COLLANA

STORIA D'ITALIA

Fatti e personaggi nella famiglia

Marchionale

de NATALE SIFOLA GALIANI

discendente dall’ Imperatore

CARLO MAGNO

Patrizi di Trani del Seggio di San Marco, baroni di Pietrapertosa, baroni di Ormeta, patrizi di Casapulla, marchesi di Palazzo di Napoli, dei principi Colonna Romano di San Giovanni a Teduccio già marchesi di Altavilla (Silentina) e baroni di Palizzi e Pietrapennata in Calabria e grandi feudatari in Sicilia.

Con riferimenti alle famiglie

Menicillo di Macerata (CE), Marzano di Sessa Aurunca e Caserta, de Rath di Caserta, Barile, Buonpane, Capece, ecc.Studi e ricerche

di

Ferdinando de NATALE SIFOLA GALIANI

Stemma

dei marchesi

de NATALE GALIANI

ossia

de NATALE SIFOLA GALIANI

A mio padre Giovanni

Avendo il desiderio di entrare a far parte dell'Ordine dei Cavalieri di Malta, come lo fu già il mio avo Bernardo, alcuni anni fa, andai all'Aventino per chiedere delucidazioni per l'ammissione a tale ordine: come persona appartenente a famiglia patrizia. In questo luogo stupendo da cui si gode una bellissima veduta della città eterna con una meravigliosa inquadratura della cupola di San Pietro, incontrai il marchese Serlupi, il quale, con molta affabilità e cortesia, dopo un breve colloquio, mi disse che quanto chiedevo sarebbe stato possibile preparando una attenta documentazione probatoria. Questa fu l'opportunità che mi spinse a visitare ed a mettermi in corrispondenza con chiese, biblioteche, archivi di stato e archivi diocesani, dove ho potuto fotocopiare: pubblicazioni, documenti e richiedere persino fotografie di ritratti di alcuni miei avi e parenti conservati presso il museo di San Martino di Napoli. Per la realizzazione di questa opera ringrazio il mio amico casapullese don Felice Provvisto, parroco della Parrocchia di San Tammaro (San Tammaro) diocesi di Capua, per la genealogia de NATALE, de NATALE SIFOLA, de NATALE SIFOLA GALIANI e per la Dissertazione Istorica di Casapulla; mia zia Teresa, prof. di lettere e pianista sorella di mio padre, che mi fornì la fotocopia del libretto La famiglia dell'abate Galiani ed alcuni spartiti di musica del Barone Celestino Galiani di Montoro Superiore(SA), dove sono riportate le dediche di detto barone alle sorelle di mio nonno Carminio, Rosa, Margherita e Giovanna[1]; padre Goffredo dell'archivio Diocesano di Napoli per alcuni processetti pre matrimoniali di miei avi; i funzionari degli archivi di stato di Roma-Eur e di Trani per i documenti ivi conservati; i funzionari dell'Archivio di Stato di Parigi per la loro cortesia e disponibilità. Da questo lavoro ho compreso che dando un significato ai valori ed ai simboli delle famiglie, si riscopre la storia e la cultura, e ci si riappropria del passato.

 

PIANTA DEL COMUNE DI CASAPULLA E PAESI LIMITROFI FINE '700 PRIMI '800.

 Base del 1815 - Aggiornamento ferroviario del 1886 - Autore: F.G.M.Collocazione Biblioteca Campana.Capua,.documenti anteriori al 1870.

…è nei ricordi che troviamo noi stessi e quelle parti di noi che ci hanno fatto diventare quel che siamo…Ed è nell'amore per il passato che troviamo l'impegno per il presente e la speranza per il futuro…

(M.Shain).

L’AMBIENTE

La culla, del ramo maschile, della mia famiglia de NATALE (Natalis), è stata dal XIII al XX secolo il casale di Casapulla presso Capua. Questi sorge sul territorio che fu interessato alla realizzatione della centuriazione dell’agro campano che avvenne in epoca immediatamente posteriore alla fine della seconda guerra punica, quando l’agro campano divenne ager publicus. Detta centuriazione dovrebbe risalire almeno al 173 a.c. , quando fu inviato il console L. Postumio Albino per ridefinire i confini dell’ager publicus, o al 65 a.c., quando il pretore P. Cornelio Lentulo riscattò 50000 iuger di terreno abusivamente occupato e redasse una forma agri campani (Gran.Lic., Ann.28).

 CASAPULLA: Veduta dall'Autostrada A1

Di questo villaggio ne parlano vari autori antichi tra cui l’abate Vincenzio Maria NATALI-SIFOLA[2], dottor di Leggi de' Marchesi di questo cognome, nel libro: Dissertazione Istorica sull’Antica Esistenza di un Tempio di Apollo in Casapulla[3].

 CASAPULLA: Veduta dalla Nazionale Appia anno 1960

Lo studio monografico di questa opera inizia con l’

AVVERTIMENTO DEL MARCHESINO

don

BERNARDO NATALI SIFOLA GALIANI[4],

Cavaliere di divozione del sacro Militare Ordine Gerosolimitano

ALL’ERUDITO, E BENEVOLO LETTORE.

Don Bernardo ci informa in che modo è riuscito a convincere lo zio a produrre la seguente opera:

Era già scorso qualche anno, dacchè l’illustre mio zio paterno l’Abate D.Vincenzio Maria NATALI GALIANI, dottor dell’una, e l’altra Legge, avea composta questa Istorica Dissertazione col disegno di pubblicarla per compiacere alcuni Amici, siccome scorgerassi dalla lettura del di lei proemio, quando sì per le sue passate letterarie applicazioni, sì per la forte, ed innata sua ipocondria essendo stato sopraffatto da una nojosa languidezza la barbara risoluzione da lui presa di non volerne saper più nulla, con una dolce, e rispettosa violenza gliela cavai di mano, e di proprio pugno mi posi a trascriverne i due primi capi, ed a distrigarli dalle molte cassazioni, che gli rendeano quasi inintelligibili. A questo egli si scosse alcun poco, indi deliberò di compiacermi, a patto però che io da lui non dovessi sperar note né fatte, né da farsi, ma soltanto una superficiale limatura del nudo testo; e perchè al dir di Orazio nel Lib.I. Epist.1.:

Est quadam prodire tenus, si non datur ultra;

Io accettai la sua promessa; Laonde Egli misesi a limarla, e ad aggiugnervi, e scemarne quelche più credette necessario. Eccovi dunque, mio benevolo Lettore, la dissertazione, di cui finora vi ho parlato; nella quale fra le altre cose interessanti ritroverete alcuni punti di Storia patria messi dal suddetto mio zio in maggior lume, ed in chiarezza maggiore di tutto il corpo, e da un gran mancamento di forze fisiche, né quella ritrovandosi peranche da lui limata e corredata delle molte note, che egli in parte avea distese, ed in parte divisava di distendere, l’avea perciò già condannata ad esser pascolo di tignuole, e ad una eterna dimenticanza. Io, a cui forte rincresceva il veder perire le non picciole fatiche da lui durate nel comporle, lo pregai più volte a volerla limare a poco, a poco secondo che le sue fisiche indisposizioni gli permettevano; perché poscia io mi avrei preso il pensiere di farla imprimere; ma egli immobile nel suo proposito:

Quam fi dura filex, aut stet Marpesia cautes;

Nè punto, nè poco prestava orecchio alle mie preghiere: dicendo, che la Repubblica letterata non avrebbe alcun danno risentito dalla suppressione di questa sua Opericciuola: per la qualcosa veggendo io non potere espugnarla (MANCA LA PAGINA N°5)  quelche han fatto gli altri Scrittori Capuani. Gradite intanto l’impegno, che ho avuto di porgervi alcun pascolo non disgradevole di divertimento per qualche ora dopo il pranzo; e vivete felice.

Verisimilia partim movent suo pondere, partim, etiamsi videntur esse esigua per se, multum tamen (movent) eum sunt coacervata.

Cicer. Partit. Orator.

In rebus tam antiquis si quæ similia veri sint, pro veris accipiantur, satis habeam.

Liv. lib.V. Cap. XII. Num. 21.

……Si quid novisti rectius istis, Candidus imperti; si non; his utere mecum.

