COLLANA
STORIA D'ITALIA
Fatti e personaggi
nella famiglia
Marchionale
de NATALE SIFOLA GALIANI
discendente dall’ Imperatore
CARLO MAGNO
Patrizi
di Trani del Seggio di San Marco, baroni di Pietrapertosa, baroni di Ormeta, patrizi
di Casapulla, marchesi di Palazzo di Napoli, dei principi Colonna Romano di San
Giovanni a Teduccio già marchesi di Altavilla (Silentina) e baroni di Palizzi e
Pietrapennata in Calabria e grandi feudatari in Sicilia.
Con riferimenti alle famiglie
Menicillo di Macerata (CE), Marzano di Sessa Aurunca e
Caserta, de Rath di Caserta, Barile, Buonpane, Capece, ecc.Studi e ricerche
di
Ferdinando de NATALE SIFOLA GALIANI
Stemma
dei marchesi
de NATALE GALIANI
ossia
de NATALE SIFOLA GALIANI
A mio padre Giovanni
Avendo il
desiderio di entrare a far parte dell'Ordine
dei Cavalieri di Malta, come lo fu già il mio avo Bernardo, alcuni anni
fa, andai all'Aventino per
chiedere delucidazioni per l'ammissione a tale ordine: come persona
appartenente a famiglia patrizia. In questo luogo stupendo da cui si gode una
bellissima veduta della città eterna con una meravigliosa inquadratura della
cupola di San Pietro, incontrai il marchese Serlupi, il quale, con molta
affabilità e cortesia, dopo un breve colloquio, mi disse che quanto chiedevo
sarebbe stato possibile preparando una attenta documentazione probatoria.
Questa fu l'opportunità che mi spinse a visitare ed a mettermi in
corrispondenza con chiese, biblioteche, archivi di stato e archivi diocesani,
dove ho potuto fotocopiare: pubblicazioni, documenti e richiedere persino
fotografie di ritratti di alcuni miei avi e parenti conservati presso il museo
di San Martino di Napoli. Per la realizzazione di questa opera ringrazio il mio
amico casapullese don Felice Provvisto, parroco della Parrocchia di San Tammaro
(San Tammaro) diocesi di Capua, per la genealogia de NATALE, de NATALE
SIFOLA, de NATALE SIFOLA
GALIANI e per la Dissertazione
Istorica di Casapulla; mia zia Teresa, prof. di lettere e pianista
sorella di mio padre, che mi fornì la fotocopia del libretto La famiglia dell'abate Galiani ed
alcuni spartiti di musica del Barone Celestino Galiani di Montoro
Superiore(SA), dove sono riportate le dediche di detto barone alle sorelle di
mio nonno Carminio, Rosa, Margherita e Giovanna[1];
padre Goffredo dell'archivio Diocesano di Napoli per alcuni processetti pre
matrimoniali di miei avi; i funzionari degli archivi di stato di Roma-Eur e di
Trani per i documenti ivi conservati; i funzionari dell'Archivio di Stato di
Parigi per la loro cortesia e disponibilità. Da questo lavoro ho compreso che
dando un significato ai valori ed ai simboli delle famiglie, si riscopre la
storia e la cultura, e ci si riappropria del passato.
PIANTA DEL COMUNE DI CASAPULLA E
PAESI LIMITROFI FINE '700 PRIMI '800.
Base del 1815 - Aggiornamento ferroviario del
1886 - Autore: F.G.M.Collocazione
Biblioteca Campana.Capua,.documenti
anteriori al 1870.
…è nei ricordi che
troviamo noi stessi e quelle parti di noi che ci hanno fatto diventare quel che
siamo…Ed è nell'amore per il passato che troviamo
l'impegno per il presente e la speranza per il futuro…
(M.Shain).
La culla, del ramo
maschile, della mia famiglia de NATALE (Natalis), è stata dal XIII
al XX secolo il casale di Casapulla presso Capua. Questi sorge sul territorio
che fu interessato alla realizzatione della centuriazione dell’agro campano che
avvenne in epoca immediatamente posteriore alla fine della seconda guerra
punica, quando l’agro campano divenne ager
publicus. Detta centuriazione dovrebbe risalire
almeno al
CASAPULLA: Veduta
dall'Autostrada A1
Di questo villaggio ne parlano vari autori
antichi tra cui l’abate Vincenzio Maria NATALI-SIFOLA[2], dottor di Leggi de' Marchesi di questo cognome, nel libro: Dissertazione Istorica sull’Antica Esistenza di un Tempio di Apollo in
Casapulla[3].
CASAPULLA: Veduta
dalla Nazionale Appia anno 1960
Lo studio monografico
di questa opera inizia con l’
AVVERTIMENTO DEL
MARCHESINO
BERNARDO NATALI SIFOLA GALIANI[4],
Cavaliere di divozione del sacro Militare Ordine
Gerosolimitano
ALL’ERUDITO, E
BENEVOLO LETTORE.
Don Bernardo ci informa in che modo è riuscito a
convincere lo zio a produrre la seguente opera:
Era
già scorso qualche anno, dacchè l’illustre mio zio paterno l’Abate D.Vincenzio Maria NATALI GALIANI, dottor dell’una, e
l’altra Legge, avea composta questa Istorica Dissertazione col disegno di pubblicarla per compiacere
alcuni Amici, siccome scorgerassi dalla lettura del di lei proemio, quando sì
per le sue passate letterarie applicazioni, sì per la forte, ed innata sua
ipocondria essendo stato sopraffatto da una nojosa languidezza la barbara
risoluzione da lui presa di non volerne saper più nulla, con una dolce, e
rispettosa violenza gliela cavai di mano, e di proprio pugno mi posi a
trascriverne i due primi capi, ed a distrigarli dalle molte cassazioni, che gli
rendeano quasi inintelligibili. A questo egli si scosse alcun poco, indi
deliberò di compiacermi, a patto però che io da lui non dovessi sperar note né
fatte, né da farsi, ma soltanto una superficiale limatura del nudo testo; e
perchè al dir di Orazio nel Lib.I. Epist.1.:
Est quadam prodire
tenus, si non datur ultra;
Io accettai la sua promessa; Laonde Egli misesi a limarla, e ad
aggiugnervi, e scemarne quelche più credette necessario. Eccovi dunque, mio benevolo
Lettore, la dissertazione, di cui finora vi ho parlato; nella quale fra le
altre cose interessanti ritroverete alcuni punti di Storia patria messi dal
suddetto mio zio in maggior lume, ed in chiarezza maggiore di tutto il corpo, e
da un gran mancamento di forze fisiche, né quella ritrovandosi peranche da lui
limata e corredata delle molte note, che egli in parte avea distese, ed in
parte divisava di distendere, l’avea perciò già condannata ad esser pascolo di
tignuole, e ad una eterna dimenticanza. Io, a cui forte rincresceva il veder
perire le non picciole fatiche da lui durate nel comporle, lo pregai più volte
a volerla limare a poco, a poco secondo che le sue fisiche indisposizioni gli
permettevano; perché poscia io mi avrei preso il pensiere di farla imprimere;
ma egli immobile nel suo proposito:
Quam fi dura filex, aut stet Marpesia cautes;
Nè punto, nè poco prestava orecchio alle mie
preghiere: dicendo, che la Repubblica letterata non avrebbe alcun danno
risentito dalla suppressione di questa sua Opericciuola: per la qualcosa
veggendo io non potere espugnarla (MANCA LA PAGINA N°5) quelche han fatto gli altri
Scrittori Capuani. Gradite intanto l’impegno, che ho avuto di porgervi alcun
pascolo non disgradevole di divertimento per qualche ora dopo il pranzo; e
vivete felice.
Verisimilia partim
movent suo pondere, partim, etiamsi videntur esse esigua per se, multum tamen
(movent) eum sunt coacervata.
Cicer. Partit. Orator.
In rebus tam antiquis si quæ similia veri sint, pro
veris accipiantur, satis habeam.
Liv. lib.V. Cap. XII. Num. 21.
……Si quid novisti rectius istis, Candidus imperti; si
non; his utere mecum.
Horat. 1. I. epist. 6.
Maxima de nihilo nascitur istoria.
Proper. 1. 2. ad Mæcen.
In tenui labor, at tenuis non gloria……..
Virg. Georg. 1. IV. Vers. 6.
Dell’ Autore
Nel sontuoso ristoramento intrapreso sin dall’anno 1789 dal
Comune di Casapulla della sua antichissima Chiesa Parrocchiale sotto il titolo
del Glorioso S.Elpidio,

Parrocchia di
Sant'Elpidio
la quale
e per la sua magnificenza, e pel nobile, e delicato gusto di architettura, onde
è stata già rabellita, apparisce di quante sono in queste Capuane Contrade la
più vaga, e la più leggiadra, venni io richiesto da chi per pubblico decreto
con generosa e fervida cura all’opera intenda, che una qualche iscrizione
composta avessi, che secondo il costume la di lei origine, il rifacimento, e ‘l
nome del Santo Titolare ne additasse.
E di fatto
essendosi quella debolmente da me composta sulla maggior porta della medesima
Chiesa così scolpita in marmo si legge:
TEMPLVM. HOC
OLIM. FANI APOLLINIS
FICTI. NVMINIS. RVDERIBVS SVPERSTRVCTVM
D. O. M.
IN. HONOREM. DIVI. ELPIDII. ANTISTITIS, AFRICANI
SÆC. CHR. V. DIVINA. AVRA
NAVIGIVM. ARMAMENTIS.
DESTITVTVM. GVBERNANTE
AD. CAMPANIÆ. LITTORA. CVM. SOCIIS.
APPULSI
PATRONI. PRÆSENTISSIMI. DICATUM
TEMPORIS. POSTEA. VETVSTATE. SQVALENS. ET. RVINOSVM
DECVRIONES[5]. POPVLVSQVE. CASAPVLLENSIS
ÆRE. PVBLICO. RESTITVENDVM
ET. AVGUSTIORI SPECIE. DECORANDUM, CURARUNT
ANNO. CI)I)CCLXXXIX.[6]
Alcuni amici stranieri di
gran riguardo avvenutisi per ventura in così fatta iscrizione, si son mostrati
bramosi di sapere, onde costi, che in Casapulla ci sia stato ne’ tempi antichi
un tempio di Apollo, sulle cui rovine innalzata si fosse la detta Chiesa
Parrocchiale. Or io veggendomi di onorato comandamento, per poter farlo nella
miglior maniera, che le dense tenebre dell’antichità, e la piccolezza del mio
ingegno mi permettono, e per disviarmi nel tempo stesso non senza qualche
utilità dagli studj più severi, ho preso volentieri il partito or che mi trovo
in Casapulla, di distendere la presente, qualeche sia, istorica dissertazione,
nella quale appunto m’ingegnerò di raccorre tutti quegli argomenti, che possono
indurci a credere senza difficultà, che qui nel vero esistette un Tempio ad
Apollo dedicato. E perché inoltre da quel tempio questo villaggio ebbe il
suo nome; proccurerò altresì di dare un breve non disgradevole ragguaglio di
tutto ciò, che non solo il nome, ma i principj, e lo stato ancora del villaggio
medesimo risguarda, distribuendo ne’ seguenti capi questa mia opericciuola; Nel
primo de’quali io proverò l’antica esistenza di un tempio d’Apollo in questo
luogo, e propriamente ove poi surse
CAPO I
Dell’antica
esistenza d’un Tempio di
Apollo nel luogo
stesso, ove poi
si edificò
chiale di S. Elpidio.
Tra i falsi numi,
che dalla cieca Gentilità riscossero culto, e adorazioni, non ve n’ha forse
alcuno, che tanto universalmente sia stato venerato, quanto Apollo, in guisa
che, come leggiamo nelle storie, quasi in ogni Città cospicua del Mondo allora
conosciuto vi erano de’ Tempj dedicati alla stessa falsa divinità; quindi è,
che in Roma dentro, e fuori delle sue mura, e molto prima di Roma nell’antica
Capua, fin dacchè non ancora avesse questa cominciato ad essere una delle più
grandi repubbliche del Mondo, come poi divenne, ebbe Apollo eziandio de’Tempj;
ma siccome è certo per testimonianza di molti antichi scrittori, e delle
antiche medaglie Capuane, che in queste nostre contrade sia stato Apollo tenuto
in culto, così da nessuno Capuano scrittore ci si addita altrove orma, o vestigio
di alcun Tempio di lui fuorchè in Casapulla. E nel vero che qui negli
antichissimi tempi ci sia stato un superbo Tempio ad Apollo dedicato, e
propriamente nel luogo, ove poi surse la Chiesa Parrocchiale sotto il titolo di
S. Elpidio, non puossi a buona equità negare da chi voglia por mente agli
incontrastabili indizj, che ne rimangono, e che io qui sono per rapportare.
Primamente adunque ci si offre ad osservare
un ceppo, ossia marmo terminale, che mostra avere un’età di molti secoli,
situato nel lungo, e largo atrio della cennata Chiesa, in cui si legge questa
doppia voce scolpita: Casapollo, che vuol dire Tempio d’Apollo, siccome appresso si farà chiaro; la qual voce leggesi benanche su due
antiche lapidi sepolcrali della stessa Chiesa, che appartenevano al Comune; e
che adesso nel di lei rifacimento sono state fuori di essa situate.
Secondariamente usa il villaggio di Casapulla un antichissimo stemma, che si
vede anche scolpito a basso rilievo sulle due cennate lapidi, il qual consiste
in un

Stemma
del Comune di
CASAPULLA
CE
Tempio, che ha
sembianza di Castello sovra di cui assiso il Sole spande intorno i suoi raggi,
val quanto il dire, che dinota appunto un tempio di Apollo; poiché a tutti è
ben noto, che Apollo fu da’Pagani per lo stesso nume che il Sole comunemente
tenuto, siccome attesta Cicerone nel lib. 3.
de nat. Deor. §. 20., laddove
scrive: Solem Deum esse,
Lunamque, quorum alterum Apollinem Græci, alteram Dianam putant. E Platone nel Cratilo osservando i nomi dati ad Apollo, e la ragione
di essi, pruova evidentemente non essersi simboleggiato in questo Nume, se non
il Sole. Perciò dunque egli fu chiamato
E'χαεργος, cioè che opera di lontano; non
essendo mai i raggi solari per la distanza debilitati, e
Λοξίας, perché ha obliquo cammino
nell'Ecclittica, e Фоϊβоς, dallo splendore
della sua luce; e Δήχιος, perché le cose occulte
ci manifesta; e fu creduto autore delle pestilenze, e della sanità, perché col
suo calore promuove in alcuni luoghi le pestifere esalazioni della terra, ed in
altri la feconda, e le fa produrre delle erbe medicinali, e tutto ciò, che al
sostentamento della vita si richiede; e Dio della musica, come centro del
sistema planetario, e della celeste armonia, che sognò Pitagora ne’movimenti
delle sfere, la di cui Scuola Italica, ed in essa spezialmente il celebre
Filolao di Cotrone, che fiorì 450 anni avanti l’Era Cristiana, coltivò l'antica
ipotesi, detta ora Copernicana, che suppone fisso il Sole nel centro del sistema planetario, e che la
Terra prima giri nello spazio di 24. ore intorno al suo asse, e poscia nello
spazio di un anno giri con moto spirale intorno al Sole. Questa ipotesi colla
dismissione della cennata Scuola Italico Pitagorica andò in oblio; ma poi fu
rinnovata dal Cardinal di Cusa nel suo libro De docta
ignorantia; indi da Niccolò Copernico, e dal Galilei. E
per tornare a noi, fu creduto anche Apollo inventore della cetra di sette
corde, cioè regolatore dei sette pianeti, che soli allora erano conosciuti; e
finalmente giovane di lunga, e non mai tosata capellatura, per ispiegar la
forza de’raggi solari. In quanto poi al Tempio, che nello stemma sopraccennato
ha figura di Castello, non s’ignora dagli Eruditi, che tralle altre forme, che
davano gli antichi a tempj de’ loro Dei nel costruirli era quella di un
Castello, o di una torre. E di fatto in
Cuma Città un tempo alla nostra antica Capua sottoposta, nel lato orientale di
un cole sorgeva appunto un Tempio d’Apollo, a guisa di una rocca, di cui parla
Virgilio nel lib. VI. dell’Eneade, laddove canta:
….Arces, quibus altus
Apollo Praefidet.
