorno al Tempio di Apollo coll’antichissima denominazione, che ne trasse
questo Villaggio di Casapulla, siccome nel seguente capo sì osserverà.
C A P O II.
Dal Tempio
d’Apollo, che qui era, que-
sto Villaggio fu
denominato Casa-
pulo, Casapollo,
e Casapullo,
indi
corrottamente
Casapulla.
Uno de’molti e diversi fonti,
onde i nomi delle antiche Città, e Villaggi derivarono, fu principalmente il
pubblico culto de’falsi Numi, che quelle o aveano adottati per tutelari, ed
a’quali innalzati aveano de'Tempj, o che si erano formate intorno a Tempj
stessi, trovati già costituiti. Quindi è, che il Mazzocchi nel suo Comentario
alle Tav. d’Eraclea, Part. I. Diatr. II. Not. (21), pag.79 così scrive:
Ηραχλέιον
significationem templi Heraclei exhibet.
A templis hujusmodi oppida circum coalescentia sæpe ortum e nomen traxerunt. Huc ergo e Heraclii hujus,
e aliorum ejusdem flexionis oppidorum
origo referenda est; sicuti e Herculaneum in Campania, videtur antea, Graecis
oram hanc obtinentibus,
Ηραχλέιον fuisse dictum. Similmente in Francia la Città di Parigi detta in francese Paris, ed in latino Parisii, trasse il nome da Iside,
che ne era creduta la protettrice, e che vi ebbe un Tempio, sulle cui rovine fu
la Chiesa dell’Abazia di S. Germano de’Prati dal Re Childerico edificata sotto
l’invocazione di S. Vincenzio. La Città di Dia
nel Delfinato fu così chiamata, perché ivi si onorava Dia, che molti credono essere stata la stessa, che Cibele; ed altri
secondo Strabone la medesima, che Ebe, Dea della gioventù. La Città di Feronia
situata appiè del Monte Soratte
acquistò il nome della Dea Feronia, che colà ebbe pure un tempio. Partenope,
oggi Napoli, fu appellata così dal tempio, e dal sepolcro della Sirena Partenope, che quivi si venerava. Venosa
fu così detta da un magnifico tempio, che ivi era a Venere dedicato, ov’era
ancora un tempio d’Imeneo di lei figliuolo, che poi fu trasferito al culto del
vero Dio. Massa Lubrense, situata sul promontorio, che prima in Greco
denominata Α’θηναιον, cioè Minervino dal tempio, ossia Delubro di Minerva, ivi fabbricato al
dir di Strabone da Ulisse, prese da un tal Delubro
l’aggiunto di Lubrense. Ercole fu così detto dal tempio
d’Ercole. Bellona dal tempio della Dea Bellona, e così tante, e tante altre
Città e Villaggi, che delle antiche false Deità conservano ancora il nome.
Ma piucchè da ogn’altro Nume,
da Apollo spezialmente trassero molti luoghi la lor denominazione. E nel vero
nella Tebaide occidentale vien situata da Tolommeo geografo la Città, detta Apollonopolis Magna, cioè grande Città
d’Apollo per distinguerla da Apollonopolis
Parva, che era nella Tebaide Orienale. Nel lido del Ponto Eussino eravi
similmente la celebre Città di Apollonia, colonia de Milesj, donde M. Lucullo
estrasse il colosso di Apollo, che collocò nel Campidoglio, siccome attesta
Strabone nel lib. 7. così leggendosi in latino: Apollonia est Milesiorum Urbs majore sui parte condita in parva insula,
in qua Apollinis fanum est, unde M. Lucullus Colossum Apollinis sublatum in
Capitolio collocavit. E Plinio parlando pure di un tal colosso, scrive così
nel lib. 34. Cap. VII. Talis est in
Capitolio Apollo translatus a M. Lucullo ex Apollonia, Ponti urbe, XXX.
Cubitorum centumquinquaginta talentis factus. Vi furono, oltre a questa,
altre Città dette Apollonie, che
presso gli antichi geografi si possono riscontrare.