Horat. 1. I. epist. 6.

Maxima de nihilo nascitur istoria.

Proper. 1. 2. ad Mæcen.

In tenui labor, at tenuis non gloria……..

Virg. Georg. 1. IV. Vers. 6.

PREFAZIONE

Dell’ Autore

Nel sontuoso ristoramento intrapreso sin dall’anno 1789 dal Comune di Casapulla della sua antichissima Chiesa Parrocchiale sotto il titolo del Glorioso S.Elpidio,

Parrocchia di Sant'Elpidio

la quale e per la sua magnificenza, e pel nobile, e delicato gusto di architettura, onde è stata già rabellita, apparisce di quante sono in queste Capuane Contrade la più vaga, e la più leggiadra, venni io richiesto da chi per pubblico decreto con generosa e fervida cura all’opera intenda, che una qualche iscrizione composta avessi, che secondo il costume la di lei origine, il rifacimento, e ‘l nome del Santo Titolare ne additasse.

E di fatto essendosi quella debolmente da me composta sulla maggior porta della medesima Chiesa così scolpita in marmo si legge:

TEMPLVM. HOC

OLIM. FANI APOLLINIS

FICTI. NVMINIS. RVDERIBVS SVPERSTRVCTVM

D. O. M.

IN. HONOREM. DIVI. ELPIDII. ANTISTITIS, AFRICANI

SÆC. CHR. V. DIVINA. AVRA

NAVIGIVM. ARMAMENTIS. DESTITVTVM. GVBERNANTE

AD. CAMPANIÆ. LITTORA. CVM. SOCIIS. APPULSI

PATRONI. PRÆSENTISSIMI. DICATUM

TEMPORIS. POSTEA. VETVSTATE. SQVALENS. ET. RVINOSVM

DECVRIONES[5]. POPVLVSQVE. CASAPVLLENSIS

ÆRE. PVBLICO. RESTITVENDVM

ET. AVGUSTIORI SPECIE. DECORANDUM, CURARUNT

ANNO. CI)I)CCLXXXIX.[6]

Alcuni amici stranieri di gran riguardo avvenutisi per ventura in così fatta iscrizione, si son mostrati bramosi di sapere, onde costi, che in Casapulla ci sia stato ne’ tempi antichi un tempio di Apollo, sulle cui rovine innalzata si fosse la detta Chiesa Parrocchiale. Or io veggendomi di onorato comandamento, per poter farlo nella miglior maniera, che le dense tenebre dell’antichità, e la piccolezza del mio ingegno mi permettono, e per disviarmi nel tempo stesso non senza qualche utilità dagli studj più severi, ho preso volentieri il partito or che mi trovo in Casapulla, di distendere la presente, qualeche sia, istorica dissertazione, nella quale appunto m’ingegnerò di raccorre tutti quegli argomenti, che possono indurci a credere senza difficultà, che qui nel vero esistette un Tempio ad Apollo dedicato. E perché inoltre da quel tempio questo villaggio ebbe il suo nome; proccurerò altresì di dare un breve non disgradevole ragguaglio di tutto ciò, che non solo il nome, ma i principj, e lo stato ancora del villaggio medesimo risguarda, distribuendo ne’ seguenti capi questa mia opericciuola; Nel primo de’quali io proverò l’antica esistenza di un tempio d’Apollo in questo luogo, e propriamente ove poi surse la Chiesa Parrocchiale di S.Elpidio; Nel secondo, che da quel tempio questo Villaggio ritrasse il nome: Nel terzo, che fu ad esso eziandio contemporaneo; Nel quarto, in che tempo, e da chi probabilmente fuvvi abolito il falso culto di Apollo, e quando edificovvisi la cennata Chiesa di S.Elpidio: Nel quinto, a quale giurisdizione sì Ecclesiastica, che Civile il medesimo appartenne ne’tempi andati, ed appartiene tuttavia: E nel sesto, ed ultimo farò vedere il pregio, che esso ha con tutti gli altri Villaggi Capuani di costituire insieme colla Città[7] un corpo solo, e di esser quindi considerati come una sola Università, godendo degli stessi insigni e numerosi privilegi, che quella gode, e donde vien contraddistinta fra le Città più ragguardevoli del nostro Regno: e finalmente conchiuderolla con una brieve descrizion del sito, e degli altri pregi più speciali di questo medesimo Villaggio. Ma faccianci dal primo Capo.

CAPO I

Dell’antica esistenza d’un Tempio di

Apollo nel luogo stesso, ove poi

si edificò la Chiesa Parroc-

chiale di S. Elpidio.

Tra i falsi numi, che dalla cieca Gentilità riscossero culto, e adorazioni, non ve n’ha forse alcuno, che tanto universalmente sia stato venerato, quanto Apollo, in guisa che, come leggiamo nelle storie, quasi in ogni Città cospicua del Mondo allora conosciuto vi erano de’ Tempj dedicati alla stessa falsa divinità; quindi è, che in Roma dentro, e fuori delle sue mura, e molto prima di Roma nell’antica Capua, fin dacchè non ancora avesse questa cominciato ad essere una delle più grandi repubbliche del Mondo, come poi divenne, ebbe Apollo eziandio de’Tempj; ma siccome è certo per testimonianza di molti antichi scrittori, e delle antiche medaglie Capuane, che in queste nostre contrade sia stato Apollo tenuto in culto, così da nessuno Capuano scrittore ci si addita altrove orma, o vestigio di alcun Tempio di lui fuorchè in Casapulla. E nel vero che qui negli antichissimi tempi ci sia stato un superbo Tempio ad Apollo dedicato, e propriamente nel luogo, ove poi surse la Chiesa Parrocchiale sotto il titolo di S. Elpidio, non puossi a buona equità negare da chi voglia por mente agli incontrastabili indizj, che ne rimangono, e che io qui sono per rapportare.

Primamente adunque ci si offre ad osservare un ceppo, ossia marmo terminale, che mostra avere un’età di molti secoli, situato nel lungo, e largo atrio della cennata Chiesa, in cui si legge questa doppia voce scolpita: Casapollo, che vuol dire Tempio d’Apollo, siccome appresso si farà chiaro; la qual voce leggesi benanche su due antiche lapidi sepolcrali della stessa Chiesa, che appartenevano al Comune; e che adesso nel di lei rifacimento sono state fuori di essa situate. Secondariamente usa il villaggio di Casapulla un antichissimo stemma, che si vede anche scolpito a basso rilievo sulle due cennate lapidi, il qual consiste in un

 

 

Stemma

 del Comune di

 CASAPULLA  CE

 

Tempio, che ha sembianza di Castello sovra di cui assiso il Sole spande intorno i suoi raggi, val quanto il dire, che dinota appunto un tempio di Apollo; poiché a tutti è ben noto, che Apollo fu da’Pagani per lo stesso nume che il Sole comunemente tenuto, siccome attesta Cicerone nel lib. 3. de nat. Deor. §. 20., laddove scrive: Solem Deum esse, Lunamque, quorum alterum Apollinem Græci, alteram Dianam putant. E Platone nel Cratilo osservando i nomi dati ad Apollo, e la ragione di essi, pruova evidentemente non essersi simboleggiato in questo Nume, se non il Sole. Perciò dunque egli fu chiamato E'χαεργος, cioè che opera di lontano; non essendo mai i raggi solari per la distanza debilitati, e Λοξίας, perché ha obliquo cammino nell'Ecclittica, e Фоϊβоς, dallo splendore della sua luce; e Δήχιος, perché le cose occulte ci manifesta; e fu creduto autore delle pestilenze, e della sanità, perché col suo calore promuove in alcuni luoghi le pestifere esalazioni della terra, ed in altri la feconda, e le fa produrre delle erbe medicinali, e tutto ciò, che al sostentamento della vita si richiede; e Dio della musica, come centro del sistema planetario, e della celeste armonia, che sognò Pitagora ne’movimenti delle sfere, la di cui Scuola Italica, ed in essa spezialmente il celebre Filolao di Cotrone, che fiorì 450 anni avanti l’Era Cristiana, coltivò l'antica ipotesi, detta ora Copernicana, che suppone fisso il Sole nel centro del sistema planetario, e che la Terra prima giri nello spazio di 24. ore intorno al suo asse, e poscia nello spazio di un anno giri con moto spirale intorno al Sole. Questa ipotesi colla dismissione della cennata Scuola Italico Pitagorica andò in oblio; ma poi fu rinnovata dal Cardinal di Cusa nel suo libro De docta ignorantia; indi da Niccolò Copernico, e dal Galilei. E per tornare a noi, fu creduto anche Apollo inventore della cetra di sette corde, cioè regolatore dei sette pianeti, che soli allora erano conosciuti; e finalmente giovane di lunga, e non mai tosata capellatura, per ispiegar la forza de’raggi solari. In quanto poi al Tempio, che nello stemma sopraccennato ha figura di Castello, non s’ignora dagli Eruditi, che tralle altre forme, che davano gli antichi a tempj de’ loro Dei nel costruirli era quella di un Castello, o di una torre.  E di fatto in Cuma Città un tempo alla nostra antica Capua sottoposta, nel lato orientale di un cole sorgeva appunto un Tempio d’Apollo, a guisa di una rocca, di cui parla Virgilio nel lib. VI. dell’Eneade, laddove canta:

.Arces, quibus altus Apollo Praefidet.