Il qual tempio era formato del sasso stesso della
Rupe, e come nella medesima incavato, siccome si ricoglie dall’orazione
Parenetica di S. Giustino Martire che fiorì circa a cento sessant’anni dopo
Virgilio sotto l’Imperatore Antonino Pio, e che afferma aver veduto questo
Tempio; e come da Agazia nel lib. I. della storia, ne’di cui tempi sembra che
sia stato distrutto, o ad uso di Rocca soltanto destinato. Né fa meno al
profitto, che in Troja aveva Apollo un altro Tempio nella Rocca stessa, ossia
Castello della Città, dove finge Omero, che questo nume avesse posto in sicuro
Enea, e che da Latona sua Madre, e da Diana sua sorella gli avesse fatto curar
le ferite, che ricevute aveva nel combattimento con Diomede. Ed in Atene
Minerva ancora aveva un tempio nel Castello di essa; onde leggesi presso Livio
nel lib. XXXI. Cap. XXVI. Num. 30. Eodem
scelere Urbem colentem hos Deos, præsidemque ARCIS Minervam petitam. E Giunone altresì
ne avea un altro nella Rocca Vejentana, come scrive lo stesso Livio nel. Lib.
5. Cap. 12 n.21. Cuniculus delectis
militibus eo tempore plenus in æde Junonis, quæ in Vejentana ARCE erat, armatos
repente edidit. Similmente in Alessandria di Egitto il Tempio di Serapide, che non ceda
in grandezza, e magnificenza, se non al Campidoglio di Roma, e secondo alcuni
eziandio l’uguagliava, era pur formato a mo’ di rocca, o cittadella, e come
tale appunto servì a quei sediziosi Idolatri, che si sollevarono contra i
Cristiani, essendo Imperadore Teodosio il Grande, e Vescovo di quella Città di
Teofilo, siccome narra il Cardinal Orsi nel tomo IX. Della sua storia
Ecclesiastica § XVII. Pag. 54., e ‘l Signor Le Beau nel tom. VI. Della
continuazione della storia del Basso Impero tradotta dal francese in italiano
idioma lib. 24. pag. 20. e 27. dell’edizione Nap. E in Apamea, una delle
principali Città della Siria, anche il Tempio di Giove esser doveva a modo di
Castello, mentre il lodato Signor Le Beau nel citato luogo pag. 40. così
brevemente lo descrive: “Questo era un solido,
e magnifico edificio, fabbricato di grosse pietre, legate insieme con ferro, e
con piombo; per demolire il
quale secondo gli ordini di Teodosio non vi volle meno di un miracolo del
Vescovo S. Marcello, come attesta Teodoreto, dopo esservisi impiegati con poco
frutto, ed i sudori di molta gente.
Finalmente in Atene, oggi detta Sertines, esiste tuttavia la
celebre Torre di Andronico, che appellavasi il Tempio de’ Venti, i quali erano
colà tenuti, piucchè altrove, in rispetto, e venerazione nella sommità della
qual Torre vi sono a basso rilievo mirabilmente, e con leggiadria, fantasia, e
greco gusto rappresentati gli otto principali venti, sei dei quali si
distinguono assai bene, ma gli altri due sono ricoperti
da un muro di un contiguo edificio fabbricatovi da Turchi, che nulla prezzano,
né conoscono la veneranda antichità. Di questa Torre favellò Vitruvio nel lib.
I. Cap. VI le cui parole piacemi qui rapportare secondo la nobile traduzione
fattane dal Marchese D. Berardo
GALIANI[8], suocero
del Marchese D. Marcello
NATALI-SIFOLA[9] mio
fratello. Ei dunque così traduce a pag. 35., «I più esatti (di coloro che
indagarono i venti) ne danno otto, frà quali specialmente Andronico Cireste, il
quale eziandio ne eresse in Atene per esemplare una Torre di marmo, a otto
facce, in ciascheduna delle quali fece scolpire l’immagine di ciascun vento
dirimpetto alla sua propria direzione: terninava la Torre in un lanternino di
marmo, sopra del quale situò un tritone di bronzo, che stendea colla destra una
verga, accomodato in modo, che dal vento era girato, e fermato dirimpetto al
soffio, rimanendo colla verga sopra l'immagine di quel vento, che soffiava:”
Veggasi la Mitologia dell’ab. Banier tradotta in italiano com. I. part. II.
Lib. II. Cap. V. pag. 427. dell’edizione nap. Annot. (a).
Oltre a quello che fin qui è divisato, si conferma, che d’Apollo il
Tempio, della cui antica esistenza in questo luogo or ora molte altre pruove si
addurranno, esser dovea costruito a modo di un Castello, o di una Torre, qual
si ravvisa nello stemma, di cui ragioniamo, dall’essersi lo stesso tempio con
tutta probabilità qui edificato dagli antichi Tirreni, o sieno Etrusci Campani;
giacchè di caratteri etruschi, o sian tirrenici si veggono fregiate le antiche
medaglie Capuane, appartenenti ad Apollo, che in queste contrade si sono
rinvenute, e si rivengono tutto dì. Ora i Tirreni aveano il costume di
fabbricare delle Torri, che essi i primi introdussero nell’Italia, onde
munivano le lor Città, dalle quali Torri trassero appunto il loro nome; come
avverte il Capaccio nel lib. 1. della storia Napoletana Cap. III. Laddove
scrive: Ad Tyrrhenorum mores
fortasse Lycophron resperit, qui turribus Civitates more græco munibant, hinc
quod Τύρσις, turris est, Tyrrhenos dictos asserit
Dionysius: E ‘l dottissimo Mazzocchi nella sua I. Tirrenica dissertazione rapportata nel tom. II. degli opuscoli, pag. 83. alla nota (I) anch’egli scrive così: Tirrhenos ipsos ab Turribus suum nomen mutuatos scimus: mostrando nella pag. 90. alla nota (I) che lo avessero preso
dall’Ebraico vocabolo,
הרוט Tira, sive
דוט Tur, che significa Arcem, Turrim……. . En quo Turris Latinorum,
Græcorum autem Tύρσις nata sunt :
Per la qualcosa egli è ben verisimile, che i medesimi Tirreni essendo
usi picchè ogn’altro Popolo di costruire quella sorta di edificj, avessero
eziandio a mo’di Torre, o di Castello il suddetto Tempio, ed altri ancora
edificati. Ma torniamo al nostro stemma. Or, che questo ci somministri una
delle più forti congetture, che qui fosse stato un Tempio ad Apollo dedicato,
d’intorno al quale ab antico esistito avesse questo villaggio, come appresso
meglio dimostreremo, non può recarsi in dubbio, se col lodato Mazzocchi noi
riflettiamo, che allorchè le Città, ed altre culte Comunità cominciarono a far
uso di siffatte insegne, ebbero in mira il farle alludere alle proprie antiche
origini, come di fatto la Città di Cadice, quantunque Cristiana, usa tuttavia
nel pubblico sigillo un Ercole con questa iscrizione. Hercules Cadium fundator dominatorque: siccome leggesi nel tom. XI. Biblioth. Selectæ Clerici, pag. 3. Dal che
deduce il lodato Mazzocchi, che lo stemma della Città di Capua, che rappresenta
una tazza con entro sette serpenti ritti in sulla coda, voglia significare che
i primi abitatori della nostra Campania (di cui Capua divenne la Capitale)
furono gli Opici; poiché colla razza s’indica la Campania, che un tempo era
appellata CRATER cioè tazza per la curvatura del suo littorale in forma di cratere, e
con quei serpenti si dinotano gli Opici, così detti quasi Opbici dal greco
őφις, che vuol dir serpente. Riscontrisi, se così piace, la
spiegazione, che il cennato scrittore fa del basso rilievo del Proscenio
dell’antico Teatro Capuano in fine del suo coment. in mut. Camp. amphit.
titulum pag. 159. della prima edizione. Gli altri indizj, che ne convingono
dell’antica esistenza in questo luogo d’un superbo Tempio, sono tante selci di
smisurata grandezza, parte delle quali compongono l’antichissimo muro
settentrionale della suddetta Chiesa Parrocchiale, e parte veggonsi impiegate
nel formare il primo ordine del di lei campanile, oltre ad un enorme
piedistallo quadrato, che senz’uso nell’atrio della stessa Chiesa si osserva;
le quali selci non furono certamente qua trasportate allorchè la medesima si
edificò; poiché nella sua rimota origine fu meno ampia della terza parte di
quel che è di presente, e fu di semplicissima architettura, la qual punto non
era alla grandezza di quelle moli rispondente: Né un ristretto villaggio benchè
antichissimo, quale era questo, dopo aver partecipato delle frequenti
desolatrici calamità avvenute alla vicina antica Capua, siccome appresso si vedrà,
potea soffrire l’esorbitante dispendio, che richiedevasi per l’acquisto, e
trasporto di quelle, e di altre ancora, che inutili e senza uso vi si veggono;
tanto più che con tenuissima spesa potea farsi condurre il tufo dalle vicine
miniere.
Ed è ancor degno di
riflessione, che nelle dette enormi pietre si veggono pur gli antichi incavi
per incastrarvi col piombo i ferri, onde tenerle ben connesse, non altrimenti
che erano unite insieme le pietre del Tempio di Giove d’Apamea da noi di sopra
mentovato; anzi in alcuni di questi incavi osservansi peranche l’estremità de
ferri, rotte nel piombo stesso, onde erano state incastonate; quindi è, che
bisogna pur confessare che siffatti macigni esser doveano qui presistenti, e
che pria formato avessero un gran Tempio degli Etrusci Campani ad onor di
Apollo edificato.
Il che confermasi viemaggiormente dall’essersi anche osservati, molti
anni addietro, sotto al pavimento della nave settentrionale della suddetta
Chiesa nella profondità di palmi 6., o là intorno, parecchi altri grossissimi
macigni, bene aggiustati, che ivi giaciono tuttavia sepolti; essendo stati gli
antichissimi Etrusci usi appunto di adoperare si enormi pietre nella
costruzione delle loro fabbriche, come quelli, che più badavano alla sodezza, e
perennità di esse, che alle decorazini, ed agli ornamenti; usati poi da’Greci,
e da’Romani; ond’è, che il primo de’quattro ordini di architettura il più
semplice bensì, ma il più robusto, e forte si appellò poscia Ordine Toscano, siccome avverte il Mazzocchi nell’edizione al cennato suo comment. In Mut. Campani Amphit. Tit. not. (78), pag. 136. della seconda edizione, dove parlando del primo
ordine di architettura del Capuano Anfiteatro, edificato dalla Colonia Capua
scrive così: Ad haec præter
Tuscanici Ordinis characteres, qui in ima columnarum serie deprebenduntur,
ipsum etiam structuræ genus ad Etruscæ architectonices ingenium, atque indolem
exigi posse mihi videtur: quippe cum non extimus tantum ambitus, sed e
quodcumque in interiore fabrica marmoreum est sane plurimum, e tam grandibus
vastisque saxis, seu verius rupibus compactum fuerit, ut nemo sit, qui non
obtutu obstupescat. A qui eum structuræ modulum
Etrusci observarunt, quantum quidem e Leone Baptista Alberto discimus,
qui prægrandibus quadratis lapidibus uti in publicis operibus vetusta
consuetudine Tuscos consuevisse Lib. VII. Cap. II. Suæ Architecturæ docuit,
exemplo ductus murorum Urbium Etruriæ nonnullarum, veluci Volaterrarum,
Fesularum ec. Indi dando ragione perché
Tralascio poi di far parola delle altre grandi selci scorniciate, delle
basi di colonne di bianco marmo, e degli spezzoni di gran cilindri di granito
orientale, che fin’ora si son veduti dispersi in varj luoghi di questo
villaggio, e che del tempio d’Apollo esser doveano ancor reliquie. Ma non sono
da trasandare due rottami di fabbrica laterizia, che formano l’ingresso
nell’atrio di questa Chiesa dalla parte di Settentrione, il quale ingresso era
forse uno di quei, che al detto tempio introduceva; poiché egli è ben risaputo,
che ove incontransi fabbrica a mattoni perpendicolari, o a scacchi, o a
romboide, ivi sieno manifesti segni d’una rimota antichità. Né poi qui mancano,
oltre alla tassellata; anche vestige di fabbrica romboidale, e propriamente nel
suddetto muro settentrionale della stessa Chiesa, sebbene ora nella di lei
rifazione sieno state inconsideratamente ricoperte di mistura di calcina, e
sabbia insieme colla maggior parte delle enormi selci di sopra mentovate; e
quel che è più da dolere, i cennati rottami non sono anch’essi per incontrare
sorte migliore; Poiché già da parecchi anni in qua dalla non repressa licenza
d’insolenti giovinastri appoco appoco disfatti, e malmenati attendono d’ora in
ora la lor totale demolizione per darsi nuova simmetria al detto Atrio, e così
perirà ben anche quest’altro antico monumento.
Finalmente per non ommettere un’altra osservazione,
che molto giova al nostro intendimento, aggiugnamo, che intorno all’anno 1726.
essendosi ritrovato trà lo sfasciume del Capuano Anfiteatro presso alla porta
meridionale un mezzo busto di marmo, attaccato a una parte dell’arcale,
rappresentante un bellissimo giovane crinito, e coronato di alloro, fu d’avviso
il Mazzocchi nel suddetto suo comment. Pag. 132. della prima edizione, che
fosse appunto un simulacro di Apollo
προςατηίγ, cioè presidente; poiché
siccome Diana era creduta presedere alla caccia, ed agli spettacoli de’gladiatori,
e delle fiere, che sotto il nome pur di Venagione
si comprendevano, così lo era benanche Apollo, che Euripide appella
άγρευτάυ ond’egli argumenta, che il
detto simulacro fosse stato situato sulla stessa porta meridionale, presso alla
quale fu rinvenuto, non altrimenti, che quello di Diana dovea esser collocato
sulla porta Boreale; e che siccome l’immagine di questa Dea era rivolta al suo
tempio nella pendice occidentale del Tifata, così quella di Apollo dovea
risguardare il tempio, che egli avea in Cuma: ma qui il Mazzocchi con sua buona
pace non dovea far tanto stancar la vista ad Apollo, col fargli portar lo
sguardo fino in Cuma per mirarvi il suo Tempio in così grande lontananza,
mentre Diana non istancava molto la sua per mirar il suo Tempio Tifatino: Per
la qual cosa è ben più verisimile, che Apollo col volgere un pochino i lumi a
sinistra avesse risguardato un altro tempio più vicino, cioè quello appunto,
che dovea avere in questo luogo, che pur era situato dalla parte di mezzo
giorno del suddetto Anfiteatro, sebbene alquanto verso l’Oriente, non essendo
neppur il Tempio Cumano situato perfettamente al cennato mezzo giorno; ma per
l’opposito verso l’Occidente. Quel’ che sin ora abbiamo detto, viene
avvalorato, da un altro avviso del medesimo Mazzocchi, il quale vuole, che la
Colonia di Capua, che edificò l’Anfiteatro, adottato avesse per suo Tutelare Apollo; or se è così, dovea
esserci di necessità in queste parti qualche magnifico, e superbo tempio allo
stesso Nume dedicato; ma in tutto il Contado Capuano non ven’ha orma, né
memoria alcuna, fuorchè in questo Villaggio di Casapulla; adunque qui senza
alcun dubbio, ed in si comoda vicinanza all’antica Città di Capua, doveva
esistere questo Tempio.
Ma
quello che finisce di convincerci dell’esistenza del medesimo in questo luogo,
è appunto la proprietà del sito; per intendere la qual cosa è da por mente al
costume degli antichi Idolatri d’innalzar de’tempj ad alcune false Deità in
certi luoghi determinati secondo i varj loro attributi, che da quei luoghi
venivano indicati. Ond’è, che ad Apollo soleano per lo più edificarglieli
ne’boschi; poiché al par di Diana, come di sopra è detto, ei presedeva alla
venaggione, ed altresì, perché Duce era, e maestro delle muse, che in luoghi
ameni e solinghi amavano di albergare. Quindi è, che il Cellario Geograph. Ant.