Or che dal tempio dello stesso Apollo, che qui era, come di sopra è
dimostrato, abbia ancora questo Villaggio tratto il suo proprio nome, si scorge
ad evidenza, dacchè il medesimo ne’tempi antichi fu appellato Casapulo, Casapollo, e Casapullo,
le quali denominazioni tutte e tre suonano lo stesso; e di fatto che sia stato
appellato Casapollo, il marmo
terminale, e le due antiche lapidi sepolcrali, da noi recate nel capo
antecedente, abbastanza ce ne assicurano, come lo provano altresì alcuni
antichissimi istrumenti dell’età di otto secoli, cioè del fine del secol
decimo, ne’quali questo Villaggio trovasi denominato Casa Apollinis, siccome attesta il Dottor di Leggi D. Tommaso
Buonpane, Sacerdote d’intiera fede, in un suo picciolo Manoscritto di antiche
notizie riguardanti questo medesimo Villaggio, e’l di lui Santo Protettore
Elpidio, da lui raccolte nell’anno 1696.
In oltre che sia stato anche
appellato Casapulo, si ricoglie dal
diploma, ossia privilegio, che il Pontefice Alessandro III. Concedette ad
Alfano, Arcivescovo di Capua nell’anno 1173., rapportato da Michel Monaco nel
suo Santuario Capuano pag. 594 in cui leggesi così: In loco Casapuli Ecclesiam S. Nicolai, Ecclesiam S. Arpii. Che poi
questo nome Casapulo sia lo stesso
che Casapollo; ce ne convince fra le
altre una patera di bronzo etrusca dell’illustre Museo Borgiano in Velletri,
descritta da Arnoldo Heeren Bremense nell’esposizione, che egli fa del
fragmento d’una tavola marmorea del Museo medesimo, e propriamente nella nota
(c) pag.9. e seg., nella qual patera si osserva la favolosa nascita di Bacco
dal femore di Giove, e fra gli altri
personaggi, che ivi assistono vi si ravvisa Apollo, che ha il braccio destro
inserito nella clamide; e tiene colla sinistra un ramoscel di alloro; ma quel
che fa al nostro proposito, è , che si legge quivi il suo nome in caratteri
etruschi così: V٧V٨A, Apulu,
il qual nome nella stessa guisa si vede inscritto in un’altra patera etrusca
presso il Dempstero tom. I. tav. 3., che rappresenta Giove, Mercurio, ed
Apollo: Come altresì in molti altri vasi, e patere etrusche illustrate dal
Guarnacci, e da altri Scrittori dell’Etrusche cose. E qui si noti di passaggio,
che il Ch. Marchese Francesco de Attellis in una sua dotta Opera intorno alle cose sannitiche deduce
ancora il nome Apulia dall’etrusco Apulu, come quella Regione, che dalle
più lontane età essendo addetta alla pastura delle greggi, era ad Apollo, qual
pastore un tempo del Rè Admeto, consegrata.
Quindi adunque si fa chiaro, che
il nome Casapulo, sia lo stesso che Casapollo, anzi che il primo sia più
antico del secondo; dal che viemaggiormente si conferma quel ch’è detto nel
Capo antecedente, cioè che il tempio ad Apollo sia qui stato edificato dagli
Etrusci Campani: e perciò dovette quello appellarsi da principio il tempio di Apulu, usando gli Etrusci, ossian
Tirreni, invece della vocale O la lettera V, come avverte anche il Mazzocchi,
collect.X. pag. 548. dove scrive: Pro O
Tyrrheni V perpetuo usurparunt: Indi divenuta Capua Colonia de’Romani, ed
avendo adottato Apollo per Tutelare; invece dell’ Etrusco Apulu cominciò a pronunziarsi il latino Apollo, ritenendo nondimeno il volgo, tenacissimo delle antiche
denominazioni, la pronunzia di Apulu,
onde poi questo villaggio fu chiamato Casapulo,
e Casapollo, e finalmente
confondendosi l’una, e l’altra pronunzia, Casapullo,
e poi corrottamente Casapulla. E ciò
tanto più si rende manifesto, che nel linguaggio del nostro volgo si scorgono
tuttavia non dubbie tracce dell’antico Etrusco dialetto.