Il qual tempio era formato del sasso stesso della Rupe, e come nella medesima incavato, siccome si ricoglie dall’orazione Parenetica di S. Giustino Martire che fiorì circa a cento sessant’anni dopo Virgilio sotto l’Imperatore Antonino Pio, e che afferma aver veduto questo Tempio; e come da Agazia nel lib. I. della storia, ne’di cui tempi sembra che sia stato distrutto, o ad uso di Rocca soltanto destinato. Né fa meno al profitto, che in Troja aveva Apollo un altro Tempio nella Rocca stessa, ossia Castello della Città, dove finge Omero, che questo nume avesse posto in sicuro Enea, e che da Latona sua Madre, e da Diana sua sorella gli avesse fatto curar le ferite, che ricevute aveva nel combattimento con Diomede. Ed in Atene Minerva ancora aveva un tempio nel Castello di essa; onde leggesi presso Livio nel lib. XXXI. Cap. XXVI. Num. 30. Eodem scelere Urbem colentem hos Deos, præsidemque ARCIS Minervam petitam. E Giunone altresì ne avea un altro nella Rocca Vejentana, come scrive lo stesso Livio nel. Lib. 5. Cap. 12 n.21. Cuniculus delectis militibus eo tempore plenus in æde Junonis, quæ in Vejentana ARCE erat, armatos repente edidit. Similmente in Alessandria di Egitto il Tempio di Serapide, che non ceda in grandezza, e magnificenza, se non al Campidoglio di Roma, e secondo alcuni eziandio l’uguagliava, era pur formato a mo’ di rocca, o cittadella, e come tale appunto servì a quei sediziosi Idolatri, che si sollevarono contra i Cristiani, essendo Imperadore Teodosio il Grande, e Vescovo di quella Città di Teofilo, siccome narra il Cardinal Orsi nel tomo IX. Della sua storia Ecclesiastica § XVII. Pag. 54., e ‘l Signor Le Beau nel tom. VI. Della continuazione della storia del Basso Impero tradotta dal francese in italiano idioma lib. 24. pag. 20. e 27. dell’edizione Nap. E in Apamea, una delle principali Città della Siria, anche il Tempio di Giove esser doveva a modo di Castello, mentre il lodato Signor Le Beau nel citato luogo pag. 40. così brevemente lo descrive: “Questo era un solido, e magnifico edificio, fabbricato di grosse pietre, legate insieme con ferro, e con piombo; per demolire il quale secondo gli ordini di Teodosio non vi volle meno di un miracolo del Vescovo S. Marcello, come attesta Teodoreto, dopo esservisi impiegati con poco frutto, ed i sudori di molta gente.  Finalmente in Atene, oggi detta Sertines, esiste tuttavia la celebre Torre di Andronico, che appellavasi il Tempio de’ Venti, i quali erano colà tenuti, piucchè altrove, in rispetto, e venerazione nella sommità della qual Torre vi sono a basso rilievo mirabilmente, e con leggiadria, fantasia, e greco gusto rappresentati gli otto principali venti, sei dei quali si distinguono assai bene, ma gli altri due sono ricoperti da un muro di un contiguo edificio fabbricatovi da Turchi, che nulla prezzano, né conoscono la veneranda antichità. Di questa Torre favellò Vitruvio nel lib. I. Cap. VI le cui parole piacemi qui rapportare secondo la nobile traduzione fattane dal Marchese D. Berardo GALIANI[8], suocero del Marchese D. Marcello NATALI-SIFOLA[9] mio fratello. Ei dunque così traduce a pag. 35., «I più esatti (di coloro che indagarono i venti) ne danno otto, frà quali specialmente Andronico Cireste, il quale eziandio ne eresse in Atene per esemplare una Torre di marmo, a otto facce, in ciascheduna delle quali fece scolpire l’immagine di ciascun vento dirimpetto alla sua propria direzione: terninava la Torre in un lanternino di marmo, sopra del quale situò un tritone di bronzo, che stendea colla destra una verga, accomodato in modo, che dal vento era girato, e fermato dirimpetto al soffio, rimanendo colla verga sopra l'immagine di quel vento, che soffiava:” Veggasi la Mitologia dell’ab. Banier tradotta in italiano com. I. part. II. Lib. II. Cap. V. pag. 427. dell’edizione nap. Annot. (a).

   Oltre a quello che fin qui è divisato, si conferma, che d’Apollo il Tempio, della cui antica esistenza in questo luogo or ora molte altre pruove si addurranno, esser dovea costruito a modo di un Castello, o di una Torre, qual si ravvisa nello stemma, di cui ragioniamo, dall’essersi lo stesso tempio con tutta probabilità qui edificato dagli antichi Tirreni, o sieno Etrusci Campani; giacchè di caratteri etruschi, o sian tirrenici si veggono fregiate le antiche medaglie Capuane, appartenenti ad Apollo, che in queste contrade si sono rinvenute, e si rivengono tutto dì. Ora i Tirreni aveano il costume di fabbricare delle Torri, che essi i primi introdussero nell’Italia, onde munivano le lor Città, dalle quali Torri trassero appunto il loro nome; come avverte il Capaccio nel lib. 1. della storia Napoletana Cap. III. Laddove scrive: Ad Tyrrhenorum mores fortasse Lycophron resperit, qui turribus Civitates more græco munibant, hinc quod Τύρσις, turris est, Tyrrhenos dictos asserit Dionysius: E ‘l dottissimo Mazzocchi nella sua I. Tirrenica dissertazione rapportata nel tom. II. degli opuscoli, pag. 83. alla nota (I) anch’egli scrive così: Tirrhenos ipsos ab Turribus suum nomen mutuatos scimus: mostrando nella pag. 90. alla nota (I) che lo avessero preso dall’Ebraico vocabolo,

הרוט Tira, sive דוט Tur, che significa Arcem, Turrim……. . En quo Turris Latinorum, Græcorum autem Tύρσις nata sunt :