Lib. 3. Cap. III. Pag. 63. scrive, che nell’Eolia, e propriamente nella Città
di Grine vi era un Tempio di Apollo con Oracolo in un antico sacro bosco: di
cui facendo Virgilio menzione nell’Eglog. 6. v. 72. così canta:
His
tibi Grynæi Nemoris dicatur origo,
Ne
quis sit lucus, quo se plus jactet Apollo.
E Strabone nel lib. 14. dal greco trasferito in latino idioma scrive
similmente così.Colophon Urbs Ionica,
e ante eam Clarii Apollinis lucus.
E nel lib. 16. racconta che in Seleucia vi era un pago detto Daphne, divenuto famoso pel bosco, e per
i Templi, che in quello erano di Apollo, e di Diana. Pel modo stesso il
celebre Rueo nelle sue note al lib. II. dell’Eneade di Virgil. al vers.
785. osserva, che ebbe Apollo parimente un Tempio con un bosco nel Monte
Soratte nella Toscana, oggi appellato Monte
di S. Silvestro. E per qui tacere più altri tempj in altri boschi ad Apollo
consecrati, accenno soltanto quello che era tuttavia in piede nel sesto secolo
della Chiesa in Monte Casino nel Lazio Nuovo, cinto pure intorno intorno da
boschi, il quale al riferir di S: Gregorio il grande nel lib. 2 de’suoi
dialoghi Cap. VIII. fu cambiato in Chiesa da S. Benedetto, l’Idolo di Apollo fu
fatto in pezzi, l’Ara distrutta, ed i boschi furono messi a fiamme; affinchè (credo
io) non avessero gli Idolatri opportunità di fabbricarvi un nuovo Tempio.
Or ciò posto, era ben proprio secondo quel costume, che qui ad Apollo si
fosse il Tempio edificato poiché questo luogo negli antichissimi tempi venia
quasi da boschi circondato, cioè dalla parte dell’Oriente, e dal mezzo giorno,
siccome costa da un antica tradizione, anzi residui de’suddetti boschi sino nei
secoli a noi vicini son pur durati nella parte d’Oriente, come ben si ricoglie
da un istromento in pergamena del Monistero di S: Giovanni di donne monache di
Capua stipulato nell’anno 1408., in cui si fa menzione di un pezzetto di terra
data a cenzo, sterile, e boscosa nel
luogo detto Majano in pertinenza di
Casanova: qui si noti di passaggio che
il campo di Majano, che ora è nel distretto di Casapulla, dovea essere più
vasto, e giugnere fino a Casanova, che lo attraversa da Settentrione a mezzo
giorno; o piuttosto era la via dell’entrarvi, e dell’uscirne mentovata nel
diploma di donazione fattane al cennato Monistero da Roberto II. Principe di
Capua, di cui appresso farem parola. Similmente da altri istrumenti del
medesimo Monistero degli anni 1413., e 1450. rilevasi lo stesso, cioè che più
porzioni del suddetto campo all’Oriente di Casapulla erano in quel tempo
tuttavia boscose. Ma possiamo a vieppiù convalidare quanto sinora abbiamo detto
intorno al Tempio di Apollo coll’antichissima denominazione, che ne trasse
questo Villaggio di Casapulla, siccome nel seguente capo sì osserverà.
C A P O II.
Dal Tempio
d’Apollo, che qui era, que-
sto Villaggio fu
denominato Casa-
pulo, Casapollo,
e Casapullo,
indi
corrottamente
Casapulla.
Uno de’molti e diversi fonti,
onde i nomi delle antiche Città, e Villaggi derivarono, fu principalmente il
pubblico culto de’falsi Numi, che quelle o aveano adottati per tutelari, ed
a’quali innalzati aveano de'Tempj, o che si erano formate intorno a Tempj
stessi, trovati già costituiti. Quindi è, che il Mazzocchi nel suo Comentario
alle Tav. d’Eraclea, Part. I. Diatr. II. Not. (21), pag.79 così scrive:
Ηραχλέιον
significationem templi Heraclei exhibet.
A templis hujusmodi oppida circum coalescentia sæpe ortum e nomen traxerunt. Huc ergo e Heraclii hujus,
e aliorum ejusdem flexionis oppidorum
origo referenda est; sicuti e Herculaneum in Campania, videtur antea, Graecis
oram hanc obtinentibus,
Ηραχλέιον fuisse dictum. Similmente in Francia la Città di Parigi detta in francese Paris, ed in latino Parisii, trasse il nome da Iside,
che ne era creduta la protettrice, e che vi ebbe un Tempio, sulle cui rovine fu
la Chiesa dell’Abazia di S. Germano de’Prati dal Re Childerico edificata sotto
l’invocazione di S. Vincenzio. La Città di Dia
nel Delfinato fu così chiamata, perché ivi si onorava Dia, che molti credono essere stata la stessa, che Cibele; ed altri
secondo Strabone la medesima, che Ebe, Dea della gioventù. La Città di Feronia
situata appiè del Monte Soratte
acquistò il nome della Dea Feronia, che colà ebbe pure un tempio. Partenope,
oggi Napoli, fu appellata così dal tempio, e dal sepolcro della Sirena Partenope, che quivi si venerava. Venosa
fu così detta da un magnifico tempio, che ivi era a Venere dedicato, ov’era
ancora un tempio d’Imeneo di lei figliuolo, che poi fu trasferito al culto del
vero Dio. Massa Lubrense, situata sul promontorio, che prima in Greco
denominata Α’θηναιον, cioè Minervino dal tempio, ossia Delubro di Minerva, ivi fabbricato al
dir di Strabone da Ulisse, prese da un tal Delubro
l’aggiunto di Lubrense. Ercole fu così detto dal tempio
d’Ercole. Bellona dal tempio della Dea Bellona, e così tante, e tante altre
Città e Villaggi, che delle antiche false Deità conservano ancora il nome.
Ma piucchè da ogn’altro Nume,
da Apollo spezialmente trassero molti luoghi la lor denominazione. E nel vero
nella Tebaide occidentale vien situata da Tolommeo geografo la Città, detta Apollonopolis Magna, cioè grande Città
d’Apollo per distinguerla da Apollonopolis
Parva, che era nella Tebaide Orienale. Nel lido del Ponto Eussino eravi
similmente la celebre Città di Apollonia, colonia de Milesj, donde M. Lucullo
estrasse il colosso di Apollo, che collocò nel Campidoglio, siccome attesta
Strabone nel lib. 7. così leggendosi in latino: Apollonia est Milesiorum Urbs majore sui parte condita in parva insula,
in qua Apollinis fanum est, unde M. Lucullus Colossum Apollinis sublatum in
Capitolio collocavit. E Plinio parlando pure di un tal colosso, scrive così
nel lib. 34. Cap. VII. Talis est in
Capitolio Apollo translatus a M. Lucullo ex Apollonia, Ponti urbe, XXX.
Cubitorum centumquinquaginta talentis factus. Vi furono, oltre a questa,
altre Città dette Apollonie, che
presso gli antichi geografi si possono riscontrare.
Or che dal tempio dello stesso Apollo, che qui era, come di sopra è
dimostrato, abbia ancora questo Villaggio tratto il suo proprio nome, si scorge
ad evidenza, dacchè il medesimo ne’tempi antichi fu appellato Casapulo, Casapollo, e Casapullo,
le quali denominazioni tutte e tre suonano lo stesso; e di fatto che sia stato
appellato Casapollo, il marmo
terminale, e le due antiche lapidi sepolcrali, da noi recate nel capo
antecedente, abbastanza ce ne assicurano, come lo provano altresì alcuni
antichissimi istrumenti dell’età di otto secoli, cioè del fine del secol
decimo, ne’quali questo Villaggio trovasi denominato Casa Apollinis, siccome attesta il Dottor di Leggi D. Tommaso
Buonpane, Sacerdote d’intiera fede, in un suo picciolo Manoscritto di antiche
notizie riguardanti questo medesimo Villaggio, e’l di lui Santo Protettore
Elpidio, da lui raccolte nell’anno 1696.
In oltre che sia stato anche
appellato Casapulo, si ricoglie dal
diploma, ossia privilegio, che il Pontefice Alessandro III. Concedette ad
Alfano, Arcivescovo di Capua nell’anno 1173., rapportato da Michel Monaco nel
suo Santuario Capuano pag. 594 in cui leggesi così: In loco Casapuli Ecclesiam S. Nicolai, Ecclesiam S. Arpii. Che poi
questo nome Casapulo sia lo stesso
che Casapollo; ce ne convince fra le
altre una patera di bronzo etrusca dell’illustre Museo Borgiano in Velletri,
descritta da Arnoldo Heeren Bremense nell’esposizione, che egli fa del
fragmento d’una tavola marmorea del Museo medesimo, e propriamente nella nota
(c) pag.9. e seg., nella qual patera si osserva la favolosa nascita di Bacco
dal femore di Giove, e fra gli altri
personaggi, che ivi assistono vi si ravvisa Apollo, che ha il braccio destro
inserito nella clamide; e tiene colla sinistra un ramoscel di alloro; ma quel
che fa al nostro proposito, è , che si legge quivi il suo nome in caratteri
etruschi così: V٧V٨A, Apulu,
il qual nome nella stessa guisa si vede inscritto in un’altra patera etrusca
presso il Dempstero tom. I. tav. 3., che rappresenta Giove, Mercurio, ed
Apollo: Come altresì in molti altri vasi, e patere etrusche illustrate dal
Guarnacci, e da altri Scrittori dell’Etrusche cose. E qui si noti di passaggio,
che il Ch. Marchese Francesco de Attellis in una sua dotta Opera intorno alle cose sannitiche deduce
ancora il nome Apulia dall’etrusco Apulu, come quella Regione, che dalle
più lontane età essendo addetta alla pastura delle greggi, era ad Apollo, qual
pastore un tempo del Rè Admeto, consegrata.
Quindi adunque si fa chiaro, che
il nome Casapulo, sia lo stesso che Casapollo, anzi che il primo sia più
antico del secondo; dal che viemaggiormente si conferma quel ch’è detto nel
Capo antecedente, cioè che il tempio ad Apollo sia qui stato edificato dagli
Etrusci Campani: e perciò dovette quello appellarsi da principio il tempio di Apulu, usando gli Etrusci, ossian
Tirreni, invece della vocale O la lettera V, come avverte anche il Mazzocchi,
collect.X. pag. 548. dove scrive: Pro O
Tyrrheni V perpetuo usurparunt: Indi divenuta Capua Colonia de’Romani, ed
avendo adottato Apollo per Tutelare; invece dell’ Etrusco Apulu cominciò a pronunziarsi il latino Apollo, ritenendo nondimeno il volgo, tenacissimo delle antiche
denominazioni, la pronunzia di Apulu,
onde poi questo villaggio fu chiamato Casapulo,
e Casapollo, e finalmente
confondendosi l’una, e l’altra pronunzia, Casapullo,
e poi corrottamente Casapulla. E ciò
tanto più si rende manifesto, che nel linguaggio del nostro volgo si scorgono
tuttavia non dubbie tracce dell’antico Etrusco dialetto.
In ultimo, che sia stato questo
villaggio ancor chiamato Casapullo,
come testè accennammo, lo contestano molti autentici documenti di più secoli
successivi. E nel vero in un istumento in pergamena, che conservasi
nell’archivio del Monistero di S.Giovanni di Donne Monache in Capua stipulato
nell’anno 1294., ove si fa menzione di un pezzo di territorio, che il detto Monistero
dà a censo in pertinenze di S. Piero ad
Corpus, si dice, che il medesimo confina col luogo, detto al Bagno, e colla terra di Giovanni Perrone
de Villa Casapulli. In un altro
istrumento in pergamena, che nello stesso archivio pur si conseva, stipulato
nell’anno 1319. in cui una Congregazione della Chiesa di S. Andrea de
Partuslamano dà l’assenso ad una vendita di un territorio, situato nel luogo
detto Majano, che fa il suo censuario
Guglielmo di Presbìtero, si dice, che questi sia del Castello di Casapulo, e due altre volte questo
Villaggio pur Casapullo ivi si
appella.
In oltre nell’antica tassa delle
decime Papali, fatta d’ordine dell’Arcivescovo di Capua Stefano nell’anno
1375., dal sopraccennato Monaco riferita nel suo Santuario a pag. 602. è scritto
così: R.E.S. Nicolai de Villa Casapulli
in granis quindecim: Pel modo stesso in altri istrumenti del suddetto
Monistero, stipulati negli anni 1413. 1452. e 1473. costantemente si legge de Villa Casapulli; Come similmente in un
inventario solenne delle rendite, addette alla distribuzione del Capitolo
Capuano, fatto per mano di Notar Antonio de Cæsis nell’anno
Da ciò, che finora è divisato, ognuno vede a
chiaro giorno, che il nome di Casapulla,
che si dà ora a questo Villaggio, è un nome di epoca recentissima, così
corrotto dal volgo dall’antica denominazione di Casapulo, Casapollo, e
Casapullo, e quindi ancora si comprende quanto vadano ingannati alcuni, che
deducono questo nome a Casa-pulla,
seu Casa-nigra, quasi dir voglia,
villa nera, interpretando la voce Casa
secondochè suona presso i Latini per tugurio, villa, ed adducendo ancor gli
esempj di Casalba, quasi villa bianca, di Casanova, quasi villa nuova, di
Caserta quasi villa erta, perché sulla vetta di un monte edificata.
Ma per isgannare vieppiù costoro è da
avvertire, che non sol ne’secoli barbarici non molto lontani da noi, ma
benanche nell’età più alte colla voce Casa
spessissimo le Chiese, i Templi si appellavano, e che sia così, odasi
primamente il celebre Ducange, il quale nel suo Glossario sotto il vocabolo Casa dice fra le altre cose: Apud Barbaro-Latinos……Casa Dei Aedes Sacra,
Ecclesia. Chronicon Laurisbam. An. 779. Dum ipsa Dei vestita fuit ad præsens.
Capitul. Caroli C. tit. 9. Ut missi nostri…requirant de Cappellis e Abbatiolis
ex Casis Dei in beneficium datis: e poi conchiude, Occurri passim. E presso l’Autore della storia mutilæ expugnationis, pubblicata dal
Mazzocchi nell’epist. Ad Jac. Castellum
leggesi parimente: Excurrentes omni loco
tamquam lupi rapaces, expoliantes etiam Casas Dei; dove notò il Tafurio: quo nomine usi sunt Veteres ad significandas
Ecclesias. Che poi ancor ne’secoli più alti si ritrovi la voce Casa adoperata a significare una Chiesa,
un tempio, si ricoglie spezialmente dagli atti della discolpa di Ceciliano
Vescovo di Cartagine, e di Felice Vescovo di Aptonga, scritti ne’principj del
quarto secolo contra le false imputazioni dei Donatisti, ove leggesì così: Numquid Populus Dei ibi fuit? Saturnius
dixit: in CASA majore (i. e. Ecclesia) fuit inclusus. Veggasi il dottissimo
Selvaggi antiquit. Christ. Instit. Lib. 2. Cap. I. §. IV. Num. 5.