In ultimo, che sia stato questo
villaggio ancor chiamato Casapullo,
come testè accennammo, lo contestano molti autentici documenti di più secoli
successivi. E nel vero in un istumento in pergamena, che conservasi
nell’archivio del Monistero di S.Giovanni di Donne Monache in Capua stipulato
nell’anno 1294., ove si fa menzione di un pezzo di territorio, che il detto Monistero
dà a censo in pertinenze di S. Piero ad
Corpus, si dice, che il medesimo confina col luogo, detto al Bagno, e colla terra di Giovanni Perrone
de Villa Casapulli. In un altro
istrumento in pergamena, che nello stesso archivio pur si conseva, stipulato
nell’anno 1319. in cui una Congregazione della Chiesa di S. Andrea de
Partuslamano dà l’assenso ad una vendita di un territorio, situato nel luogo
detto Majano, che fa il suo censuario
Guglielmo di Presbìtero, si dice, che questi sia del Castello di Casapulo, e due altre volte questo
Villaggio pur Casapullo ivi si
appella.
In oltre nell’antica tassa delle
decime Papali, fatta d’ordine dell’Arcivescovo di Capua Stefano nell’anno
1375., dal sopraccennato Monaco riferita nel suo Santuario a pag. 602. è scritto
così: R.E.S. Nicolai de Villa Casapulli
in granis quindecim: Pel modo stesso in altri istrumenti del suddetto
Monistero, stipulati negli anni 1413. 1452. e 1473. costantemente si legge de Villa Casapulli; Come similmente in un
inventario solenne delle rendite, addette alla distribuzione del Capitolo
Capuano, fatto per mano di Notar Antonio de Cæsis nell’anno
Da ciò, che finora è divisato, ognuno vede a
chiaro giorno, che il nome di Casapulla,
che si dà ora a questo Villaggio, è un nome di epoca recentissima, così
corrotto dal volgo dall’antica denominazione di Casapulo, Casapollo, e
Casapullo, e quindi ancora si comprende quanto vadano ingannati alcuni, che
deducono questo nome a Casa-pulla,
seu Casa-nigra, quasi dir voglia,
villa nera, interpretando la voce Casa
secondochè suona presso i Latini per tugurio, villa, ed adducendo ancor gli
esempj di Casalba, quasi villa bianca, di Casanova, quasi villa nuova, di
Caserta quasi villa erta, perché sulla vetta di un monte edificata.
Ma per isgannare vieppiù costoro è da
avvertire, che non sol ne’secoli barbarici non molto lontani da noi, ma
benanche nell’età più alte colla voce Casa
spessissimo le Chiese, i Templi si appellavano, e che sia così, odasi
primamente il celebre Ducange, il quale nel suo Glossario sotto il vocabolo Casa dice fra le altre cose: Apud Barbaro-Latinos……Casa Dei Aedes Sacra,
Ecclesia. Chronicon Laurisbam. An. 779. Dum ipsa Dei vestita fuit ad præsens.
Capitul. Caroli C. tit. 9. Ut missi nostri…requirant de Cappellis e Abbatiolis
ex Casis Dei in beneficium datis: e poi conchiude, Occurri passim. E presso l’Autore della storia mutilæ expugnationis, pubblicata dal
Mazzocchi nell’epist. Ad Jac. Castellum
leggesi parimente: Excurrentes omni loco
tamquam lupi rapaces, expoliantes etiam Casas Dei; dove notò il Tafurio: quo nomine usi sunt Veteres ad significandas
Ecclesias. Che poi ancor ne’secoli più alti si ritrovi la voce Casa adoperata a significare una Chiesa,
un tempio, si ricoglie spezialmente dagli atti della discolpa di Ceciliano
Vescovo di Cartagine, e di Felice Vescovo di Aptonga, scritti ne’principj del
quarto secolo contra le false imputazioni dei Donatisti, ove leggesì così: Numquid Populus Dei ibi fuit? Saturnius
dixit: in CASA majore (i. e. Ecclesia) fuit inclusus. Veggasi il dottissimo
Selvaggi antiquit. Christ. Instit. Lib. 2. Cap. I. §. IV. Num. 5.