Per la qualcosa egli è ben verisimile, che i medesimi Tirreni essendo usi picchè ogn’altro Popolo di costruire quella sorta di edificj, avessero eziandio a mo’di Torre, o di Castello il suddetto Tempio, ed altri ancora edificati. Ma torniamo al nostro stemma. Or, che questo ci somministri una delle più forti congetture, che qui fosse stato un Tempio ad Apollo dedicato, d’intorno al quale ab antico esistito avesse questo villaggio, come appresso meglio dimostreremo, non può recarsi in dubbio, se col lodato Mazzocchi noi riflettiamo, che allorchè le Città, ed altre culte Comunità cominciarono a far uso di siffatte insegne, ebbero in mira il farle alludere alle proprie antiche origini, come di fatto la Città di Cadice, quantunque Cristiana, usa tuttavia nel pubblico sigillo un Ercole con questa iscrizione. Hercules Cadium fundator dominatorque: siccome leggesi nel tom. XI. Biblioth. Selectæ Clerici, pag. 3. Dal che deduce il lodato Mazzocchi, che lo stemma della Città di Capua, che rappresenta una tazza con entro sette serpenti ritti in sulla coda, voglia significare che i primi abitatori della nostra Campania (di cui Capua divenne la Capitale) furono gli Opici; poiché colla razza s’indica la Campania, che un tempo era appellata CRATER cioè tazza per la curvatura del suo littorale in forma di cratere, e con quei serpenti si dinotano gli Opici, così detti quasi Opbici dal greco őφις, che vuol dir serpente. Riscontrisi, se così piace, la spiegazione, che il cennato scrittore fa del basso rilievo del Proscenio dell’antico Teatro Capuano in fine del suo coment. in mut. Camp. amphit. titulum pag. 159. della prima edizione. Gli altri indizj, che ne convingono dell’antica esistenza in questo luogo d’un superbo Tempio, sono tante selci di smisurata grandezza, parte delle quali compongono l’antichissimo muro settentrionale della suddetta Chiesa Parrocchiale, e parte veggonsi impiegate nel formare il primo ordine del di lei campanile, oltre ad un enorme piedistallo quadrato, che senz’uso nell’atrio della stessa Chiesa si osserva; le quali selci non furono certamente qua trasportate allorchè la medesima si edificò; poiché nella sua rimota origine fu meno ampia della terza parte di quel che è di presente, e fu di semplicissima architettura, la qual punto non era alla grandezza di quelle moli rispondente: Né un ristretto villaggio benchè antichissimo, quale era questo, dopo aver partecipato delle frequenti desolatrici calamità avvenute alla vicina antica Capua, siccome appresso si vedrà, potea soffrire l’esorbitante dispendio, che richiedevasi per l’acquisto, e trasporto di quelle, e di altre ancora, che inutili e senza uso vi si veggono; tanto più che con tenuissima spesa potea farsi condurre il tufo dalle vicine miniere.

Ed è ancor degno di riflessione, che nelle dette enormi pietre si veggono pur gli antichi incavi per incastrarvi col piombo i ferri, onde tenerle ben connesse, non altrimenti che erano unite insieme le pietre del Tempio di Giove d’Apamea da noi di sopra mentovato; anzi in alcuni di questi incavi osservansi peranche l’estremità de ferri, rotte nel piombo stesso, onde erano state incastonate; quindi è, che bisogna pur confessare che siffatti macigni esser doveano qui presistenti, e che pria formato avessero un gran Tempio degli Etrusci Campani ad onor di Apollo edificato.

Il che confermasi viemaggiormente dall’essersi anche osservati, molti anni addietro, sotto al pavimento della nave settentrionale della suddetta Chiesa nella profondità di palmi 6., o là intorno, parecchi altri grossissimi macigni, bene aggiustati, che ivi giaciono tuttavia sepolti; essendo stati gli antichissimi Etrusci usi appunto di adoperare si enormi pietre nella costruzione delle loro fabbriche, come quelli, che più badavano alla sodezza, e perennità di esse, che alle decorazini, ed agli ornamenti; usati poi da’Greci, e da’Romani; ond’è, che il primo de’quattro ordini di architettura il più semplice bensì, ma il più robusto, e forte si appellò poscia Ordine Toscano, siccome avverte il Mazzocchi nell’edizione al cennato suo comment. In Mut. Campani Amphit. Tit. not. (78), pag. 136. della seconda edizione, dove parlando del primo ordine di architettura del Capuano Anfiteatro, edificato dalla Colonia Capua scrive così: Ad haec præter Tuscanici Ordinis characteres, qui in ima columnarum serie deprebenduntur, ipsum etiam structuræ genus ad Etruscæ architectonices ingenium, atque indolem exigi posse mihi videtur: quippe cum non extimus tantum ambitus, sed e quodcumque in interiore fabrica marmoreum est sane plurimum, e tam grandibus vastisque saxis, seu verius rupibus compactum fuerit, ut nemo sit, qui non obtutu obstupescat. A qui eum structuræ modulum  Etrusci observarunt, quantum quidem e Leone Baptista Alberto discimus, qui prægrandibus quadratis lapidibus uti in publicis operibus vetusta consuetudine Tuscos consuevisse Lib. VII. Cap. II. Suæ Architecturæ docuit, exemplo ductus murorum Urbium Etruriæ nonnullarum, veluci Volaterrarum, Fesularum ec. Indi dando ragione perché la Colonia Capua nella struttura del suo Anfiteatro servissi ancora dell’Ordine Toscano nella bassa parte di quello, scrive in ultimo: Demum, si lubet, non temere hoc est, quod Tusco etiam Ordini, etsi raro ab aliis usurpato, suum esse locum Campani voluerunt, nam Tuscos sese esse origine probenorant. Veggasi altresì il Galanti nella sua descrizione geografica, e polit. Delle Sicilie tom. IV. Pag. 237 e 238. in proposito del costume sopraddetto degli antichi Etrusci di costruire i loro edifici con grandi e sode pietre vive. Simiglianti selci ed altri marmi scorgonsi tuttora nelle due antiche Chiese di S. Angelo,, detto in formis, e di S. Pietro Ap. Amendue un tempo appartenenti ai PP. Cassinesi, le quali furono edificate sulle due opposte pendici del monte Tifata, quella cioè di S. Angelo nella pendice, che risguarda l’Occidente di Verno, sulle rovine del famoso tempio di Diana, mentovato da Pausania nel lib. 5. Cap. XII., e questa cioè di S. Pietro, nella pendice, che volge all’Oriente estivo, sulle rovine del tempio di Giove. Or se egli è certo, che tali pietre erano avanzate alla distruzione di que’due celebri tempj; così certo, o almeno probabilissimo esser dee, che quelle ancora, che ora noi osserviamo nella Chiesa di Casapulla, sieno avanzi del destrutto tempio di Apollo. In oltre è da sapersi, che tempo fa, nello scovrirsi i fondamenti di alcuni pilastri della cennata Chiesa per fortificarli, si rinvennero là sotto tronconi di colonne, e capitelli di marmo d’ordine Corintio: Né fino all’anno 1724. son qui mancanti avanzi di marmi anche nobili, che pure servir dovettero d’ornamento a quel gran tempio; aggiuntivi forse da’Coloni Romani, dedotti in Capua, in qualche magnifico ristoramento, che poi ne fecero; giacchè dietro al maggiore Altare di questa Chiesa giaceano abbandonate, e neglette senza esser destinate ad uso alcuno due bellissime colonne di porfido, o piuttosto di persichino, le quali trovansi descritte in un inventario del detto anno 1724. dal Parroco D: Giovan Carlo Vecchio, da cui furono donate al Cardinale Arcivescovo di Capua D. Niccolò Caracciolo per adornarne la Cappella del Tesoro della nostra Cattedrale, che si stava allora riedificando; ed è da credere che altri marmi e colonne di maggior prestigio fossero state altrove pur trasportate per formarne altre Basiliche, come sappiamo essere avvenuto a più altri tempj gentileschi, e spezialmente al tempio di Giove Tonante, o di qual altro Nume, che egli fosse; situato nell’antica Capua, donde furono tolte cinquanta colonne per la costruzione della Chiesa di S. Vincenzio in Volturno, siccome leggesi nella Via Appia del Pratilli a pag. 287.

Tralascio poi di far parola delle altre grandi selci scorniciate, delle basi di colonne di bianco marmo, e degli spezzoni di gran cilindri di granito orientale, che fin’ora si son veduti dispersi in varj luoghi di questo villaggio, e che del tempio d’Apollo esser doveano ancor reliquie. Ma non sono da trasandare due rottami di fabbrica laterizia, che formano l’ingresso nell’atrio di questa Chiesa dalla parte di Settentrione, il quale ingresso era forse uno di quei, che al detto tempio introduceva; poiché egli è ben risaputo, che ove incontransi fabbrica a mattoni perpendicolari, o a scacchi, o a romboide, ivi sieno manifesti segni d’una rimota antichità. Né poi qui mancano, oltre alla tassellata; anche vestige di fabbrica romboidale, e propriamente nel suddetto muro settentrionale della stessa Chiesa, sebbene ora nella di lei rifazione sieno state inconsideratamente ricoperte di mistura di calcina, e sabbia insieme colla maggior parte delle enormi selci di sopra mentovate; e quel che è più da dolere, i cennati rottami non sono anch’essi per incontrare sorte migliore; Poiché già da parecchi anni in qua dalla non repressa licenza d’insolenti giovinastri appoco appoco disfatti, e malmenati attendono d’ora in ora la lor totale demolizione per darsi nuova simmetria al detto Atrio, e così perirà ben anche quest’altro antico monumento.