Quello adunque, che nel secolo
della purità della latina lingua si appellò Templum,
Aedes, ne’secoli della sua decadenza
si chiamò Casa, ond’è che Casapollo, e Casapullo vuol dir tempio d’Apollo, e non già villa nera: Ma Casalba che dir vorrà? Casalba ancora io
son d’avviso col chiarissimo Rinaldi nel citato luogo delle sue memorie
storiche di Capua, che voglia significare, Tempio
Bianco; poiché con tutta verisimiglianza ivi dovea esser situato il Tempio
Bianco mentovato da Livio dec. 4. lib.2. Cap. X. Che fu tocco dal fulmine: Aedes, quæ alba dicitur, veggendosi
tuttavia in quell’antico Villaggio, benchè ora ridotto a poche case, molti
antichi marmi qua e là dispersi, spezzoni di colonne, ed un rottame di fabbrica
ancora in piedi di antichissima struttura; quindi è, che non deve menarsi buono
a Monsignor Cesare Costa il sito, ch’egli dà nella sua topografia dell’antica
Capua al cennato tempio bianco, dal qual fa trarre il nome di Albana ad una delle sei porte, che
assegna alla medesima; poiché se
Il dottissimo Mazzocchi nella spiegazione,
che fa del Pagiscito d’Ercolano nel suo coment. in mut. camp. Amph. Titulum
pag.152. della prima edizione scrive, che sia incerto il sito, ove fu in Pago
Giovio; ma che dovea essere nelle vicinanze del Pago Ercolaneo, con cui formava
società; ma egli forse così scrivendo non ebbe sotto gli occhi le antiche
pergamene accennate dal Pratilli, in cui Casanova
vien appellata Casa-jove, né badò alla gran vicinanza, che questo villaggio ha
con quello di Ercole, il quale certamente dovette essere l’antico Pago
Ercolaneo, come ben osserva il chiarissimo Matteo Egizio nella sua lettera al
Signor Langlet du Fresnoy pag. 62. ediz. Nap. E non già Recale, com’egli il Mazzocchi crede nel citato luogo pag. 149.,
appoggiato soltanto ad una leggerissima congettura; cioè, che, pechè il marmo
contenente la legge pagana d’Ercolaneo, onde si stabiliva, che i Maestri del
Pago Giovio, se rifacevano a loro spese il portico del Teatro Erculanense,
ovrebbono ottenuto in quello il luogo più onorifico fra gli spettatori, perché,
dice, questo marmo fu trovato in Recale,
perciò Recale, nome distorto da Ercolaneo, dovette essere il medesimo Ercolaneo, e non già Ercole, non
sembrando verisimle, che da uomini, non curanti di antichità, sia stato colà
trasportato dalla distanza di due o tre miglia, quanto è lontano dal Villaggio
d’Ercole quello di Recale, a solo
oggetto di senciarne l’atrio d’una villa; ma con sua buona pace non v’ha cosa
più facile, che dileguare una siffatta difficultà; poiché primamente quel marmo
non fu trovato in Recale in qualche casa di contadino, che niente s’intendesse
di cose antiche, ma in una magnifica villa dei Padri Gesuiti colà esistente,
fra i quali ognuno sa, che vi fiorirono de’soggetti periti di ogni sorta di
letteratura; ond’è che, siccome nel collegio che in Capua possedevano, si
veggono per anche degli altri marmi contenenti altre antiche iscrizioni
raccolte altronde, così alcun dotto Gesuita, amante di antichità, potè far
trasferire il suddetto marmo da Ercole in Recale, che poi con l’andar del tempo
qualche ignorante Laico, amministratore di quella villa, non conoscendone il
pregio, impiegollo nel selciar l’atrio della villa stessa. Secondariamente
essere ancor potè un accidente il trasporto di quel marmo da Ercole in Recale;
perché dovendosi, quando facea mestiere, trasportare dai monti, prossimi ad
Ercole, le selci in Recale per lastricarne pavimenti, non essendovi allora l’uso
di tagliarle nel colle, detto di San Jorio presso il Volturno, i conduttori di
quelle osservando per ventura il suddetto marmo abbandonato, e negletto in
qualche angolo di Ercole, come suole avvenire, nel passare per di là poterono
imporlo in qualche loro Carretta, e insieme con altre selci condurlo in Recale.
Né poi abbiam bisogno di ricorrere a storcimenti di parole, come pretende il
Mazzocchi, per formarne il nome di Recale, qualora evvi il nome di Ercole, che conserva pura, e pretta
l’origine d’Ercolano; anzi al pari di
questo ne’tempi antichi dovette usarsi per significare lo stesso pago, poiché
presso Cicerone, ed altri Scittori di quest’età, i nomi primitivi egualmente
che i lor derivativi si ritrovano adoperati a dinotare i medesimi luoghi, come Pompeii, e Pompejanum, che secondo Baudrando significano
Oltrechè chi ci assicura che il
nome di Recale sia distorto da
Ercolaneo, e non sia piuttosto il nome di qualche ricca donna Longobarda,
appellata Regale, la quale con
qualche sua massa, o coorte, posseduta in quel sito, abbia dato l’origine, e ‘l
nome a quel Villaggio? Non è nuovo in queste parti il nome di Regale, divenuto proprio di qualche
donna ne’secoli trasandati; poiché nell’archivio del Monistero di donne Monache
di S. Maria in Capua n.2. e 3. si conserva un diploma di Giordano II. Principe
di Capua, spedito in Ottobre nell’anno 1126, e rapportato dal Rinaldi nel
tom.2. delle mem. Ist, d Capua pag.126., in cui Giordano conferma al cennato
Monistero il dominio di tutti i beni, ed oltre a ciò gli dona un territorio nel
luogo detto Asinu lungo il Volturno,
che pria si possedeva da una donna, chiamata appunto Regale, figliuola di Pandolfo
de la Patriciu, e vidua di un certo Giovanni, detto Comitis Palatii. E in un altro istrumento che consevasi nello
stesso archivio num.136. stipulato nell’anno 1305. si dà l’assenso dal detto
Monistero ad un tal Giovanni…. Della villa di S. Tammaro sovra tre pezzi di
territorio, situati nella villa di Arditella
(oggi forse corrottamente detta Lardichella)
fuori Capua per due once d’oro sotto la Badessa D. Regale.
Né poi mancano degli esempj, che
dal nome di una donna qualche Villaggio abbia tratta la sua denominazione;
poiché Michele Monaco nelle ricognizioni del suo fant. Cap. e propriamente in
una annot. Alla Bulla di Sennete Arcivescovo di Capua, spedita nell’anno
Non è però qui da tacere, che il
medesimo Mazzocchi nelle sue note latine alla Campania felice del Pellegrino,
stampate dal Gravier nel fine del secondo tomo, con miglior consiglio si
discosta alquanto dalla suddetta sua opinione, e si appiglia a quella, che è da
noi già stabilita, cioè che il Pago Ercolaneo era appunto dove è l’Ercole
presente, benchè non lasci d’inclinare più a Recale, che ad Ercole: Ei dunque
nella pag. 279. così dice: Pagus
Erculaneus in marmore, quod a me descriptum servatur, situs erat, credo, ubi
nunc Ercole, Capuæ Pagus; Sed potius ubi nunc Recale. Ma ritornando là onde
ci siamo dipartiti, conchiudiamo, che Casanova,
non vuol dir Villanova, ma è
piuttosto l’antico Pago Giovio, detto in latino Pagus Jovus, che trasse il nome dal tempio di Giove Tifatino; onde
poi fu appellato Casa-Jove, indi
corrottamente Casanova; e fu il compago di Ercolaneo, che è l’Ercole presente,
con cui formava società.
Rimane
adesso che indaghiam l’origine del nome di Caserta, che prima si pronunziava Casairta, come leggesi nella storia
Longobarda del Monaco Erchemperto num. XXIIX., laddove per la prima volta se ne
trova fatta menzione. Or questo nome non vuol dire certamente, siccome il volgo
crede, Casa in erto luogo collocata;
poiché la voce irtus non mai
s’incontra in autore antico, o de’tempi di mezzo in significazione di erto, essendo questa assolutamente della
volgar lingua, che a tempi de’ Longobardi non erasi per anche formata, ma è qui
piuttosto una voce affatto barbarica, che dal Rinaldi nelle sue cennate memorie
istoriche di Capua tom. 2. pag. 276.
si vuole derivata dal tedesco Hirsch,
che presso i medesimi Longobardi, da’quali usavasi quella lingua, dinotava il Cervo. Ed è ben plausibile la di lui
opinione, poiché sappiamo da Silio, Italico nel lib. XIII.: Che nel contado
Capuano si adorava una candida cerva, qual ministra di Diana Tifatina
Numen erat jam Cerva Loci, famulam-
que Dianæ
Credebant, ac thura Deum de
more da-
bantur.
Il perchè probabilmente sul
monte di Caserta, il quale insieme con tutta quella Giogaja che piegata in
arco, da una parte giugne fino a Maddaloni, e dall’altra fino al monte, oggi
detto di S. Nicola, è ancor compreso sotto il nome di Tifata, eravi un qualche
Tempio alla Cerva dedicato, che poi i Barbari nel declinar del sesto secolo
della Chiesa trovandolo forse peranche in piede al loro ingresso in quella
Regione, diedero alla medesima con latina desinenza il nome di Casairta, cioè tempio della Cerva, onde
ora con più dolce suono pronunziasi Caserta.
Ma quelche mette fuor di dubbio
le fin qui divisate denominazioni, è un esempio tutto proprio, ed assai
convincente, che s’incontra in queste medesime contrade, ed è, che
all’occidente del monte Tifata nella
pianura ad esso sottoposta, che dirittamente rigurda il sito, ov’era il tempio
di Diana, sulle cui rovine s’innalzò l’antica Chiesa di S. Angelo in formis, fuvvi un Villaggio, appellato Casacerere, detto corrottamente dal
Volgo Casacellora, e Casacellula, il quale poi essendo stato
distrutto, lasciò il suo nome a tutta quella spiaggia.
Egli dunque trasse un tal nome da un tempio di Cerere, che ivi dovette essere; poiché attesta il Vecchioni ne’suoi Manoscritti nel lib. XIV. Che in quel luogo furono disotterrate di tempo in tempo colonne, basi, capitelli, cornici di bianco marmo, ed anche statue, ed intagli a rilievo, tra quali ve ne fu uno di scoltura assai gentile, che appunto Cerere rappresentava con spighe in mano, ed un paniere di frutta colla seguente iscrizione a lettere cubitali:
L. MUNNIVS. L. F. FELIX
VOT. SOL
Il qual marmo fu cavato di
sotterra nell’anno 1643. e dal Duca di Mignano fu fatto trasportare in Capua,
ma ora non si sa dov’egli sia.
Il medesimo
Vecchioni nello stesso libro XIV. Rapporta un altro marmo nella sua villa non
lungi dal distrutto tempio di Diana Tifatina presso il Volturno nelle vicinanze
di Casacellula, ossia Casacerere, in cui si legge:
D. M. S
AVRELIÆ. TI: F.
BLOSIAE
SACERD. DIANÆ. TIFAT
ET. CVSTODI. SACR. CERER
TI. IVLIVS. TI. F.
BLOSIVS
VIX. ANN. XXXVI. D. XVI.
Né è gran tempo, che nei contorni stessi si
scavò un altro monco marmo, in cui fassi menzione di una certa Erennia
Sacerdotessa di Cerere, trasferito dall’odierno D. Camillo Pellegrino nel suo
Casino di Casapullo, dove esiste tuttavia, in cui leggesi così:
HERENNIA. M
SACERDOS
CERERI. SAC
LOC. D
Ma passiamo al terzo Capo.
CAPO
III
Al Tempio d’Apollo questo Villaggio
Fu ancora contemporaneo.
Credo, se ben m’appongo, che dopo aver provato abbastanza, che qui
ne’tempi antichissimi ebbe Apollo un superbo tempio, e che da questo Villaggio
fu appellato Casapulo, Casapollo, e Casapullo, e poi corrottamente Casapulla, di leggieri adesso mi si conceda, che insieme con un tal tempio
dovette ancora fin da quella rimota età esistere il medesimo Villaggio; poiché
se questo avesse avuto i suoi natali ne’secoli barbarici, non molto da noi
distanti, non sarebbe stato verisimilmente così denominato; giacchè prima di
questi tempi, cioè intorno alla metà del secol quinto dell’Era Cristiana
credesi con sodo fondamento, che il tempio d’Apollo fu qui distrutto, siccome
appresso si vedrà; e per conseguente da una cosa, che più non esisteva, non
potea trarre il suo nome. Il che si rende tanto più manifesto, che non vi ha
menoma memoria, o indizio alcuno del di lui cominciamento, come di altri
Villaggi si ritrova; per la qualcosa dovendo noi la sua origine ricercare frà
le tenebre de’secoli lontani, possiamo ben congetturare, che i suoi principj
sieno stati contemporanei, e forse ancora antecedenti alla costruzione di quel
tempio, il quale essendo stato con ogni probabilità qui edificato dagli
Etrusci-Campani, come di sopra abbiamo già osservato, e più giù viemeglio
osserveremo; perciò antichissimi a ragione sono essi da riputarsi.
E che sia così, nota l’Autore della storia profana, tradotta in
italiano idioma da Selvaggio Canturani, nel tom. 3. pag. 356. che «I più
antichi Tempj erano stati fabbricati in Campagna, in Pagis, ed erano questi i
luoghi, ne’quali il culto de’falsi Dei era anticamente stabilito; onde vi si
trovò più stabile, e per maggior tempo vi sussistette» Dal che chiaro si
rileva, che intorno a questi più antichi tempj esistevano de’ Villaggi,
ne’quali i Popoli traevano sparsamente i loro giorni, primachè si fossero uniti
a fondare, o olmeno ad accrescere di abitatori le città; come ben leggiamo
degli Ateniesi; e come dobbiamo intendere a giudizi del Pellegrino nella sua
Campania tom. 2. disc. 4. pag. 188. e 189. ancor de’nostri Etrusci Campani. Or
de’primi parlando Livio nel lib. 31. Cap. XXVI. Num. 30. introduce
nell’adunanza degli Etolj i Rappresentanti di Atene, che lagnandosi delle
crudeltà di Filippo Re di Macedonia, usate contro di loro, e contro de’tempj
de’loro Dei, frà la altrecose dicono così: Delubra
sibi fuissem quæ quondam pagatim habitantes, in parvis illis Castellis,
Vicisque consecrata, ne in unam Urbem quidem contributi, Majores sui deserta
reliquerint, cioè quando il Re Teseo da que’Villaggi
raccolsegli in Atene. Lo stesso è pur da dirsi degli Etrusci Campani, i quali
prima che nell’antichità Capua, così appellata dall’Etrusco Capi loro duce, si
adunassero secondo l’avviso del Pellegrino per accrescerne la popolazione, e
così darle una più giusta forma di città, viveano a simiglianza di quei di
Atene d’intorno a’loro tempj costituiti: al che Diodoro di Sicilia, seguito da
Eusebio Cesareense nella sua cronaca, e dall’Autore delle Olimpiadi, allude
appunto nel lib. 12. dove dice: τò έθνος Кαμπαυώυ
σνυέςη le quai parole, come osserva Gioseffo
Scaligero ne’suoi avvertimenti sopra
Premesso ora tuttociò, che è fin qui divisato, egli è ben noto, che
Diana fu il più antico, e principal Nume degli Etrusci Campani, e che il suo
tempio nella pendice del monte Tifata, che volge all’occidente di verno, fu secondochè si rileva da Silio
Italico nel lib. 13., da essi appunto edificato; adunque ancora Apollo, come
fratello della medesima Diana, doveva essere un altro loro antico Nume; e per
conseguente il di lui tempio in questo luogo gli stessi Etrusci dovettero
fondare; ed oltre a ciò, siccome intorno al detto tempio di Diana vi fu un
antico Villaggio, che ne’secoli posteriori appellavasi Addiana, qual vien chiamato
nelle Tavole Peutingeriane; e ne’tempi più alti Vicus Dianæ si dicea, come si può ricogliere da un’antica iscrizione rapportata
dal Pellegrino nella sua Campania, e dal Rinaldi nelle sue memorie istoriche di
Capua tom. I. pag. 248. donde forse porzione di quegli Etrusci, che anticamente
vi abitavano, concorsero ad accrescere il popolo della Città di Capua, non per
anche a giusta forma di città ridotta; così del pari intorno al nostro Tempio
d’Apollo esserci dovea un simile Villaggio; che pur dovette contribuire a
popolare la stessa Capua, allora quando, come di sopra è detto, Gens Campanorum, a simiglianza degli Ateniesi, in unum
locum coiit; e siccome poi i medesimi Ateniesi dopo il
loro adunamento in Atene, non lasciarono in abbandono i loro Pagani tempj; così
neppure i nostri Etrusci, quando in Capua si raccolsero, dovettero del tutto
abbandonare i tempj di Apollo, e di Diana; ma parte di essi più divota di tali
numi insieme co’Sacerdoti, ed altri Ministri di questi tempj pur vi dovette
rimanere. Indi renduta Capua dopo varie strepitose vicende Colonia de’Romani,
tanto è da lungi il dover suspicare, che gli stessi tempj rimasi fossero
deserti, che anzi quel di Diana ne divenne assai più celebre, e questo di
Apollo dovette ancora vieppiù frequentarsi, e per conseguente anche il
Villaggio, che gli era d’intorno; giacchè è d’avviso il Mazzocchi nel suo
coment. in mutilum Camp. Amph. Tit. pag. 132. della prima edizione, che la stessa colonia Capua, come
nel capo primo si accennò, adottato si avesse Apollo per Presidente, ossia
Tutelare. E a questa età parimente sembra in gran parte convenire quel che
scrive in quanto al tempio, ed al Villaggio di Diana Tifatina Gio: Pietro
Pasquale Giesuita in una lettera pubblicata in Napoli nell’anno 1666. e
intitolata: istoria della prima
Chiesa di Capua antica a pag. 25., e 26.
dove leggesi così: Hoc tamen Fanum Dianæ
(nunc ibi S. Michæli Archangelo sacrum) extitit adeo celebritate nobile, ut
apud id urbem fere alteram rudera testentur. Amphitheatrum scilicet alterum
ostentant, circum, thermas,balnea, fontes, aquas salubres, aliasque
substructiones, ac moles, in cujus fani area præforibus explicata hinc inde,
paucis abbinc annis, invisebantur, quæ ex antiquitate supererant, prægrandes ex
pario lapide urnae duæ ad miraculum protensi crateris instar, itidemque pario
ex lapide tornatili subnixæ basi. Nunc autem nescio quo sublatæ sint. Si conferma ciò che è detto da un’iscrizione illustrata dal Mazzocchi
nel citato suo coment. in mut. Camp. amph.
tit. pag. 46. della prima ediz. donde si rileva,
che nel detto gran Villaggio, o Città che fosse, spedivasi dalla Colonia Capua
un Prefetto a tenervi ragione, appellato perciò:
Præfectus J. D. Montis Dianæ Tif.