Quello adunque, che nel secolo
della purità della latina lingua si appellò Templum,
Aedes, ne’secoli della sua decadenza
si chiamò Casa, ond’è che Casapollo, e Casapullo vuol dir tempio d’Apollo, e non già villa nera: Ma Casalba che dir vorrà? Casalba ancora io
son d’avviso col chiarissimo Rinaldi nel citato luogo delle sue memorie
storiche di Capua, che voglia significare, Tempio
Bianco; poiché con tutta verisimiglianza ivi dovea esser situato il Tempio
Bianco mentovato da Livio dec. 4. lib.2. Cap. X. Che fu tocco dal fulmine: Aedes, quæ alba dicitur, veggendosi
tuttavia in quell’antico Villaggio, benchè ora ridotto a poche case, molti
antichi marmi qua e là dispersi, spezzoni di colonne, ed un rottame di fabbrica
ancora in piedi di antichissima struttura; quindi è, che non deve menarsi buono
a Monsignor Cesare Costa il sito, ch’egli dà nella sua topografia dell’antica
Capua al cennato tempio bianco, dal qual fa trarre il nome di Albana ad una delle sei porte, che
assegna alla medesima; poiché se
Il dottissimo Mazzocchi nella spiegazione,
che fa del Pagiscito d’Ercolano nel suo coment. in mut. camp. Amph. Titulum
pag.152. della prima edizione scrive, che sia incerto il sito, ove fu in Pago
Giovio; ma che dovea essere nelle vicinanze del Pago Ercolaneo, con cui formava
società; ma egli forse così scrivendo non ebbe sotto gli occhi le antiche
pergamene accennate dal Pratilli, in cui Casanova
vien appellata Casa-jove, né badò alla gran vicinanza, che questo villaggio ha
con quello di Ercole, il quale certamente dovette essere l’antico Pago
Ercolaneo, come ben osserva il chiarissimo Matteo Egizio nella sua lettera al
Signor Langlet du Fresnoy pag. 62. ediz. Nap. E non già Recale, com’egli il Mazzocchi crede nel citato luogo pag. 149.,
appoggiato soltanto ad una leggerissima congettura; cioè, che, pechè il marmo
contenente la legge pagana d’Ercolaneo, onde si stabiliva, che i Maestri del
Pago Giovio, se rifacevano a loro spese il portico del Teatro Erculanense,
ovrebbono ottenuto in quello il luogo più onorifico fra gli spettatori, perché,
dice, questo marmo fu trovato in Recale,
perciò Recale, nome distorto da Ercolaneo, dovette essere il medesimo Ercolaneo, e non già Ercole, non
sembrando verisimle, che da uomini, non curanti di antichità, sia stato colà
trasportato dalla distanza di due o tre miglia, quanto è lontano dal Villaggio
d’Ercole quello di Recale, a solo
oggetto di senciarne l’atrio d’una villa; ma con sua buona pace non v’ha cosa
più facile, che dileguare una siffatta difficultà; poiché primamente quel marmo
non fu trovato in Recale in qualche casa di contadino, che niente s’intendesse
di cose antiche, ma in una magnifica villa dei Padri Gesuiti colà esistente,
fra i quali ognuno sa, che vi fiorirono de’soggetti periti di ogni sorta di
letteratura; ond’è che, siccome nel collegio che in Capua possedevano, si
veggono per anche degli altri marmi contenenti altre antiche iscrizioni
raccolte altronde, così alcun dotto Gesuita, amante di antichità, potè far
trasferire il suddetto marmo da Ercole in Recale, che poi con l’andar del tempo
qualche ignorante Laico, amministratore di quella villa, non conoscendone il
pregio, impiegollo nel selciar l’atrio della villa stessa. Secondariamente
essere ancor potè un accidente il trasporto di quel marmo da Ercole in Recale;
perché dovendosi, quando facea mestiere, trasportare dai monti, prossimi ad
Ercole, le selci in Recale per lastricarne pavimenti, non essendovi allora l’uso
di tagliarle nel colle, detto di San Jorio presso il Volturno, i conduttori di
quelle osservando per ventura il suddetto marmo abbandonato, e negletto in
qualche angolo di Ercole, come suole avvenire, nel passare per di là poterono
imporlo in qualche loro Carretta, e insieme con altre selci condurlo in Recale.