Finalmente per non ommettere un’altra osservazione, che molto giova al nostro intendimento, aggiugnamo, che intorno all’anno 1726. essendosi ritrovato trà lo sfasciume del Capuano Anfiteatro presso alla porta meridionale un mezzo busto di marmo, attaccato a una parte dell’arcale, rappresentante un bellissimo giovane crinito, e coronato di alloro, fu d’avviso il Mazzocchi nel suddetto suo comment. Pag. 132. della prima edizione, che fosse appunto un simulacro di Apollo προςατηίγ, cioè presidente; poiché siccome Diana era creduta presedere alla caccia, ed agli spettacoli de’gladiatori, e delle fiere, che sotto il nome pur di Venagione si comprendevano, così lo era benanche Apollo, che Euripide appella άγρευτάυ ond’egli argumenta, che il detto simulacro fosse stato situato sulla stessa porta meridionale, presso alla quale fu rinvenuto, non altrimenti, che quello di Diana dovea esser collocato sulla porta Boreale; e che siccome l’immagine di questa Dea era rivolta al suo tempio nella pendice occidentale del Tifata, così quella di Apollo dovea risguardare il tempio, che egli avea in Cuma: ma qui il Mazzocchi con sua buona pace non dovea far tanto stancar la vista ad Apollo, col fargli portar lo sguardo fino in Cuma per mirarvi il suo Tempio in così grande lontananza, mentre Diana non istancava molto la sua per mirar il suo Tempio Tifatino: Per la qual cosa è ben più verisimile, che Apollo col volgere un pochino i lumi a sinistra avesse risguardato un altro tempio più vicino, cioè quello appunto, che dovea avere in questo luogo, che pur era situato dalla parte di mezzo giorno del suddetto Anfiteatro, sebbene alquanto verso l’Oriente, non essendo neppur il Tempio Cumano situato perfettamente al cennato mezzo giorno; ma per l’opposito verso l’Occidente. Quel’ che sin ora abbiamo detto, viene avvalorato, da un altro avviso del medesimo Mazzocchi, il quale vuole, che la Colonia di Capua, che edificò l’Anfiteatro, adottato avesse  per suo Tutelare Apollo; or se è così, dovea esserci di necessità in queste parti qualche magnifico, e superbo tempio allo stesso Nume dedicato; ma in tutto il Contado Capuano non ven’ha orma, né memoria alcuna, fuorchè in questo Villaggio di Casapulla; adunque qui senza alcun dubbio, ed in si comoda vicinanza all’antica Città di Capua, doveva esistere questo Tempio.

Ma quello che finisce di convincerci dell’esistenza del medesimo in questo luogo, è appunto la proprietà del sito; per intendere la qual cosa è da por mente al costume degli antichi Idolatri d’innalzar de’tempj ad alcune false Deità in certi luoghi determinati secondo i varj loro attributi, che da quei luoghi venivano indicati. Ond’è, che ad Apollo soleano per lo più edificarglieli ne’boschi; poiché al par di Diana, come di sopra è detto, ei presedeva alla venaggione, ed altresì, perché Duce era, e maestro delle muse, che in luoghi ameni e solinghi amavano di albergare. Quindi è, che il Cellario Geograph. Ant. Lib. 3. Cap. III. Pag. 63. scrive, che nell’Eolia, e propriamente nella Città di Grine vi era un Tempio di Apollo con Oracolo in un antico sacro bosco: di cui facendo Virgilio menzione nell’Eglog. 6. v. 72. così canta:

His tibi Grynæi Nemoris dicatur  origo,

Ne quis sit lucus, quo se plus jactet Apollo.

E Strabone nel lib. 14. dal greco trasferito in latino idioma scrive similmente così.Colophon Urbs Ionica, e ante eam Clarii Apollinis lucus. E nel lib. 16. racconta che in Seleucia vi era un pago detto Daphne, divenuto famoso pel bosco, e per i Templi, che in quello erano di Apollo, e di Diana. Pel modo stesso il celebre Rueo nelle sue note al lib. II. dell’Eneade di Virgil. al vers. 785. osserva, che ebbe Apollo parimente un Tempio con un bosco nel Monte Soratte nella Toscana, oggi appellato Monte di S. Silvestro. E per qui tacere più altri tempj in altri boschi ad Apollo consecrati, accenno soltanto quello che era tuttavia in piede nel sesto secolo della Chiesa in Monte Casino nel Lazio Nuovo, cinto pure intorno intorno da boschi, il quale al riferir di S: Gregorio il grande nel lib. 2 de’suoi dialoghi Cap. VIII. fu cambiato in Chiesa da S. Benedetto, l’Idolo di Apollo fu fatto in pezzi, l’Ara distrutta, ed i boschi furono messi a fiamme; affinchè (credo io) non avessero gli Idolatri opportunità di fabbricarvi un nuovo Tempio.

Or ciò posto, era ben proprio secondo quel costume, che qui ad Apollo si fosse il Tempio edificato poiché questo luogo negli antichissimi tempi venia quasi da boschi circondato, cioè dalla parte dell’Oriente, e dal mezzo giorno, siccome costa da un antica tradizione, anzi residui de’suddetti boschi sino nei secoli a noi vicini son pur durati nella parte d’Oriente, come ben si ricoglie da un istromento in pergamena del Monistero di S: Giovanni di donne monache di Capua stipulato nell’anno 1408., in cui si fa menzione di un pezzetto di terra data a cenzo, sterile, e boscosa nel luogo detto Majano in pertinenza di Casanova:  qui si noti di passaggio che il campo di Majano, che ora è nel distretto di Casapulla, dovea essere più vasto, e giugnere fino a Casanova, che lo attraversa da Settentrione a mezzo giorno; o piuttosto era la via dell’entrarvi, e dell’uscirne mentovata nel diploma di donazione fattane al cennato Monistero da Roberto II. Principe di Capua, di cui appresso farem parola. Similmente da altri istrumenti del medesimo Monistero degli anni 1413., e 1450. rilevasi lo stesso, cioè che più porzioni del suddetto campo all’Oriente di Casapulla erano in quel tempo tuttavia boscose. Ma possiamo a vieppiù convalidare quanto sinora abbiamo detto intorno al Tempio di Apollo coll’antichissima denominazione, che ne trasse questo Villaggio di Casapulla, siccome nel seguente capo sì osserverà.

C A P O  II.

Dal Tempio d’Apollo, che qui era, que-

sto Villaggio fu denominato Casa-

pulo, Casapollo, e Casapullo,

indi corrottamente

Casapulla.

Uno de’molti e diversi fonti, onde i nomi delle antiche Città, e Villaggi derivarono, fu principalmente il pubblico culto de’falsi Numi, che quelle o aveano adottati per tutelari, ed a’quali innalzati aveano de'Tempj, o che si erano formate intorno a Tempj stessi, trovati già costituiti. Quindi è, che il Mazzocchi nel suo Comentario alle Tav. d’Eraclea, Part. I. Diatr. II. Not. (21), pag.79 così scrive:

Ηραχλέιον significationem templi Heraclei exhibet. A templis hujusmodi oppida circum coalescentia sæpe ortum e nomen traxerunt. Huc ergo e Heraclii hujus, e  aliorum ejusdem flexionis oppidorum origo referenda est; sicuti e Herculaneum in Campania, videtur antea, Graecis oram hanc obtinentibus, Ηραχλέιον fuisse dictum. Similmente in Francia la Città di Parigi detta in francese Paris, ed in latino Parisii, trasse il nome da Iside, che ne era creduta la protettrice, e che vi ebbe un Tempio, sulle cui rovine fu la Chiesa dell’Abazia di S. Germano de’Prati dal Re Childerico edificata sotto l’invocazione di S. Vincenzio. La Città di Dia nel Delfinato fu così chiamata, perché ivi si onorava Dia, che molti credono essere stata la stessa, che Cibele; ed altri secondo Strabone la medesima, che Ebe, Dea della gioventù. La Città di Feronia situata appiè del Monte Soratte acquistò il nome della Dea Feronia, che colà ebbe pure un tempio. Partenope, oggi Napoli, fu appellata così dal tempio, e dal sepolcro della Sirena Partenope, che quivi si venerava. Venosa fu così detta da un magnifico tempio, che ivi era a Venere dedicato, ov’era ancora un tempio d’Imeneo di lei figliuolo, che poi fu trasferito al culto del vero Dio. Massa Lubrense, situata sul promontorio, che prima in Greco denominata Α’θηναιον, cioè Minervino dal tempio, ossia Delubro di Minerva, ivi fabbricato al dir di Strabone da Ulisse, prese da un tal Delubro l’aggiunto di Lubrense. Ercole fu così detto dal tempio d’Ercole. Bellona dal tempio della Dea Bellona, e così tante, e tante altre Città e Villaggi, che delle antiche false Deità conservano ancora il nome.