Ma per tornare al tempio, ed al Villaggio di Casapullo, è ben da
credersi, che viemaggiormente egli si accrebbe di abitatori allochè l’Imperator
Costantino il Grande, data la pace alla Chiesa, proibì il pubblico culto
de’falsi numi nelle Città, siccome fecero altri Cristiani Imperatori,
tollerandolo soltanto ne’borghi, e ne’Villaggi; imperciocchè tutti gl’Idolatri,
che abbandonar non vollero il pubblico esercizio della loro falsa religione,
uscirono dalle Città, e trasferirono il di loro domicilio ne’Villaggi, che in
latino son detti Pagi, per ivi continuarlo; onde poi trassero il nome di Pagani, siccome insegna
il dottissimo Baronio nelle annotazioni al martirologio Romano, e propriamente
agli atti di S. Metrano, martire in Alessandria sotto il dì 31. di Gennaro,
nella nota (a) Ad jussionem Paganorum, ove dopo aver rapportata l’origine del vocabolo Paganus, e le prime sue
significazioni venendo a spiegar quella, che il medesimo vocabolo ebbe poi,
quando gl’Idolatri indistintamente si appellarono Pagani, scrive così: Opinor quidem a temporibus Christianorum Imperatorum
eam vocem in eam transisse significationem, ut Pagani dicerentur Gentiles, ea
nimirum ex causa, quod legibus Imperatorum clausis Idolorum delubris, sacrisque
vetitis (in Urbibus), Gentiles sic sua ipsorum superstitione exclusi, Pagos
adirent, illicque suos Deos colerent, ac clandestina sacra peragerent: in Pagis
enim, e villis illorum superstionis cultum fuisse frequentem docet Cicero lib.
2. de legibus; erant enim illic celebria festa Paganalia dicta,
FeriæquePaganicæ, quorum omnium meminit Varro lib. 5. de lingua latina. Indi dopo avere addotte varie pruove della sua opinione; conchiude
similmente così: Sicque ex his omnibus
jure dici posse videtur Paganos Gentiles homines sic a Pago esse dictos, quod
exclusi Civitatibus, in Pagis adhuc idola colerent. E ‘l Ducange nel suo Glossario al vocabolo Pagani non altrimenti ne
ammaestra con quelle sue parole: Qui rem
attentius investigarunt, in hanc ferme sententiam concedunt a Pagis Paganos
appellatos Deorum cultores, quod cum Constantini M. e Filiorum edictis
proscriptus esset ab urbibus e civitatibus profanus Deorum cultus, eorumque
fana passim in iis clauderentur, in Pagos se reciperent, ibique Deos suos
colerent, e clandestina sacra peragerent, quæ est Baronii, e aliorum vulgatior
sententia, quam fulciunt Glossæ MSS. Isidori e c.: Lo stesso leggesi in una dotta nota al proemio della Traduttrice
della Mitologia del Banier nel tomo I. in questi termini: «Benchè noi chiamamo
col nome di Pagani gli Antichi, non è però antica, né ideata da loro una tale
denominazione: sembra essa più moderna, e data loro da primitivi Fedeli. Il
Cardinal Baronio infatti suppone che derivi la voce Pagano a Pagis, perché quando i Cristiani divennero padroni delle Città, gl’idolatri
furon’obbligati per l’editto di Costantino, e poi de’suoi figli a ritirarsi a vivere ne’Villaggi, detti Pagi da’Latini» ec. Veggasi altresì la Storia profana da noi sopraccennata
tom. 3. pag. 356. Di qui adunque ognun comprende di leggieri, che al par degli
altri Gentili, tutti que’Cittadini dell’antica popolatissima Capua, che la
duravano ostinati nella loro idolatria, dovettero pure uscire di Città, e
trapiantare il loro domicilio ne’Capuani Villaggi, ov’era qualche tempio
gentilesco; ed è molto ragionevole il darci a credere, che in numero maggiore
si fossero ritirati in Casapullo, sì perché qui era tenuto in culto uno
de’falsi numi più antico, e di maggior ordine, qual era Apollo, e quel che è
più, Tutelare, secondo l’opinione del Mazzocchi, dell’antica Colonia Capua,
come anche perché non essendo questo Villaggio lontano dalla stessa Capua, che
un sol miglio, ed anche meno, poteano nel tempo stesso ed esercitare la diloro
superstizione, e maneggiare più agevolmente, quando occorreva, i loro negozj in
Città. Anzi è ben da avvertire, che i medesimi Idolatri, che uscirono dalle
città, non solo accrebbero il numero degli abitatori ne’Villaggi intorno a
qualche profano tempio già esistenti, com’era questo di Casapullo; ma benanche,
siccome puossi ancor dedurre dagli accennati Autori, e spezialmente da quel
luogo del coment. del Mazzocchi alle Tav. d’Eraclea part. I. diatr. 2. not.
(21) pag.79. che noi già rapportammo nel principio del Capo II. Antecedente, ne
formarono de’nuovi intorno ad altri tempj, ove non erano, da’quali tempj
que’Villaggi trassero poi il loro nome. Quindi è che il Pacichelli nel suo Regno di Napoli in prospettiva, part. I. pag. 83. favellando de’tempj gentileschi dell’antica Capua,
scrive così: «Dentro, e fuori delle sue mura numerava intorno a mille
settecento tempj, e particolarmente quel di Giove, di Marte, della Fortuna, di Diana, e ‘l più famoso di lei Tifatina, raccordato
da Pausania: alcuni di essi cangiati ora in Casali, siccome il Pantheon, Capi, Apollo, Ercole, Bellona, Cerere, Camilla, Giano, Espero, Giove.» Essendovene più
altri ancora non mentovati dal medesimo Pacichelli.
Or non c’incresca di osservare quali sieno questi Casali, ovvero Paghi,
in cui i tempj de’cennati Numi si cambiarono, cioè che sursero d’appresso a sì
fatti Tempj, e ne acquistarono ancora il nome; e per procedere con qualche ordine,
facciam parola primamente di quei Casali, che si formarono di qua dal fiume
Volturno per poi accennar quelli, che sursero di là. Adunque un Tempio di Capy
sembra, che dato avesse i natali e ‘l nome al Casale, ossia Villaggio appellato
Capitrisi non lntano da Casapullo verso mezzogiorno, che due miglia. Ma quì è di
mestieri l’indagare se nel contado Capuano sia stato Capy venerato come Nume, e
perciò se abbia avuto de’tempj. Noi ben sappiamo da molti antichi Scrittori,
che un Capy abbia fondata l’antica Capua, e le abbia dato anche il suo nome.
Virgilio vuole nel lib. 10. dell’Eneade, che questi fu quel Capy Trojano, che
co’suoi compagni valorosamente difese contra i Rutoli la nuova Città fondata da
Enea nel Lazio; ond’egli così canta:
Et Capys, hinc nomen Campanæ ducitur Urbi.
Che poi questo racconto non sia una poetica invenzione, ben si scorge
dacchè Sallustio parimente afferma, che de’ Trojani, scampati dall’eccidio
della loro Patria, Capy pervenne nella Campania, al quale Celio precisamente la
fondazion di Capua attribuisce ; siccome nell’annotazione al detto verso
di Virgilio avverte Servio, che così scrive : Cœlius Trojanum Capyn condidisse Capuam tradidit,
eumque Aeneæ fuisse sobrinum: Altri Scrittori,
come Eutropio nel Cap. III. del lib. I. ed Isidoro nel Cap. I. del lib.15.
delle etimologie vogliono, benchè meno verisimilmente, che Capy Silvio Re
d’Alba sia stato il fondatore di Capua, e che dal nome di lui venga denominata.
Ma il Pellegrino nella sua Campania tom. 2. discor. IV. dopo aver rapportate le
già accennate, ed altre oppinioni, e dimostratane la dubbiezza, e
l’inverisimilitudine, dice, che sia più vicina al vero l’oppinione di quegli
storici, che attribuendo agli Etrusci la fundazione di Capua, vogliono che
questa dal loro duce appellato Capy, come già di sopra accennammo, abbia tratto
il suo nome.
Posto ciò, veggiamo un poco, per venire al nostro intendimento, se
questo Etrusco Capy abbia potuto esser quel nume, che da noi si cerca in queste
contrade per farne derivare il nome di Capitrisi. Il Mazzocchi nella dissert. de
Tyrrhenorum origine, rapportata nel tom. 2. degli opusc. e propriamente nella diatriba V.
§. II. deducendo anch’egli il nome Capua da Capy Etrusco, scrive, che Capys così detto dall’ebraico ףב cap, che significa
curvità, dinoti in lingua etrusca tanto il falcone per gli adunchi artigli che
ha, quanto un uomo, che ha le dita de’piedi ricurve, come quelle del falcone, e
che perciò all’etrusco capy, risponda il latino Voltur, ossia Vultur, colla qual voce ne’secoli più antichi della latina lingua esprimevasi
il fulcone, e che da Voltur, ossia Vultur derivi poi Volturnus, e poi Vulturnus. Lo stesso presso a poco insegna il Pellegrino nel sovraccennato luogo
della sua Campania, pag. 190. laddove così scrive: «Volturno, che dicesi dal volgere; dinota assai
manifestamente quella tortezza, e curvatura significata nella lingua etrusca, e
nella greca dal nome Capys».
Or premessa questa osservazione, noi troviamo, che
nel contado capuano nelle rimote età si venerava il Dio Volturno, come rilevasi
dal seguente marmo, rinvenuto non lungi dal sito, ove fu il tempio di Diana
Tifatina, e rapportato ne’suoi MM. SS. Dal Vecchioni, tom. 14. fol.97.
VOLTURNO
SANCTO
S
A C
L.
VETTIVS. L.
F
L. OPPIVS. L. F
M.
MAEVIUS. M. F
C. CAESELLIVS. C. F
A.PLOTIVS. A. F
COER
Chi sa dunque, se questo stesso Nume non sia stato più anticamente
adorato in queste parti sotto l’Etrusco, e greco nome Capy, ovvero Capie, come da Livio, e
da Servio si pronunzia, e che non abbia avuto un qualche tempio nel luogo, ove
di presente è Capitrisi? Poiché egli è
ben risaputo, che i Romani spesse fiate ai nomi Etruschi, e Greci surrogavano
nomi latini a quelli rispondenti, come si può vedere presso il Mazzocchi nelle
sue Tirreniche Diatribe, e presso il Pellegrino nella sua Campania, tom.I. pag.
164.
Né dee punto imbarazzarci, che all’Etrusco Capy risponde in latino
il nome primitivo Voltur, non già il suo derivativo Volturnus; imperciocche i derivativi
sogliono spesso negli antichi monumenti confondersi e scambiarsi co’loro
primitivi; siccome abbiamo già osservato in altra occasione, e come avverte il
medesimo Mazzocchi nel tom. I. del suo Kal. della Chiesa Napol. Pag.14. e 15.
laddove più esempj ne rapporta, di cui per altro non ne abbisognamo, essendo
noi appunto nel caso di questo scambiamento; giacchè quegli, che dagli altri
Scrittori si appella Capys, da Livio, e da Servio, come testè accennammo, vien chiamato Capye, cioè Capua, che è il nome
derivato da Capy, al quale propriamente risponde Volturnus, e non Voltur. Né qui pur voglio, che alcun si stanchi ad avvertirmi, che i nostri
Capuani Scrittori rechino la suddetta iscrizione in rapporto al culto del fiume
Volturno, che a simiglianza di altri fiumi dagli Antichi qual Deità si venerava;
perché io lo so; ma so benanche, che in Roma si adorava il Dio Volturno, che
ivi aveva le sue feste Volturnali, e ‘l Flamine Volturnale; e che Vatrone nel lib. 6. de ling.
Latina scrive, che colà ignoravasi l’origine di
questo Nume. Or non avrebbe così scritto Varrone, a cui per altro era ben noto
il nostro fiume Volturno, e ’l culto, che volevasi dare a’fiumi, se quelle
feste, e quel Flaminio avessero avuto piuttosto rapporto a questo fiume, che a
qualche altra antica Deità Etrusco-Campana, di qui a Roma in tempi a Varrone
ignoti trapassata, dalla quale il fiume istesso dovette poi acquistare il nome
di Volturno. Comunque però la cosa vada, ed ancorchè si prescinda dalla recata
iscrizione, egli sembra fuor di dubbio, che Capy fondatore dell’antica Capua,
abbia potuto ottenere onori Divini, se si riflette all’antichissimo costume
degl’Idolatri di deificare i primi Fondatori delle loro Città, del qual costume
moltissimi esempj ne somministrano gli Egizj, i Greci, i Romani, ed i Tirreni
stessi, o sieno Etrusci, che dalle parti settentrionali dell’Italia vennero ad
occupare queste nostre Regioni.
Se dunque egli è così, la parola Capitrisi può ben essere originata dal nome Capy, e dal greco verbo Tριάσσω, che significa vinco, supero, quasi dir voglia: Capy victori sacrum: oppure da quell’altro verbo Ρύςάζω,
cioè trabo, vel trabendo rapto, il che esprime assai bene il feroce costume di que’primi
Conquistatori, che con altro nome
appellavansi Venatores, Latrones[10]. Oppure può esser
detto Capitrisi da Capy, e dal nome pur greco Ρϋσιου, dinota presso Dionigi De situ
orb. un dono, che si fa agli Dei per la salute
restituita, o conservata; quasichè voglia significare, che il tempio a Capy consecrato, fosse
stato un tempio votivo; o finalmente da Capy, e dal greco έίσω futuro inusitato del verbo έίδω, da cui si forma l’σαώ
ίσώ, e quindi poi ϊσημι, che vuol dire scio; onde l’σμευίος si chiamava Apollo, eo quod omnia sciret, la quale interpretazione, piucchè ogn’altra, può star bene a Capy Etrusco; giacchè
credeasi dagli antichi Gentili, che fosse propria degli Etrusci l’arte
d’indovinare, siccome avverte il Pellegrino nel suddetto luogo, pag. 180. anzi
Svetonio nel Cap. 81. del lib. I. attribuisce a Capy sulla
testimonianza di Cornelio Balbo un famoso vaticinio della morte di Giulio
Cesare, avendo lasciato scritto, che nell’anno di Roma 709. quei della Colonia
Giulia dedotta in Capua, mentre andavano diroccando antichi monumenti per
avidità spezialmente di trovarvi de’vasi antichi rinvennero in un sepolcro, in
cui dicevasi che Capy fondator di Capua era sepolto, una tavola di bronzo, nella quale a
caratteri greci si leggeva così: Quandoque
ossa Capys detecta essens, fore, ut Julo prognatus manu consanguineorum
necaretur; magnisque mox Italiæ cladibus vindicaretur. Che se poi mi si domanda, perché quell’indovino Capuano Fondatore usò
nel suo vaticinio piuttosto la lingua greca, che la sua Etrusca, io risponderò
col Pellegrino, che non mancano qui fra noi degli esempj di antichissime
iscrizioni in lingua greca, essendo certo, che in queste parti, e nel Lazio, ed
in Roma anche in tempi rimotissimi quella lingua fu molto in uso; Anzi si vuole
dagli antichi Storici, che Evandro Re degli Arcadi essendo stato discacciato
dal Peloponneso, e venuto in Italia con pochi suoi seguaci, fu cortesemente
accolto nel Lazio da Fauno Re degli Aborigeni, che vi dominava, ed a cui poi
succedette, avendosi conciliata la stima, e la venerazione di quelle rozze
Genti per averle insegnata l’arte di scrivere, e l’uso delle lettere greche,
che furono appunto i primi caratteri, di cui gli antichissimi Latini si
servirono: lascio intanto a’Savj il dar giudizio del suddetto vaticinio, cioè
se da un uomo, qual era Capy, di superstiziosa religione, avesse Iddio
permesso, che si facesse, oppure, come sembra più verisimile, fosse stata
un’impostura di Cornelio Balbo; la qual però, anziché pregiudicare alla
suddetta nostra interpretazione, verrebbe a confermarla; perché quindi si
scorgesse, che credendosi in que’tempi superstiziosi esser propria degli
Etrusci l’arte di far predizioni, il cennato Balbo per accreditare il falso
vaticinio da sè inventato, l’avesse attribuito a quell’antico Etrusco.