Né poi abbiam bisogno di ricorrere a storcimenti di parole, come pretende il
Mazzocchi, per formarne il nome di Recale, qualora evvi il nome di Ercole, che conserva pura, e pretta
l’origine d’Ercolano; anzi al pari di
questo ne’tempi antichi dovette usarsi per significare lo stesso pago, poiché
presso Cicerone, ed altri Scittori di quest’età, i nomi primitivi egualmente
che i lor derivativi si ritrovano adoperati a dinotare i medesimi luoghi, come Pompeii, e Pompejanum, che secondo Baudrando significano
Oltrechè chi ci assicura che il
nome di Recale sia distorto da
Ercolaneo, e non sia piuttosto il nome di qualche ricca donna Longobarda,
appellata Regale, la quale con
qualche sua massa, o coorte, posseduta in quel sito, abbia dato l’origine, e ‘l
nome a quel Villaggio? Non è nuovo in queste parti il nome di Regale, divenuto proprio di qualche
donna ne’secoli trasandati; poiché nell’archivio del Monistero di donne Monache
di S. Maria in Capua n.2. e 3. si conserva un diploma di Giordano II. Principe
di Capua, spedito in Ottobre nell’anno 1126, e rapportato dal Rinaldi nel
tom.2. delle mem. Ist, d Capua pag.126., in cui Giordano conferma al cennato
Monistero il dominio di tutti i beni, ed oltre a ciò gli dona un territorio nel
luogo detto Asinu lungo il Volturno,
che pria si possedeva da una donna, chiamata appunto Regale, figliuola di Pandolfo
de la Patriciu, e vidua di un certo Giovanni, detto Comitis Palatii. E in un altro istrumento che consevasi nello
stesso archivio num.136. stipulato nell’anno 1305. si dà l’assenso dal detto
Monistero ad un tal Giovanni…. Della villa di S. Tammaro sovra tre pezzi di
territorio, situati nella villa di Arditella
(oggi forse corrottamente detta Lardichella)
fuori Capua per due once d’oro sotto la Badessa D. Regale.
Né poi mancano degli esempj, che
dal nome di una donna qualche Villaggio abbia tratta la sua denominazione;
poiché Michele Monaco nelle ricognizioni del suo fant. Cap. e propriamente in
una annot. Alla Bulla di Sennete Arcivescovo di Capua, spedita nell’anno
Non è però qui da tacere, che il
medesimo Mazzocchi nelle sue note latine alla Campania felice del Pellegrino,
stampate dal Gravier nel fine del secondo tomo, con miglior consiglio si
discosta alquanto dalla suddetta sua opinione, e si appiglia a quella, che è da
noi già stabilita, cioè che il Pago Ercolaneo era appunto dove è l’Ercole
presente, benchè non lasci d’inclinare più a Recale, che ad Ercole: Ei dunque
nella pag. 279. così dice: Pagus
Erculaneus in marmore, quod a me descriptum servatur, situs erat, credo, ubi
nunc Ercole, Capuæ Pagus; Sed potius ubi nunc Recale. Ma ritornando là onde
ci siamo dipartiti, conchiudiamo, che Casanova,
non vuol dir Villanova, ma è
piuttosto l’antico Pago Giovio, detto in latino Pagus Jovus, che trasse il nome dal tempio di Giove Tifatino; onde
poi fu appellato Casa-Jove, indi
corrottamente Casanova; e fu il compago di Ercolaneo, che è l’Ercole presente,
con cui formava società.
Rimane
adesso che indaghiam l’origine del nome di Caserta, che prima si pronunziava Casairta, come leggesi nella storia
Longobarda del Monaco Erchemperto num. XXIIX., laddove per la prima volta se ne
trova fatta menzione. Or questo nome non vuol dire certamente, siccome il volgo
crede, Casa in erto luogo collocata;
poiché la voce irtus non mai
s’incontra in autore antico, o de’tempi di mezzo in significazione di erto, essendo questa assolutamente della
volgar lingua, che a tempi de’ Longobardi non erasi per anche formata, ma è qui
piuttosto una voce affatto barbarica, che dal Rinaldi nelle sue cennate memorie
istoriche di Capua tom. 2. pag. 276.
si vuole derivata dal tedesco Hirsch,
che presso i medesimi Longobardi, da’quali usavasi quella lingua, dinotava il Cervo. Ed è ben plausibile la di lui
opinione, poiché sappiamo da Silio, Italico nel lib. XIII.: Che nel contado
Capuano si adorava una candida cerva, qual ministra di Diana Tifatina
Numen erat jam Cerva Loci, famulam-
que Dianæ
Credebant, ac thura Deum de mo