Ma piucchè da ogn’altro Nume, da Apollo spezialmente trassero molti luoghi la lor denominazione. E nel vero nella Tebaide occidentale vien situata da Tolommeo geografo la Città, detta Apollonopolis Magna, cioè grande Città d’Apollo per distinguerla da Apollonopolis Parva, che era nella Tebaide Orienale. Nel lido del Ponto Eussino eravi similmente la celebre Città di Apollonia, colonia de Milesj, donde M. Lucullo estrasse il colosso di Apollo, che collocò nel Campidoglio, siccome attesta Strabone nel lib. 7. così leggendosi in latino: Apollonia est Milesiorum Urbs majore sui parte condita in parva insula, in qua Apollinis fanum est, unde M. Lucullus Colossum Apollinis sublatum in Capitolio collocavit. E Plinio parlando pure di un tal colosso, scrive così nel lib. 34. Cap. VII. Talis est in Capitolio Apollo translatus a M. Lucullo ex Apollonia, Ponti urbe, XXX. Cubitorum centumquinquaginta talentis factus. Vi furono, oltre a questa, altre Città dette Apollonie, che presso gli antichi geografi si possono riscontrare.

Or che dal tempio dello stesso Apollo, che qui era, come di sopra è dimostrato, abbia ancora questo Villaggio tratto il suo proprio nome, si scorge ad evidenza, dacchè il medesimo ne’tempi antichi fu appellato Casapulo, Casapollo, e Casapullo, le quali denominazioni tutte e tre suonano lo stesso; e di fatto che sia stato appellato Casapollo, il marmo terminale, e le due antiche lapidi sepolcrali, da noi recate nel capo antecedente, abbastanza ce ne assicurano, come lo provano altresì alcuni antichissimi istrumenti dell’età di otto secoli, cioè del fine del secol decimo, ne’quali questo Villaggio trovasi denominato Casa Apollinis, siccome attesta il Dottor di Leggi D. Tommaso Buonpane, Sacerdote d’intiera fede, in un suo picciolo Manoscritto di antiche notizie riguardanti questo medesimo Villaggio, e’l di lui Santo Protettore Elpidio, da lui raccolte nell’anno 1696.

In oltre che sia stato anche appellato Casapulo, si ricoglie dal diploma, ossia privilegio, che il Pontefice Alessandro III. Concedette ad Alfano, Arcivescovo di Capua nell’anno 1173., rapportato da Michel Monaco nel suo Santuario Capuano pag. 594 in cui leggesi così: In loco Casapuli Ecclesiam S. Nicolai, Ecclesiam S. Arpii. Che poi questo nome Casapulo sia lo stesso che Casapollo; ce ne convince fra le altre una patera di bronzo etrusca dell’illustre Museo Borgiano in Velletri, descritta da Arnoldo Heeren Bremense nell’esposizione, che egli fa del fragmento d’una tavola marmorea del Museo medesimo, e propriamente nella nota (c) pag.9. e seg., nella qual patera si osserva la favolosa nascita di Bacco dal femore di Giove, e fra gli altri personaggi, che ivi assistono vi si ravvisa Apollo, che ha il braccio destro inserito nella clamide; e tiene colla sinistra un ramoscel di alloro; ma quel che fa al nostro proposito, è , che si legge quivi il suo nome in caratteri etruschi così: V٧V٨A, Apulu, il qual nome nella stessa guisa si vede inscritto in un’altra patera etrusca presso il Dempstero tom. I. tav. 3., che rappresenta Giove, Mercurio, ed Apollo: Come altresì in molti altri vasi, e patere etrusche illustrate dal Guarnacci, e da altri Scrittori dell’Etrusche cose. E qui si noti di passaggio, che il Ch. Marchese Francesco de Attellis in una sua dotta Opera intorno alle cose sannitiche deduce ancora il nome Apulia dall’etrusco Apulu, come quella Regione, che dalle più lontane età essendo addetta alla pastura delle greggi, era ad Apollo, qual pastore un tempo del Rè Admeto, consegrata.

Quindi adunque si fa chiaro, che il nome Casapulo, sia lo stesso che Casapollo, anzi che il primo sia più antico del secondo; dal che viemaggiormente si conferma quel ch’è detto nel Capo antecedente, cioè che il tempio ad Apollo sia qui stato edificato dagli Etrusci Campani: e perciò dovette quello appellarsi da principio il tempio di Apulu, usando gli Etrusci, ossian Tirreni, invece della vocale O la lettera V, come avverte anche il Mazzocchi, collect.X. pag. 548. dove scrive: Pro O Tyrrheni V perpetuo usurparunt: Indi divenuta Capua Colonia de’Romani, ed avendo adottato Apollo per Tutelare; invece dell’ Etrusco Apulu cominciò a pronunziarsi il latino Apollo, ritenendo nondimeno il volgo, tenacissimo delle antiche denominazioni, la pronunzia di Apulu, onde poi questo villaggio fu chiamato Casapulo, e Casapollo, e finalmente confondendosi l’una, e l’altra pronunzia, Casapullo, e poi corrottamente Casapulla. E ciò tanto più si rende manifesto, che nel linguaggio del nostro volgo si scorgono tuttavia non dubbie tracce dell’antico Etrusco dialetto.

In ultimo, che sia stato questo villaggio ancor chiamato Casapullo, come testè accennammo, lo contestano molti autentici documenti di più secoli successivi. E nel vero in un istumento in pergamena, che conservasi nell’archivio del Monistero di S.Giovanni di Donne Monache in Capua stipulato nell’anno 1294., ove si fa menzione di un pezzo di territorio, che il detto Monistero dà a censo in pertinenze di S. Piero ad Corpus, si dice, che il medesimo confina col luogo, detto al Bagno, e colla terra di Giovanni Perrone de Villa Casapulli. In un altro istrumento in pergamena, che nello stesso archivio pur si conseva, stipulato nell’anno 1319. in cui una Congregazione della Chiesa di S. Andrea de Partuslamano dà l’assenso ad una vendita di un territorio, situato nel luogo detto Majano, che fa il suo censuario Guglielmo di Presbìtero, si dice, che questi sia del Castello di Casapulo, e due altre volte questo Villaggio pur Casapullo ivi si appella.

In oltre nell’antica tassa delle decime Papali, fatta d’ordine dell’Arcivescovo di Capua Stefano nell’anno 1375., dal sopraccennato Monaco riferita nel suo Santuario a pag. 602. è scritto così: R.E.S. Nicolai de Villa Casapulli in granis quindecim: Pel modo stesso in altri istrumenti del suddetto Monistero, stipulati negli anni 1413. 1452. e 1473. costantemente si legge de Villa Casapulli; Come similmente in un inventario solenne delle rendite, addette alla distribuzione del Capitolo Capuano, fatto per mano di Notar Antonio de Cæsis nell’anno 1424. a carattere semigotico pur si legge in più luoghi: In Villa Casapulli. E finalmente in un antico manoscritto di Notizie raccolte intorno a Capua dal Dottor Scipione Sannelli Capuano, che visse nel secolo XV., e ne’principj del XVI. Il qual manoscritto va sotto il titolo di Annali della Città di Capua; e si conserva ora dall’eruditissimo Canonico Antonio Cajanelli, trovasi nel fol. 2. a t. questo villaggio eziandìo denominato Casapullo, e vi si legge ancora, che fu qui un tempio ad Apollo edificato, onde acquistò un tal nome. Quindi è, che `l suddetto Michel Monaco nel suo citato Santuario pag. 69. scrive così: Audimus in Agro Campano retenta, etss corrupte, nomina Sacellorum Apollinis, Herculis, Cereris, e Bellonæ. Ed egli pure in tutti i luoghi della suddetta opera, e delle ricognizioni della medesima, ove gli occorre nominar Casapulla, l’appella sempre Casapullo. Veggasi altresì il Granata nella Storia Civile di Capua tom. I. pag. 19. e nella storia sacra tom. 2 pag.10. Il Rinaldi nelle Memorie istoriche di Capua tom.I pag. 275. E `l Galanti nella descrizione Geografica, e Politica delle Sicilie tom. 4. lib. 7. Cap. VII. Pag. 92. ed altri autori.