Le fin qui esposte congetture intorno al nome di Capitrisi par, che possano
bastare ad indursi a credere, che un tal Villaggio abbia avuto i natali, e
l’nome da un qualche tempio di Capy in quel luogo edificato, se non che non è
da trasandare l’oppinione del chiarissimo Marco Mondo, il quale per contrario
dava al medesimo Villaggio un cominciamento assai recente, deducendone il nome
da un altro fonte a noi vicino; poiché egli soleva dire, che Capitrisi sia così detto,
quasi Caput Risonis; adunque al parer del Mondo è di mestiere per rintracciarne l’origine
discendere a secoli barbarici, e supporre, che un tal Rifone, o Rifo abbia
posseduto in quel luogo un qualche fondo, i di cui coloni moltiplicatisi poco a
poco sul medesimo, abbian dato principio a quella società; giacchè è ben noto,
che presso i barbarici Scrittori la parola Caput vale lo stesso, che Modus agri, modus possessionum; onde il Ducange sotto la stessa voce scrive così: «Caput modus possessionum, quibus collatio imminebat,
jugum etiam dictum, quæ appellationes passim occurrunt in Cod. Theod. Iustin.
Unde capitatio, e jugatio, quæ a possessionibus, e capitibus præstabantur». Indi rapportando la descrizione de’beni del Signor de Eska, tratta
dall’archivio di S. Audomaro, così conchiude: Ubi si beno intelligo, Caput Modus agri est, in que
seminantur tres raseriæ frumenti. E quindi è da
avvertire, che quando i Feudisti dicono, che il tal fondo sia in capite Curiæ, non intendono dir altro, se non che sia tra fondi Fiscali. In quanto
poi al nome Riso, o Risone non è egli un nome inudito in questa nostra Campania; poiché
nella serie de’Vescovi di Sessa rapportata dal Masi nelle memorie istoriche di
Aurunca, e Sessa, pag. 129 e dal Granata nel ragguaglio istorico della stessa
Città in fine del tom. 2. della Storia Sacra di Capua pag. 214. si legge, che
nell’anno 1160. fu Vescovo di Sessa un tal Risone. E nella Cronaca dell’Ignoto Barese, ossia di Lupo Protospapa leggesi
benanche, che un tal altro Riso nell’anno 1112. fu fatto Arcivescovo di Bari. Ma troppo ci siamo
trattenuti intorno alla doppia origine di Capitrisi, il perché scelga il Lettore qual delle due assegnargli più gli
piaccia; mentre noi passiamo volentieri a far parola degli altri Villaggi
Capuani, originati da altri Tempj gentileschi.
Non lungi da Capitrisi, che due tiri d’archibuso verso mezzogiorno, si
ritrova il vasto Villaggio di Marcianisi, detto in latino Martianisium, e Martanisium. Alcuni Eruditi presso il Granata nel tom. I. della
storia civile di Capua, pag. 21. si danno a credere, che Marcianisi sia così detto da
un certo Marciano, cittadino Romano, il quale dopo la deduzione delle Romane Colonie
nell’antica Capua, essendo forse divenuto Padron del fondo, su cui quello si
vede edificato, i di lui agricoltori appellati Marcianenses, e poscia Marcianesi dato avessero il cominciamento, e l’nome al medesimo Villaggio. Sembra
favorire questa oppinione Michele Monaco nel suo Santuario Capuano a pag. 592.
nell’annot. 5. alla Bolla di Sennete Arcivescovo di Capua da noi nel Cap. II.
mentovata, laddove scrive: Quando supra in hac
Bulla dicitur ECCLESIAM SANCTI ANGELI IN LOCO MANCUSI, non bene aliqua exempla
habent IN LOCO MARTANISII: imo tanto minus bene habent, cum nomen Martanisii
sit recentissime introductum, e in antiquis nonnisi Marcianisi, e Marcianesi
legatur. Ma, ciò non ostante, egli è più ragionevole
l’opinare, che un tal Villaggio acquistato avesse l’origine, ed il nome da un
qualche tempio di Marte in quel luogo edificato; poiché ivi si son veduti
finora, come attesta il Granata istesso, molti pezzi di finissimo marmo, grossi
cilindri di granito, e di Affricano, selci di enorme grandezza lavorate ad uso
di tempio, più colonne di giallo, e di verde antico, ed altri simili monumenti;
ed usa il medesimo Villaggio un antichissimo stemma, che rappresenta un
Castello, e un guerriero, che gli è d’appresso, vestito d’elmo, di corazza, e
di spada, che Marte appunto simboleggia. Nè poi punto debilita questa oppinione
quel che dice il suddetto Monaco nel passo poco anzi addotto, poiché
scambiandosi a vicenda, come ognun sa, le lettere consonanti C. e T. come Precium e Pretium, Leucius, e Leutius, dalla parola Marte può ben derivare
tanto Martianisium, e Martanisium, quanto Marcianenses, Marcianesi, e Marcianisi; e di fatto lo stesso Monaco nel citato Santuario, a pag.
Dalla parte sinistra di Marcianisi tornando
verso Casapullo, dopo il tratto di un mezzo miglio, o là intorno, incontriamo
l’antico Villaggio di Musicile, un tempo molto popolato; ma di presente per la peste del 1656.
ridotto a poche case. Questo Villaggio probabilmente acquistò il nome, e per
conseguente ancor l’origine da un tempio delle Muse; poiché in latino è detto Musicilium, che val lo
stesso, che Musicolium, a Musis colendis, non altrimenti, che Domicilium vogliono i Grammatici, che sia detto quasi Domicolium ab incolenda domo; sicchè è ben da credere, che ivi avessero le Muse avuto un qualche
tempio non lontano da quel di Apollo, che era qui, se non un miglio, e mezzo, o
anche meno. Ebbero le Muse un altro tempio nella Città di Taranto, appellato Musco, dove i Tarantini
solevano adunarsi a festeggiare queste Deità con musica, e con banchetti, come
scrive il Grimaldi ne’suoi Annali del Regno di Napoli, epoca I. tom. 5. pag.62.
not. (a).
Ma
passiamo avanti.
All’oriente di Casapullo in distanza di due terzi di Miglio, o poco
più, ci si presenta il Villaggio di Casanova, il qual, secondo l’attestazione
del Pratilli, nelle membrane dell’undecimo, e duodecimo secolo vien chiamato Casa-jove, originato
probabilmente dal Pago Giovio, che in latino è detto Pagus
Jovus, e che dal tempio di Giove Tifatino treva il nome, di cui già nel Capo II. bastantemente ragionammo;
loddove si parlò anche del Pago Ercolaneo, oggi Ercole, che pur era in quelle vicinanze, ma più su verso l’oriente. Nello
stesso secondo Capo facemmo eziandio parola di Caserta, situata nella medesima
direzione sovra uno di que’monti, che susseguono, dopo il cammino di due
miglia, detta ne’secoli Longobardici Casairta, forse così denominata da un qualche antico tempio della Cerva, che
qual ministra di Diana Tifatina, al dir di Silio Italico si venerava in queste
parti, giacchè il Cervo in lingua Tedesca, e Longobarda si appellava Hirsch, e con latina
desinenza, hirtus, d’intorno al quale tempio, se lassù fu mai, surse l’antica
Popolazione, che sotto lo stesso nome, di Casairta si vedea già nel nono secolo
costituita in forma di Città, allorchè per le domestiche discordie, che
bollivano fra i nostri Conti di Capua Zii, e Nipoti, come leggiamo nella storia
di Erchemperto al num. 28. Landulfo fratel di Landone s’impadronì di essa
Casairta, ma sopravvegnendo Pandone di lui Zio, il fece prigioniere insieme con
quaranta Primati del Luogo, cioè coll’intiero ordine de’nobili, che, come
attesta il Pellegrino in un discorso sul nome Porta, ed altri, erano
allora al numero di quaranta, e lo sono sempre stati ne’secoli posteriori fino
all’anno 1738. Ma non ci dilunghiamo dal nostro intendimento.
Dall’antica Casairta costeggiando con cammin retrogrado quella giogaja
fino al monte, oggi detto di San Nicola, che dalla parte di occidente sollevandosi a guisa di piramide, le dà
principio, e che alle volte dagli Scrittori vien additato in singolare col nome
di Tifata del numero de’più, trovasi nella di lui pendice occidentale il sito,
ove fu il tempio di Diana, come di sopra abbiamo divisato, e l’antico
Villaggio, che eragli d’appresso; indi calando giù nella pianura sottoposta,
s’incontra il luogo, ove sorgeva un altro tempio a Cerere dedicato, d’intorno a
cui si formò il Villaggio, appellato Casacerere, e poi corrottamente Casacellula, che esisteva tuttavia nel decimo quarto secolo, ritrovandosi la di
lui Chiesa Parrocchiale sotto il titolo di S. Maria, mentovata nell’antica Tassa delle decime Papali nell’anno
Or che questo Villaggio abbia acquistato i natali, e l’nome da un
qualche tempio delle Grazie, cel persuade spezialmente la natura del Luogo, tutta propria per la
situazione di un tal tempio; giacchè quel campo è stato sempre, ed è ancora
oggi fecondissimo di Rose, che sono di assai grato, benchè tenue, e delicato
odore; e perciò con francese vocabolo ne’bassi tempi fu chiamato
VENERI.
GENITRICI
ET
GENIO. AVGVSTI. CAES
COLONIA. IVLIA.
FEL. AVGVSTA
PACE.
COMPOSITA
DEDICAVIT
IV. KAL. NOVEMBR. Q. FVSIO. ET
Questa iscrizione dunque rende viepiù probabile l’antica esistenza di
un tempio delle Grazie ne’contorni di Grazzanisi, da cui ritrar dovette i
natali, e ‘l nome il medesimo Villaggio; giacchè è ben risaputo dagli Eruditi,
che le Grazie furono da’Gentili compagne di Venere, e ministre riputate, e che
perciò i Poeti, ed i Pittori sogliono insieme con Venere dipignerle; alla qual
Dea erano ancor le rose egualmente, che il mirto consecrate:onde le stesse
Grazie di lei ministre trovansi talor dipinte una con una rosa in mano, l’altra
con un ramoscel di mirto, e la terza con un dado. Delle suddetta iscrizione dà
contezza Michele Monaco in una lettera, che scrisse al suo caro amico Camillo
Pellegrino, che allora stava in Napoli, rapportata dal Pratilli nella sua Via Appia a pag. 250. e 251.
e dal Rinaldi nel primo tomo delle sue memorie istoriche di Capua lib. 4. Cap.
VII. Pag. 251.
Ma valichiamo il Volturno per osservare al di là da esso gli altri
Villaggi Capuani, che formaronsi d’appresso ad altri tempj gentileschi. Il
primo Villaggio adunque che ci si presenta al di là del detto fiume, se lo
trapassiamo nel luogo, ove si dice Ponte
rotto, ovver
A maestro di Bellona in distanza di tre quarti di miglio, o là intorno,
evvi il Villaggio di Vitulaccio, che vuol Prospero Cappella nel tometto II.
delle sue odi, lib. IV. od. V. pag.81.che abbia tratto il nome da un tempio di
Giove, ivi adorato in sembianze di Vitello, sotto la quale si nascose, come favoleggiano i Poeti, allor che rapì
la donzella Europa, figlia di Agenore, Re di Tiro, e di Sidone. Ma è ben più
verisimile, che Vitulaccio abbia acquistato il nome e i natali da un qualche
tempio della Dea Vitula, ossia Vittoria, che
E qui è ben a proposito il far parola d’un idoletto
di bronzo molto raro, rinvenuto parecchi anni fa, in queste contrade; il quale
venne interpretato per un Camillo degli Etrusci Campani dall’erudito, e
diligentissimo antiquario nostro Concittadino, Giuseppe di Cristofano, da cui
si conserva nel suo celebre Museo, donde poi fu trsferito nel Museo Reale.
Nell’anno dunque 1753. un Contadino ritrovò in uno scavo, oltre ad un vetro di
antica pasta torchina con egizia impressione, una curiosa figura di bronzo, la
quale rappresentava un giovane vestito d’una fina e sottil veste a mo’ di
tunica, strettamente affibiata alla vita, la qual veste cominciava dal collo, e
terminava al di sopra del ginocchio, e vestiva il braccio fino al gomito; dagli
omeri gli pendeano due grandi ali, e distese; da talloni gli sorgevano due
altre piccole ali, i piedi eran calzati fino a mezza gamba d’un sottile
stivaletto; avea le braccia sollevate colle mani aperte, che formavano un rilievo
attaccato alle grandi ali degli omeri; e stava in atteggiamento di piegare un
ginocchio; la testa era ricoperta di corti capelli, dalla cui sommità, e
dall’una, e l’altra tempia sorgevano tre pezzetti dello stesso metallo, ond’era
composta la figura, ma quel di mezzo era più grandicello, e appena nati,
andavano a terminare colla medesima grossezza nella punta, che aveano nella
base, (ornamento, per quel ch’io sappia, non ancora osservato in altre figure,
né letto presso alcuno Scrittore); di dietro al collo sin sotto alle spatole
gli pendea un lungo collare non molto differente da un corto ammitto de’nostri
Sacerdoti; gli ornamenti erano minutamente tirati, ma il lavoro non era degli
eccellenti; il peso era di once quattro, e la figura mostrava aver dipendenza
dalle antiche figure Egizie. Egli dunque il Cristofano opinò, che i Fenici
progenitori de’nostri Etrusci nel gran commercio, che esercitavano per ogni
parte, avessero dall’Egitto qua recato il culto di Mercurio, ossia Camillo, e
che nel rappresentarlo fatte vi avessero delle picciole mutazioni secondo il
loro diverso genio; come avvenir solea a tutte le false Deità, che da Genti
diverse si adottavano: sicchè essi quelle ali, che le immagini di Mercurio
altrove aveano nel galero, gliele avessero agli omeri adattate; e perché a
Mercurio frà gli altri ufficj, che gli si attribuivano, era quello di
Messaggiere degli Dei, perciò i medesimi Fenicj, ovvero i nostri Etrusci lo
avessero figurato colle braccia sollevata, e in atto di piegare un ginocchio per
fare ossequio a colui, a cui recava un’imbasciata. Ma ritornando là, onde ci
siamo dipartiti, conchiudiamo, che da qualche tempio di Camillo dagli Etrusci
Campani edificato potè trarre anzi, che nò, l’origine ed il nome il Villaggio
di Camigliano.