   Da ciò, che finora è divisato, ognuno vede a chiaro giorno, che il nome di Casapulla, che si dà ora a questo Villaggio, è un nome di epoca recentissima, così corrotto dal volgo dall’antica denominazione di Casapulo, Casapollo, e Casapullo, e quindi ancora si comprende quanto vadano ingannati alcuni, che deducono questo nome a Casa-pulla, seu Casa-nigra, quasi dir voglia, villa nera, interpretando la voce Casa secondochè suona presso i Latini per tugurio, villa, ed adducendo ancor gli esempj di Casalba, quasi villa bianca, di Casanova, quasi villa nuova, di Caserta quasi villa erta, perché sulla vetta di un monte edificata.

   Ma per isgannare vieppiù costoro è da avvertire, che non sol ne’secoli barbarici non molto lontani da noi, ma benanche nell’età più alte colla voce Casa spessissimo le Chiese, i Templi si appellavano, e che sia così, odasi primamente il celebre Ducange, il quale nel suo Glossario sotto il vocabolo Casa dice fra le altre cose: Apud Barbaro-Latinos……Casa Dei Aedes Sacra, Ecclesia. Chronicon Laurisbam. An. 779. Dum ipsa Dei vestita fuit ad præsens. Capitul. Caroli C. tit. 9. Ut missi nostri…requirant de Cappellis e Abbatiolis ex Casis Dei in beneficium datis: e poi conchiude, Occurri passim. E presso l’Autore della storia mutilæ expugnationis, pubblicata dal Mazzocchi nell’epist. Ad Jac. Castellum leggesi parimente: Excurrentes omni loco tamquam lupi rapaces, expoliantes etiam Casas Dei; dove notò il Tafurio: quo nomine usi sunt Veteres ad significandas Ecclesias. Che poi ancor ne’secoli più alti si ritrovi la voce Casa adoperata a significare una Chiesa, un tempio, si ricoglie spezialmente dagli atti della discolpa di Ceciliano Vescovo di Cartagine, e di Felice Vescovo di Aptonga, scritti ne’principj del quarto secolo contra le false imputazioni dei Donatisti, ove leggesì così: Numquid Populus Dei ibi fuit? Saturnius dixit: in CASA majore (i. e. Ecclesia) fuit inclusus. Veggasi il dottissimo Selvaggi antiquit. Christ. Instit. Lib. 2. Cap. I. §. IV. Num. 5.

Quello adunque, che nel secolo della purità della latina lingua si appellò Templum, Aedes, ne’secoli della sua decadenza si chiamò Casa, ond’è che Casapollo, e Casapullo vuol dir tempio d’Apollo, e non già villa nera: Ma Casalba che dir vorrà? Casalba ancora io son d’avviso col chiarissimo Rinaldi nel citato luogo delle sue memorie storiche di Capua, che voglia significare, Tempio Bianco; poiché con tutta verisimiglianza ivi dovea esser situato il Tempio Bianco mentovato da Livio dec. 4. lib.2. Cap. X. Che fu tocco dal fulmine: Aedes, quæ alba dicitur, veggendosi tuttavia in quell’antico Villaggio, benchè ora ridotto a poche case, molti antichi marmi qua e là dispersi, spezzoni di colonne, ed un rottame di fabbrica ancora in piedi di antichissima struttura; quindi è, che non deve menarsi buono a Monsignor Cesare Costa il sito, ch’egli dà nella sua topografia dell’antica Capua al cennato tempio bianco, dal qual fa trarre il nome di Albana ad una delle sei porte, che assegna alla medesima; poiché se la Porta albana, che poi comunicò il suo nome anche al contiguo foro Albano, fu così detta dal tempio bianco di Livio, questo tempio probabilmente dovea star fuori della Città, e non dentro, per darle il nome, conformemente agli altri luoghi, ond’erano denominate le altre porte, i quali luoghi non che erano al di fuori; ma alcuni molto lontani dalla medesima Città. Conciossiachè, come ben riflette il Mazzocchi nell’appendice alla sua disf. Ist. Cathedr. Eccl. Neap. ec. Pag.227. Viarum cuctibus (che sono propriamente le porte delle Città, per dove passano le vie, pigliando queste le mosse dal centro delle Città medesime) a termino, quo ducunt, nomen imponi consuevit. E di fatto la porta Atellana era così appellata da Atella, perché colà conducea: La porta Cumana, perché menava a Cuma: La porta Fluviale, perché era indiritta al fiume Volturno: La porta di Diana (che il Pratilli crede essere stata la stessa, che la Fluviale, o del Volturno) era detta così, perché incamminava al tempio di Diana Tifatina, ed indi al Volturno, che non lungo tratto erane al di là: E la porta di Giove, perché al tempio di Giove pur Tifatino era rivolta, e sebbene quest’ultima par che avesse preso il suo nome dal tempio di Giove, che secondo il Costa era anche dentro la Città, pur non di meno il dottissimo, ed accuratissimo Camillo Pellegrino nella sua Campania felice dell’edizione Gravieriana tom. I. pag. 384. avverte, che il luogo del lib. 27 di Livio, in cui fassi menzione di un tempio di Giove in Capua, e su cui si appoggia il Costa per situarlo dentro la Città, è un luogo da non farvisi fondamento; poiché il Lipsio nella quarta quistione epistolare del lib. 4. mostrò doversi aver gran dubbio di quella Liviana lezione; ond’è, che resta vero, che la suddetta porta dal tempio di Giove, che sorgeva sulla pendice orientale del Tifata, di contro al quale ella si apriva, tratto avesse il suo nome. Qundi possiam conchiudere, che anche la Porta Albana, fu così detta non da altro tempio bianco situato in Casalba, verso il quale essa menava, dividendosi immediatamente la strada, che ne usciva, in due rami, come si vede ora disegnata nella carta Corografica della campania del Pellegrino, uno de’quali conduceva a Galazia cisvolturnina, e a Benevento, e poscia a Brindisi per la via Appia, e l’altro a Suessola, e a Nola, e finalmente a Reggio, a fianco del qual altro ramo esser dovea quel tempio bianco, cioè dove adesso è Casalba. Ma passiamo a Casanova: questo Villaggio, siccome attesta l’eruditissimo Pratilli nella sua via Appia lib. 3. pag.277. si ritrova denominato nelle pergamene del XI. E XII. Secolo Casa-jove, ed è comune tradizione, che fosse stato anticamente così chiamato; ond’è, che esso dovea essere quel pago Giovio (pagus jovus) che trasse la sua denominazione dal tempio di Giove, che sorgeva, come testè dicemmo, sulla pendice orientale del Tifata, frà il qual tempio, e la porta di Giove dell’antica Capua veniva ad esser situato; siccome avverte il medesimo Pratilli nel citato luogo. Di questo pago si fa parola in una Campana iscrizione, rapportata dal Grutero pag. 59. 8., nella quale dopo i nomi de’Maestri del Tempio d’una Venere Giovia, che ivi era, si soggiunge: HEISCE MAGISTREIS VENERUS IOVIÆ MURUM ÆDIFICANDUM COIRAVERUNT ec. ove Venerus in vece di Veneris si dice, siccome in altre due campane iscrizioni si legge Cererus. Questa Venere poi non fu detta Jovia da Giove; ma dal Pago Giovio, in cui ella si venerava.