Fra ‘l Settentrione, e l’occidente di Camigliano sulla pendice di uno
di quei monti, detti Callicola, che formano quasi un semicerchio alle spalle de’Villaggi, di cui
parliamo, sta situato il Villaggio di Giano. Questo Villaggio ebbe il nome ed i
natali da un tempio del Dio Giano, del qual tempio vi resta ancora un sol muro
in piedi, e parecchi rottami, che gli giacciono d’appresso; ed era di forma
quadrata, e composto di mattoni, e di altri materiali. Sì fatti avanzi si
osservano sulla stessa pendice del suddetto monte al fianco occidentale del
medesimo Villaggio, ma alquanto più in su, ed in distanza di tre quarti di
miglio, o là intorno, da quello. In un tal tempio si rinvenne ne’tempi antichi
il busto dell’Idolo, che è quasi due palmi alto, e tuttavia vi si distinguono
assai bene le due fronti, e le due facce; giacchè si vede adesso incastrato per
cura de’paesani in un pilastro di moderna struttura, che è distante dal
disfatto tempio, dove fu trovato il detto simulacro, un miglio, e di vantaggio.
Calando poi verso mezzogiorno di Giano alla parte occidentale di Camigliano,
incontriamo il Villaggio di Pantoliano, che da Camigliano è discosto intorno a
un miglio, e mezzo.
Il Cappella nella suddetta ode, e ‘l Pacichelli nel passo sopraccennato
della sua Storia son d’avviso, che Pantoliano abbia avuta l’origine, ed il nome
da un qualche tempio, appellato perciò Pantheon in greco, ed in latino; né mica è inverisimile la loro opinione;
giacchè parecchi di sì fatti tempj si leggono nelle storie, e fra gli altri il
famoso Pantheon, edificato in Roma da Marco Agrippa genero di Augusto, d’opera
corintia, di forma rotonda, e ‘l più bello di tutti gli edificj della Città, e
spezialmente de’tempj. Egli tuttavia osservasi formato da un continuo muro
largo palmi 30.; ha una sola porta, e un solo spiraglio grande nel mezzo della
volta, donde riceve il lume: la sua altezza è pari alla larghezza, che è di
Vi era in Roma un altro Pantheon dedicato particolarmente a Minerva
medica; questo era internamente di figura decagona, ed avea ventidue piedi e
mezzo di distanza da ciacun angolo all’altro; lo che fa
In S. Agata però de’Goti del nostro Regno vi era un
altro vero Pantheon, ossia tempio sacro a tutti gli Dei, di cui esiste tuttavia
un portico, che ha 84. palmi di lunghezza, e 25. di larghezza: ha tre grandi
archi di fronte, e due ne’lati, sostenuti tutti da colonne, tra le quali assai
pregevoli son le due di granito orientale, che sostengono l’arco di mezzo,
avendo palmi tre di diametro, e quindici di altezza senza le loro basi, e
capitelli di ordine jonoco; come eziandio pregevole del pari è un’altra colonna
di marmo affricano, che vedesi in uno de’suoi lati: Ve ne erano benanche
quattro altre, che adornavano il muro interiore, e tra queste due il verde
antico, che per la loro eccellenza furono trasportate nella galleria del Real
Palazzo di Portici. Il cennato portico forma di presente l’atrio della Chiesa
Cattedrale, nella cui rifazione cavandosi nell’anno 1728. il fondamento d’un
pilastro, si rinvenne ivi la seguente iscrizione:
I. O.
M.
C. O. D. I.
Cioè, Jovi
optimo maximo, ceterisque omnibus Diis immortalibus. Veggasi la diss. Sull’origine, ed
antichità di S. Agata de’Goti del Rainone a pag.
12. e 13.
Oltre poi ai tempj, sacri a tutti gli Dei,
detti perciò Panteoni, i romani chiamavan Pantee certe statue, composte di figure, di attributi, e di simboli di
diverse Deità insieme accolti; come le statue di Giunone, che sovente avevano
rapporto a molte Dee, tenendo qualche attributo di Pallade, di Venere, di
Diana, e di altre: anzi eravi una statua, che si appellava il Dio Panteo; perché rappresentava
tutti gli Dei, o tutte le Dee unite insieme; quantunque non avesse di ognun di
essi qualche simbolo. Di questa statua il Capaccio fa menzione nel lib. I.
della sua storia Napoletana, tom. I. pag. 203. dell’ediz. Gravieriana, dove
scrive: Cum Hercule, Mercurio, e Silvano Mediolani id
signum est conjunctum:
HERCVLI. MERCVRIO.
ET. SILVANO. SACRVM.
E poi soggiugne: Argenteum Pantheum in
Hispania erectum Astigi inter Hispalim, e Cordubam
hoc epigramma ostendit.
P. NVMERIVS. MARTIALIS. ASTIGITANVS
SEVIRALIS.
SIGNVM. PANTHEI
TESTAM.
FIERI. PONIQVE.
EX. ARGENTI. LIBRIS.
SINE. VLLA. DEDVCTIONE. IVSSIT
Ex quibus apparet PANTHEUM
unam tantum fuisse statuam omnibus Diis dicatam.
Ciò però non ostante, trovasi questo nome Panteo dato ancora ad alcuni
Numi particolari, come a Bacco, a Priapo, ed a Silvano, leggendosi in una
iscrizione rapportata dal Doni cl. I. n. 64.
L I B E
R O
P A N T H
E O
E in un’altra recata dal Grutero pag. LXXVII. 3 vien dedicata una
statua: Liberi Patris Panthei alla Fortuna Primigenia. Per simil modo un’altra iscrizione dallo
stesso Grutero riferita pag. XCV. I. attribuisce il nome Panteo anche a Priapo:
come altrsì dassi a Silvano nel marmo rapportato dal Doni cl. I. n. 66. dove
leggesi: SANCTO SILVANO PANTHEO S. M. FVLVIVS ERASTVS CVM SVIS D. D.
Adunque, rotornando a noi, conchiudiamo, che il Villaggio di Pantoliano
con ogni probabilità potè ritrarre il nome, ed i natali da un qualche antico
tempio ivi esistente, dedicato a tutti gli Dei, detto perciò Pantheon; oppure al Nume Panteo; o a qualche altra
Deità particolare, la quale avesse pur di Panteo il nome, essendo stato per ventura il cennato Villaggio appellato da
principio Pantheanum, a cui sottintendeasi Castrum, oppidum, e poi corrottamente detto Pantoliano.
Resterebbe ora, che io qui ragionassi del
tempio d’Espero, dal Pacichelli erroneamente annoverato fra gli antichi tempj
gentileschi del Contado Capuano; dal qual tempio, se mai vi fu, è assai
probabile, che ‘l Villaggio di Sparanesi, ossia Sparanisi, al contado Caleno
appartenente, abbia tratta l’origine, ed il nome, e del detto tempio ivi forse
ad onor di Espero dagli antichi Caleni edificato, io di proposito favellai
nella mia Lettera, stampata in Napoli nell’anno 1793. Sopra il saggio istorico della Città di Calvi, e
Sparanisi dell’ab. Mattia Zona, ed al medesimo
indiritta; perciò rimando volentieri il mio Lettore alla stessa Lettera, per
far passaggio finalmente al IV. Capo di questa, qualunque siasi, dissetazione.
C A P O IV
In che tempo, e
da chi probabilmente
fu abolito in
Casapullo il falso culto
di Apollo: e
quando edificov-
visi la chiesa di
S. Elpidio.
Per poter noi
determinare con qualche precisione il tempo, in cui fu spento il profano culto
di Apollo in questo luogo, che nel quinto secolo della Chiesa comunque si
ritrovasse già proscritta l’Idolatria dalle Città maggiori, durava pur tuttavia
ne’subborghi, e nelle ville: E di fatto S. Nilo, autore del cennato secolo nel
lib. I. epist. 75. narra che i Gentili de’suoi dì non altrove sacrificavano a
loro

Stemma del Comune
di Casapulla
tratto dalla
dissertazione:
Un tempio di Apollo
del m.se Bernardo de NATALE SIFOLA GALIANI
Dei, che ne’subborghi χατά τά
τροάςεια.. Onde il Mazzocchi nella sua
Epistola De dedicatione sub
Ascia, pag. 85., not. 108. scrive così: Post orbem Principum edictis
χριςιαυισθέυτα,
diu tamen idola substiterunt, unde e Paganis nomen. Che poi anche in questi Villaggi della felice Campania durasse allora
l’idolatrico culto, si ricoglie dagli atti di S. Castrense, illustrati, e
sostenuti per sinceri, tranne alcuni errori, dal Mazzocchi stesso nel suo
Calendario della Chiesa Napoletana tom. I. pag. 39. e seg., laddove egli
dimostra, che i dodici Santi Vescovi Africani, che nella vandalica persecuzione
bandeggiati dall’Affrica approdarono prodigiosamente al lido Campano, che è fra
mezzo alle foci del Garigliano, e del Volturno verso la metà del V. Secolo,
erano stati da Dio destinati a purgare queste nostre contrade, non da altri
errori, che da quelli del Gentilesimo.
Or ciò posto, da questi beati Esuli appunto dobbiamo noi riconoscere la
distruzione degl’Idoli, che rimanevano peranche in piedi in questi Capuani
Villaggi, e l’introduzione, o il dilatamento in essi della vera Religione. Il
perché non sarà superfluo, che quì noi ce ne rapportiamo in brevi termini la
storia; tuttochè ne abbiano fatta menzione il Martirologio Romano al dì I. di
Settembre; il Ruinart nel Cap. IX. della sua storia della Vandalica
Persecuzione, che soggiunse a quella di Vittor di Vite; il Monaco nel suo Sant.
Cap. pag. 68. e segg.; l’Enschenio nella vita di S. Castrense, che da quel che
ne scrisse il Monaco, e da due altri manoscritti la riprodusse più corretta
sotto il dì II. di febrajo; il Rinaldi nelle sue Memorie Istoriche di Capua
tom. I. pag. 315. e segg.; e finalmente, per tacerne altri, il chiarissimo
Canonico della nostra Cattedrale D. Francescantonio Natali[12] nelle sue critiche ed erudite Considerazioni sopra gli Atti di S. Matrona pag. 17. e 18. Adunque egli è da rammentare, che nell’anno 428. o là
intorno, al fatale invito del Conte Bonifazio Comandante dell’armi imperiali
nell’Affrica sotto l’Imperatore Valentiniano III., e l’Imperatrice Galla
Placidia di lui madre, essendi colà passato col suo esercito dalle Spagne
Genserico Re dei Vandali, seguace dell’Arriana eresia, costui a guisa d’una
mortal pestilenza, come scrive Vittor di Vite (lib.I. de perfec. Vand.), o d’un
furiosissimo incendio, portò da per tutto la desolazione, la rovina, e le
stragi senza perdonare neppure agli alberi fruttiferi della terra per togliere
ogni maniera di sostentarsi a quegli Infelici, che colla fuga si erano
sottratti alle sue spade. Indi ridotte in orridi e spaventosi deserti quelle
popolate ed ubertose Contrade, ed impadronitosi perfidamente nell’anno 439.
della Città di Cartagine, che nel vasto giro dell’Affrica per la sua
magnificenza e splendore era quasi un'altra Roma, benchè egli non lasciasse di
esercitar generalmente la sua fierezza contra ogni genere di persone, pur
nondimeno prese principalmente di mira i due più ragguardevoli ordini della
Nobiltà, e della Chiesa; onde sembrava non aver meno in animo di far la guerra
all’Altissimo, che a’Mortali: Quindi è, che tra gli altri Vescovi Cattolici,
che divennero l’oggetto delle sue crudeli persecuzioni, oltre al santo Vescovo
di Cartagine Quod-vult-deus, e a S. Gaudioso Vescovo D’Abitina nella Proconsolare, e a S. Possidio
Vescovo di Calama, ve ne furono altri dodici, i di cui nomi sono appunto:
Castrense, Tammaro, Prisco, Rosio, Eraclio, Secondino, Adjutore, Marco,
Augusto, Elpidio, Canione, e Vindonio. Costoro adunque dopo aver sofferta una penosa
prigionia, ed altri barbari, ed inumani trattamenti per

Sant'Elpidio e gli altri vescovi in balia del mare
Ma la divina Provvidenza, che prende a scherno gli astuti consigli
degli Empj, guidò soavemente la nave malconcia verso questa Campania, facendola
felicemente approdare intorno all’anno 442., o 443., come vuole il Monaco, nel
lido Sessano, in cui discesi que’Santi Eroi, il primo di essi, cioè Castrense
si portò nella Città di Sessa, indi stabilì la sua dimora in un vicino
Villaggio; donde poi passò alla Città di Volturno, situata presso alla foce del
fiume dello stesso nome, di cui si crede che fosse stato costituito Vescovo, e
nella quale terminò santamente i giorni suoi. Gli altri Vescovi di lui compagni
si dispersero per queste Contrade, affaticandosi colla lor celeste predicazione
nell’abolire affatto il profano culto degl’Idoli, che in questi Villaggi
peranche si manteneva; ond’è che il lodato Mazzocchi nel luogo sovraccennato
del suo calendario, pag.40. così scrive: Hæc eo
pluribus notavi, ut appareat hos Africanos Episcopos tamquam Campaniæ nostra
Apostolos esse habendos: quorum opera ex Campaniæ urbeculis, atque Pagis
paganismus maximam partem ejectus fuerit sæculo V.
Premesse or queste cose, ogni ragione dee indurci a credere, che fra i
suddetti Santi Vescovi Elpidio sia stato quegli, che fermatosi in Casapullo, si
sia impegnato principalmente a trarre questo Popolo dalle tenebre del
Gentilesimo, onde forse era per anche ingombro, alla vera luce della Cristiana
Religione; giacchè da tempo affatto immemorabile si è qui sempre onorata la di
lui memoria, e del santo nome di lui è andata sempre insignita
quest’antichissima Chiesa Parrocchiale, essendone egli pur tuttavia il
graziosissimo Protettore. Egli adunque il nostro Apostolo dopo aver
probabilmente illuminata, e convertita alla vera fede questa Gente, dovette
abbattere, e fare a pezzi l’Idolo d’Apollo, e lasciando per ventura in piede il
di lui profano tempio, purificato che l’ebbe da ogni superstizione, il dovette
dedicare al vero Dio, come sappiamo. essersi praticato in molti altri luoghi;
secondochè attesta Todoreto Evang. Verit. I. 8. de Mart., ne’quali i tempj
delle false Divinità furono mutati in Chiese Cristiane sull’esempio di S:
Paolo, che nel Cap. XVII. degli Atti degli Apost. Si legge avere appropriato al
vero Dio l’altare degli Ateniesi consegrato Ignoto
Deo, al Dio non conosciuto; donde si ricoglie,
che era lecito ai Propagatori del Vangelo a maggior confusione del Demonio
servirsi delle cose da Gentili profanamente usate, e purgatele con sacro rito,
trasferirle al culto della vera Religione. Egli è vero che sovente i Vescovi
per timore di nuova idolatria amavano piuttosto di distruggere i tempj
de’Pagani, che di purificarli, e dedicarli al vero Dio: ma laddove questo
timore non prevaleva, di buon grado in sacre Basiliche gli cambiavano; siccome avvenne
al Pantëon di Roma, e quel, che al nostro proposito più giova, anche all’antico
tempio d’Apollo in Monte Casino, che S. Benedetto nel sesto secolo,
contentandosi soltanto di avervi fatto in pezzi il profano simulacro, e di
averne distrutta l’ara, lo convertì in una Chiesa. Lo stesso adunque possiamo
credere, che fatto avesse poco meno di un secolo prima di S. Benedetto il
nostro Elpidio dell’altro tempio d’Apollo, che qui era. Ma venuto poi
dall’Affrica in Italia il barbaro Genserico con una formidabil flotta nell’anno
455., e presa senza molto contrasto, e saccheggiata Roma per lo spazio di
quattordeci giorni, astenendosi a preghiera del Pontefice S. Leone dal metterla
ben anche a ferro e fuoco, nel passare che egli fece per questa nostra Campania,
ripigliando affatto l’usato stile, lasciò, che le sue schiere, composte di Vandali e di Mari,
depredassero, e incendiassero quanto mai veniva loro incontro, e giunte nella
nostra antica Capua, le usassero quelle crudeltà, che gli stessi antichi Romani fieramente contro di lei sdegnati non
ardirono di usarle, cioè la devastassero, e ne adeguassero al suolo gli
edifici; siccome scrive l’Autore della storia Miscella presso il Muratori tom.
I. rer. Italic. Ferip. Pag. 98. Quindi è, che le medesime Masnade dovettero
ancor distruggere in questo luogo il suddetto Tempio d’Apollo già convertito in
Chiesa, non altrimente che fatto aveano alla basilica Costantiniana nella
stessa vicina Capua. Ma passato altrove quell’orrido nembo di desolazione e di
barbarie a travagliare l’umanità, ritornando i dispersi Cittadini di Casapullo
alle proprie mal ridotte abitazioni, e trovando già diroccato il loro tempio, e
ben giusto l’opinare, che senza frapporre indugio sulle rovine di quello
avessero edificata la presente Chiesa, non già in quell’ampiezza, e
magnificenza, in cui adesso si ammira, ma più semplice, e più ristretta,
consistente nella sola antica nave settentrionale, il cui muro esteriore fu
forse il solo, che restò in piede di tutto il tempio distrutto, osservandosi ancora
in esso quegli antichi macigni di smisurata grandezza, de’quali nel Cap. I.
diffusamente noi ragionammo. Se poi nel tempo, che questa chiesa si edificò, si
trovasse qui tuttavia il nostro Elpidio, non è sì facile il determinarlo;
poiché se col Mazzocchi, e coll’Ughelli si vuol diverso questo Elpidio Africano
dall’Elpidio Vescovo dell’antica Atella, città di questa Campania, il quale
negli atti contenuti nel Breviario Salernitano si legge, che viveva nell’anno
395. essendo Arcadio Imperatore d’Oriente, e Siricio Roman Pontefice; e in un
frammento degli atti, mentovati dal Monaco nel suo Santuario a pag. 70. si fa
vivere ancora nell’anno 408. sotto il Consolato di Raffo, e di Filippo, ed in
quest’anno istesso si fa poi passare a miglior vita ne’monchi atti dal Capaccio
rapportati nella sua storia Napoletana I. 2. Cap. 28., allora il nostro Elpidio
Africano non avendo punto che fare con quelle epoche, né con Atella, per essere
venuto a nostri lidi, come dicemmo addietro, nell’anno 442., o 443; potea
benissimo qui dimostrare in tempo dell’edificazione di questa Chiesa; scrivendo
il lodato Mazzocchi nel suddetto luogo del suo Calendario pag. 40. consentaneum est, quod omnes hi Africani Episcopi qui
ex Castrensis actis innotuerunt, in urbeculis aut PAGIS consederint; unde e
postmodum oppidulis illis tuentibus, corum Cathedra incerta adbuc manent. E forse ancora da questo Villaggio egli volò all’immortalità della
gloria, ma che poi del suo sacro deposito per le torbide vicende de’barbarici
tempi se ne perdette la memoria.Se poi per lo contrario si vorrà col Ruinart, e
con altri Srittori, che quest’Elpidio Africano fosse lo stesso che quel di
Atella dandosi per erronee le suddette Epoche Atellane, ma lasciandosi quegli
atti sussistere nel dippiù, giacchè s’incontrano frequenti esempj di simili
sbagli cronologici negli atti di altri Santi, che poi nel resto son sinceri,
come avverte lo stesso Monaco nel citato luogo, allora il nostro Elpidio
nell’edificarsi questa Chiesa non dovea per anche qui soggiornare; poiché convertito
che ebbe alla vera fede questo popolo, e lasciatone il governo a Prisco, uno
de’surriferiti suoi Compagni, che fu Vescovo (secondo di questo nome) della
vicina antica Capua, è da credere, che egli assunto fosse alla Cattedra di
Atella, e che ivi dimostrasse, allorchè il barbaro Genserico dappoichè qui ebbe
abbattuto il già purificato Tempio di Apollo passò col suo esercito a
distruggere, ed incendiare insieme con altri luoghi la stessa Atella,
imperciocchè si legge ne’suddetti atti che dopo l’incendio della cennata città
il Santo Vescovo Elpidio fabbricò in quella vicinanza una Chiesa (ov’egli poi
fu sepolto insieme col nipote Elpicio Levita, e col fratello Cione Prete)
intorno alla quale adunò gli infelici avanzi del popolo Atellano, onde venne a
formarsene un villaggio, che dal nome di lui oggi corrottamente si appella Santarpino. Conviene però qui
avvertire di passaggio, che essendo poscia quella gente divenuta più numerosa,
forse per essersi rimpatriati altri raminghi Cittadini, e per esservi anche
concorsi degli stranieri tratti dalla fama delle virtù di Elpidio, né potendo
tutta capire nel suddetto villaggio, gli edificj della riarsa Atella poco a
poco si dovettero ristorare, ripigliando l’antica forma di città; poiché fino
al nono secolo, siccome attesta il Pellegrino, il P. Sanfelice, ed altri, si
trova fatta menzione di Atella, e fino alla metà del settimo anno anche del suo
Vescovo, come nella lettera 52. del lib. 5 del Pontefice S. Gregorio il Grande,
che fiorì nel fine del sesto secolo, e nel principio del settimo, il quale
scrive così ad Antemio suddiacono Campano: Paritar
etiam Clerum plebemque ipsius Ecclesiæ (Atellanæ) vel aliarum quæ ei unitæ
sunt, coram instantius commoneto quatenus e ipsi omni mora dilationeque
postposita aptum sibi eligere debeant sacerdotem: E nel tom. 10. dell’Italia Sacra dell’Ughelli, laddove nell’anno 649.
si rammemora Eusebio Vescovo di Atella, che sotto il Pontefice Martino
intervenne al Concilio Romano, ossia Lateranense; nè regge il dire di alcun
moderno Scrittore che col nome di Atella già distrutta si volle significare
ne’secoli posteriori il villaggio di Santarpino, che le era surto dappresso;
poiché era contra la disposizion de’canoni della Chiesa il crear Vescovi in un
villaggio, qual era quello, come apparisce dal can. 6. del Concilio Sardicense,
e dal can. 57. del Sinodo Laodiceno presso il Cabassuzio Notic. Eccl. pag. 140. e 156., e presso il Beveregio Pandect. Canon. tom. I., e dalla distinzione
Che ne sia della suddetta controversia, cioè
se il nostro Elpidio Africano, fosse altri, oppure lo stesso, che l’Atellano, e
dovunque ei terminato avesse i giorni suoi o in Casapullo, o in Atella, non
dovette questo Popolo molto indugiare dopo la di lui morte a riconoscerlo per
Santo, e ad onorarne ogn’anno la memoria; poiché fin dal principio del IV.
secolo era permesso a Cristiani prestar pubblico culto ai Santi Confessori, ed
innalzare ad onor di essi delle Chiese anche tantosto dopo la loro morte, come
si può ricogliere da S. Girolamo in vita
Hilarionis, ove parlando di S. Antonio Ab. scrive, che
il medesimo ordinò a suoi discepoli, che essendo egli morto avessero il suo
corpo occultato, ne Pergamius, qui in
illis locis ditissimus erat, sublato ad Villam Sancti corpore martyrium
Fabricaretur. Non potea
certamente ciò temere Antonio, se fin d’allora non fossero usi i Cristiani di
edificar de’Tempj a Santi Confessori; si serve poi S. Girolamo del come di Martirio, perché le Chiese
allora così venivano appellate. Lo stesso si ricava da Teodoreto Histor. Relig.
C. 3. laddove ei fa parola del Santo Confessore ed Anacoreta Marciano; e da
Sozomeno Histor. Eccl. I.
Ma datasi la pace alla Chiesa dal Gran Costantino, e
cresciuto il numero de’Preti, cominciarono i Vescovi ad addossare generalmente
a questi la cura delle anime, rimanendo i Diaconi, come coadjutori de’medesimi;
Quindi è, che in ciascuna Parrocchia oltre al Prete Parroco eravi un Diacono,
il quale alternativamente con quello presedeva ancora al Clero inferiore nella
celebrazione de’Divini Officj, che era in uso ancora nelle Parrocchie
de’Villaggi; siccome troviamo definito dal canone 7. del Concilio di Terracona,
tenuto nell’anno
Né ci sia, chi per ventura voglia darsi a credere,
che col nome di Iaconato nell’addotto istrumento, anzi che Diaconia, si debba intendere l’officio del Sagrestano, che oggi Iacono volgarmente vien
chiamato; imperciocchè secondo la guasta lingua latina del secolo decimoquarto,
in cui fu fatto quell’istrumento, jaconatus, o jaconia, che è lo stesso, corrottamente Diaconia significava; ond’è, che presso il Mazzocchi nell’append. alla sua
Diss. Ist. de Cathedr. Eccl. Neap. pag. 252. ad not. (16.) col. 2 leggesi così: Celeberrima
illa S. Januarrii Diaconis fuit….. quæ ævo posteriore Ecclesia S. Januarii ad
Jaconiam vocabatur. E la stessa
Chiesa in un inventario dello Attanasio dell’anno 1336., rapportato dal
medesimo Autore nel cit. luogo pag. 277. trovasi appellata. Sancti Januarii ad Jaconium; e che sia così, come dianzi io dicea, è da notarsi che nel suddetto
nostro istrumento accennasi la terra, ossia il beneficio del Jaconato della Chiesa di S.
Elpidio. Or il beneficio era annesso all’ordine del Diaconato, come insegna lo
stesso Tomassini nel suddetto tom. I. l.
Ma seguitando a ragionare della stessa chiesa, noi
la ritroviamo consecrata nell’anno 1467[13], nel qual anno dovea essersi già ampliata nelle tre magnifiche navi,
in cui si vede divisa; conciossiachè, convien sapere, che sul maggiore altare
di essa ne’tempi andati eravi un Ciborio a modo di torretta, di bellissimi
intagli, e di figure adorno, che poi ne fu tolto via nell’anno 1733., nel cui
mezzo s’introducevano due o tre forzieretti l’uno all’altro sovrapposto, e in
un di essi, serrato a chiave, si rinvenne una guastadetta di larga bocca, che
contenea molte schegge di ossa, certe filaccia di un drappo d’oro, ed uno
stemma impresso in ceralacca; ed era chiusa d’una pergamena, al di sotto della
quale caratteri gotici si leggea così: Reliquiæ
sunt ha v.c. Sancti Laurentii M. jjj. (cioè tre particelle), Sancti Nazantii
Martyris, et S. Lucia Virg. Et Mar. et aliarum Reliquiarum. Hæc Ecclesia consecrata est per Rmum. Dnm. In Xpo. Patrem Angelum Mazziotta de Capua Episc.
Calvensem de licentia Rmi, Dni Jordani (fu questi Giordano Gaetano) Archiep.
Capuani sub anno Dni. 1467. Die vero 26. mensis Julii, quintadecima indictione
sub pontificatu Sanctissimi Dni. Nostri Pauli PP. Anno III. Questi fu Paolo II. che fu creato Pontefice addì 31. Agosto 1464. La
cronologia cammina bene. Lo stemma è del cennato Vescovo di Calvi Mazziotta,
che fu prima Primicerio della Cattedrale di Capua, come scrive il Monaco nel
suo Sant. A pag. 204., e poi nell’anno 1443. fu promosso alla Cattedra
Vescovile di Calvi dal Pontefice Eugenio IV., come si legge presso il Granata
tom. II. della sua storia sacra, pag. 100.
Finalmente lasciando io di far parola di altri pregi della suddetta
Chiesa, cioè degli antichi beneficj padronati, e delle insigni confraternite,
fornire di reale assenso che in essa
veggonsi fondate, e che si possono riscontrare da chi ne abbia vaghezza presso
il cennato Granata nel detto tom. II. pag. 10. ed 11., soggiugnerò soltanto che
nella Chiesa medesima si venera un sacro stinco del Glorioso Protettore
Elpidio, sebbene riputato di nome adottato; ed è racchiuso in un gran
reliquiere d’argento, che nella base mostra incisa l’epoca del 1696., e che
vien custodito sotto tre chiavi, una delli quali serbasi dal Parroco, un’altra
dal magistrato secolare, e la terza dagli Economi, che si eleggono dallo stesso
Magistrato; la qual osservanza è una delle pruove, che di pieno consenso
ne’tempi a noi vicini fosse stato dal Popolo il lodato S. Elpidio, già
antichissimo Titolare di questa Chiesa, eletto ancora per suo spezial Padrone
coll’approvazione della Sacra Congregazione de’Riti, come si può arguire dalla
decisione della stessa Congregazione in Letteren. 8. Maji 1604. rapportata dal
Barbosa Apostolic. Decis. Collect. 649. v. Patroni Sancti. Quindi è, che il 26.
di Maggio, giorno della festività di esso Santo, si solennizza con sacra pompa
da tutto il popolo, al quale anche è interdetta qualunque opera servile, e dal
Clero se ne celebra l’officio di rito doppio di prima classe con ottava; sebbene
anche prima, allorchè era soltanto Titolare, celebravasi così, come si legge
notato a’tempi dell’Arcivescovo di Capua Giovannantonio Melzi negli ordini
Capuani del Divino officio: In oppido Casapullæ
Vesp. de S. Elpidio Conf. et Pont. dup. prim. class. cum act., ut Titularis
Parochialis Ecclesiæ sine ulla cam. Anzi è da
avvertire che da due più antichi Calendarj, della Capuana Chiesa prodotti dal
Monaco nel suo Sant. a pag. 412. e 423. e segg., de’quali il primo a carattere
rosso Longobardico fu scritto intorno all’anno 1300., come egli il Monaco
argomenta, si rileva, che nello stesso dì 26. Maggio se ne celebrava l’officio
per tutta
[1] In famiglia detta Candita.
[2] Nel registro degli atti di nascita, conservato nella
Parrocchia di Sant'Elpidio in Casapulla, è registrato col cognome de NATALE-SIFOLA, Casapulla
1738-1803.
[3] Libro stampato "da Torchi di Vincenzo Manfredi
con licenza de'Superiori" A.D. MDCCCII.
[4] Ossia Bernardo
de NATALE SIFOLA GALIANI come riportato nel registro delle nascite
conservato nella chiesa di Sant'Elpidio di Casapulla(CE), Casapulla 1775-1827.
[5] Il decurionato era di nomina regia sulla base di terne
formate in ogni piazza dall’intendente. I decurioni nominano gli amministratori
dell’università, ovvero il sindaco, «incaricato dell’amministrazione del
comune», e due eletti, dei quali uno è esclusivamente incaricato della polizia
municipale e rurale, e l’altro assiste il sindaco e sostituisce il sindaco
stesso ed il primo eletto in caso di inabilità. Soprattutto i decurioni
elaborano lo stato discusso delle rendite, dei pesi ed esiti, verificano i
conti a fine esercizio, ripartiscono le quote delle contribuzioni dirette
tassate (dal consiglio distrettuale) alla propria università e provvedono alla compilazione delle terne
dei proprietari tra i quali vengono scelti i consiglieri distrettuali e
provinciali ed i giudici di pace.
[6] TRADUZIONE: Questo
tempio fu qui edificato sui ruderi di un antico fano di Apollo ed al nostro Dio
Ottimo Massimo in onore di sant’Elpidio Vescovo africano il quale su disarmato
naviglio coi suoi, guidato da Dio approdò ai lidi della Campania nostra nel
secolo V dopo Cristo dal tempo poi ridotto squallido e quasi crollante i
decurioni col popolo di Casapulla si
adoperarono restaurarlo l’anno 1789.
[7] Si intende la città di Capua.
[8] Berardo
GALIANI, Teramo 1724-Sorrento 1774.
[9] Marcello
Maria de NATALE-SIFOLA, Casapulla 1740-1819.
[10] Come osserva il
lodato Mazzocchi nelle sue cennate Diatribe nel tom. 2. degli opuscoli, pag.
138. nel nome Giano, deducendolo dall’Ebraico הב׳ jana, che
vuol dire opprimere, violenter agere.
[11] Oggi Santa Maria Capua Vetere.
[12]
Discendente da Gennaro
de NATALE per il ramo di Marcantonio. Lo stesso antenato dei de NATALE
SIFOLA GALIANI.
[13] La ristorazione e la consacrazione avvenne il 26 luglio 1467 per opera dell’arcivescovo di Capua Giordano Castani illustre esponente della casa d’Aragona.
Articolo letto: 737 volte