   Il dottissimo Mazzocchi nella spiegazione, che fa del Pagiscito d’Ercolano nel suo coment. in mut. camp. Amph. Titulum pag.152. della prima edizione scrive, che sia incerto il sito, ove fu in Pago Giovio; ma che dovea essere nelle vicinanze del Pago Ercolaneo, con cui formava società; ma egli forse così scrivendo non ebbe sotto gli occhi le antiche pergamene accennate dal Pratilli, in cui Casanova vien appellata Casa-jove, né badò alla gran vicinanza, che questo villaggio ha con quello di Ercole, il quale certamente dovette essere l’antico Pago Ercolaneo, come ben osserva il chiarissimo Matteo Egizio nella sua lettera al Signor Langlet du Fresnoy pag. 62. ediz. Nap. E non già Recale, com’egli il Mazzocchi crede nel citato luogo pag. 149., appoggiato soltanto ad una leggerissima congettura; cioè, che, pechè il marmo contenente la legge pagana d’Ercolaneo, onde si stabiliva, che i Maestri del Pago Giovio, se rifacevano a loro spese il portico del Teatro Erculanense, ovrebbono ottenuto in quello il luogo più onorifico fra gli spettatori, perché, dice, questo marmo fu trovato in Recale, perciò Recale, nome distorto da Ercolaneo, dovette essere il medesimo Ercolaneo, e non già Ercole, non sembrando verisimle, che da uomini, non curanti di antichità, sia stato colà trasportato dalla distanza di due o tre miglia, quanto è lontano dal Villaggio d’Ercole quello di Recale, a solo oggetto di senciarne l’atrio d’una villa; ma con sua buona pace non v’ha cosa più facile, che dileguare una siffatta difficultà; poiché primamente quel marmo non fu trovato in Recale in qualche casa di contadino, che niente s’intendesse di cose antiche, ma in una magnifica villa dei Padri Gesuiti colà esistente, fra i quali ognuno sa, che vi fiorirono de’soggetti periti di ogni sorta di letteratura; ond’è che, siccome nel collegio che in Capua possedevano, si veggono per anche degli altri marmi contenenti altre antiche iscrizioni raccolte altronde, così alcun dotto Gesuita, amante di antichità, potè far trasferire il suddetto marmo da Ercole in Recale, che poi con l’andar del tempo qualche ignorante Laico, amministratore di quella villa, non conoscendone il pregio, impiegollo nel selciar l’atrio della villa stessa. Secondariamente essere ancor potè un accidente il trasporto di quel marmo da Ercole in Recale; perché dovendosi, quando facea mestiere, trasportare dai monti, prossimi ad Ercole, le selci in Recale per lastricarne pavimenti, non essendovi allora l’uso di tagliarle nel colle, detto di San Jorio presso il Volturno, i conduttori di quelle osservando per ventura il suddetto marmo abbandonato, e negletto in qualche angolo di Ercole, come suole avvenire, nel passare per di là poterono imporlo in qualche loro Carretta, e insieme con altre selci condurlo in Recale. Né poi abbiam bisogno di ricorrere a storcimenti di parole, come pretende il Mazzocchi, per formarne il nome di Recale, qualora evvi il nome di Ercole, che conserva pura, e pretta l’origine d’Ercolano; anzi al pari di questo ne’tempi antichi dovette usarsi per significare lo stesso pago, poiché presso Cicerone, ed altri Scittori di quest’età, i nomi primitivi egualmente che i lor derivativi si ritrovano adoperati a dinotare i medesimi luoghi, come Pompeii, e Pompejanum, che secondo Baudrando significano la Città stessa di Pompej, Trebula, e Trebulanum, Cales, e Calenum; veggasi il Pellegrino nella suddetta sua Campania tom. I. pag. 452. e 455. al che si aggiunga, che negli anni addietro si scovrì da alcuni contadini in un luogo vicino ad Ercole un’ara di enorme grandezza, in cui si leggeva scolpito, Herculi Sacrum la quale per la sua gran mole non potendosi cavar di sotterra, fu di nuovo ricopeta di terra, e restò ivi sepolta.

Oltrechè chi ci assicura che il nome di Recale sia distorto da Ercolaneo, e non sia piuttosto il nome di qualche ricca donna Longobarda, appellata Regale, la quale con qualche sua massa, o coorte, posseduta in quel sito, abbia dato l’origine, e ‘l nome a quel Villaggio? Non è nuovo in queste parti il nome di Regale, divenuto proprio di qualche donna ne’secoli trasandati; poiché nell’archivio del Monistero di donne Monache di S. Maria in Capua n.2. e 3. si conserva un diploma di Giordano II. Principe di Capua, spedito in Ottobre nell’anno 1126, e rapportato dal Rinaldi nel tom.2. delle mem. Ist, d Capua pag.126., in cui Giordano conferma al cennato Monistero il dominio di tutti i beni, ed oltre a ciò gli dona un territorio nel luogo detto Asinu lungo il Volturno, che pria si possedeva da una donna, chiamata appunto Regale, figliuola di Pandolfo de la Patriciu, e vidua di un certo Giovanni, detto Comitis Palatii. E in un altro istrumento che consevasi nello stesso archivio num.136. stipulato nell’anno 1305. si dà l’assenso dal detto Monistero ad un tal Giovanni…. Della villa di S. Tammaro sovra tre pezzi di territorio, situati nella villa di Arditella (oggi forse corrottamente detta Lardichella) fuori Capua per due once d’oro sotto la Badessa D. Regale.

Né poi mancano degli esempj, che dal nome di una donna qualche Villaggio abbia tratta la sua denominazione; poiché Michele Monaco nelle ricognizioni del suo fant. Cap. e propriamente in una annot. Alla Bulla di Sennete Arcivescovo di Capua, spedita nell’anno 1113. in persona di Ranulfo Vescovo di Caserta, dice così: Lefrede, nomen Pagi, vera nuncupatio Aldifreda, quod est mulieris nomen Longobardum.

Non è però qui da tacere, che il medesimo Mazzocchi nelle sue note latine alla Campania felice del Pellegrino, stampate dal Gravier nel fine del secondo tomo, con miglior consiglio si discosta alquanto dalla suddetta sua opinione, e si appiglia a quella, che è da noi già stabilita, cioè che il Pago Ercolaneo era appunto dove è l’Ercole presente, benchè non lasci d’inclinare più a Recale, che ad Ercole: Ei dunque nella pag. 279. così dice: Pagus Erculaneus in marmore, quod a me descriptum servatur, situs erat, credo, ubi nunc Ercole, Capuæ Pagus; Sed potius ubi nunc Recale. Ma ritornando là onde ci siamo dipartiti, conchiudiamo, che Casanova, non vuol dir Villanova, ma è piuttosto l’antico Pago Giovio, detto in latino Pagus Jovus, che trasse il nome dal tempio di Giove Tifatino; onde poi fu appellato Casa-Jove, indi corrottamente Casanova; e fu il compago di Ercolaneo, che è l’Ercole presente, con cui formava società.

Rimane adesso che indaghiam l’origine del nome di Caserta, che prima si pronunziava Casairta, come leggesi nella storia Longobarda del Monaco Erchemperto num. XXIIX., laddove per la prima volta se ne trova fatta menzione. Or questo nome non vuol dire certamente, siccome il volgo crede, Casa in erto luogo collocata; poiché la voce irtus non mai s’incontra in autore antico, o de’tempi di mezzo in significazione di erto, essendo questa assolutamente della volgar lingua, che a tempi de’ Longobardi non erasi per anche formata, ma è qui piuttosto una voce affatto barbarica, che dal Rinaldi nelle sue cennate memorie istoriche di Capua tom. 2. pag. 276. si vuole derivata dal tedesco Hirsch, che presso i medesimi Longobardi, da’quali usavasi quella lingua, dinotava il Cervo. Ed è ben plausibile la di lui opinione, poiché sappiamo da Silio, Italico nel lib. XIII.: Che nel contado Capuano si adorava una candida cerva, qual ministra di Diana Tifatina

Numen erat jam Cerva Loci, famulam-

que Dianæ

Credebant, ac thura Deum de mo